Porpora, ma non troppo, solo rosso



Anniversario. Lei s’aspettava una cena, magari sul lago; certo, se lui si fosse anche proposto non sarebbe stato male. L’avrebbe avuta la forza di dirgli di sì? Da qualche parte, in un cassettino, sulla mensola: c’era. Lei lo attendeva ansiosa, già vestita con un lungo abito da sera porpora, ma nemmeno troppo, giusto rosso, più sul cremisi; all’ombra pareva quasi bordeaux. Smanicato, con la gonna sinuosa, elegante: né da diva né da stracciona. Stringeva ai fianchi, che novità: i sarti l’avevano immaginato per i manichini, o per ragazze che si precludevano i piaceri della vita pur di non far dispetto alla bilancia. Su una di quelle cosette da passerella sarebbe stato divinamente: senza grinze, strane pieghe o disgrazie. Miriam però si piaceva, e la sua amica, dietro di lei allo specchio, le faceva l’occhiolino in cenno di assenso.
     «Tu però non puoi venire,» le dovette ricordare Miriam, severa. «È una serata per me e lui soltanto, lo sai bene.»
     «Ah, sì, chiaro… certo!»
     «Non fare i capricci,» si voltò e le carezzò una guancia. «Sei la mia migliore amica, ma non posso portarti sempre appresso.»
     «Comodo!» protestò l’altra. Miriam la vide girare per la camera da letto, piagnucolare e tenerle il broncio. Poi tornò all’assalto: «Sai cosa? È stata una mia idea quella di parlargli, te lo ricordi? Chi è che ti ha detto “parlaci, dai, è bono”? Giustamente mi hai ascoltata, perché delle due sono io quella che sa cosa fare. Ti vestivi come una pezzente, lasciatelo dire; se non ci fossi stata io, uno come lui ti avrebbe al massimo portata a letto per pena, per pietà! E ora me ne dovrei pure stare a casa, da sola. Una bestia, io. Un animale da compagnia e poco più. Sei perfida, Miriam.»
     «Non dire così. E non piangere, su…»
     «Piango eccome!» le scostò la mano. «Quanto, per ‘sto schifo? Trecento euro? Cinque? Per cosa, sii onesta: per farti risaltare il culone?»
     «Ehi, bella, ora diamoci una calmata.»
     «Oh, come no! Se te lo dice lui che c’hai il culone allora è festa. Che strano, eh? Mi dicevi: “Ieri notte m’ha detto che ho il culo grosso, però a lui piace, quindi è una cosa positiva.”»
     «Sei invidiosa,» sentenziò Miriam, disdegnata. «Tu lo volevi per te.»
     «Per… ha! Per me? Quello? Ma sei ammattita?»
     «No.»
     «No?»
     «No.»
     «Proprio no?»
     Ci pensò su: «No.»

Miriam e la sua migliore amica si sedettero sul divano. Stoffa liscia e odorosa, mica roba da poveri.
     «Alice? Sei ancora offesa?» Miriam tentò di avvicinare l’amica. Lei spostò lo sguardo lontano e sospirò. «Hai ragione, piccola mia. Sei la più coraggiosa tra noi.»
     «E?»
     «E sai sempre cos’è giusto fare.»
     «Precisamente!» Alice balzò in piedi e rise. Batté le mani per richiamare l’attenzione di Miriam; pareva in procinto di fare un discorsone, ma appena sentì le sirene della polizia si quietò. Occhieggiò verso l’amica nel vestito rosso e si allarmò.
     «Non puoi disperarti ogni volta che senti una sirena,» Miriam la raggiunse e l’abbracciò. «Torna a sedere, va tutto bene.»
     «D’accordo,» le obbedì e si sedette. Pareva tanto leggera, Alice, che il cuscino del divano nemmeno si deformò sotto il suo peso. Ma a occhio e croce, avrebbe dovuto pesare almeno sessanta chili.
     «Devo farmi i capelli, Alice, mi aiuti?»
     «Non posso. Ti guardo da qui, va bene uguale?»
     «Certo.»
     Miriam tornò allo specchio ovale, si adagiò con cura su uno sgabellino con la seduta morbida, di stoffa damascata. Prese una spazzola e cominciò a pettinare i lunghissimi filamenti di seta dorata. Alice la guardava incantata: la sua migliore amica era bellissima, una vera principessa! E Miriam, dal canto suo, sapeva d’essere osservata, scrutata con attenzione. Poi, qualcuno batté contro la parete. Pugni.
     «Vai a controllarlo tu?» fiatò Miriam, mentre canticchiava.
     «Non posso lasciare la stanza se non vieni con me.»
     «Oh, già,» sospirò. «Perché pensi che si dibatta?»
     «Sarà ansioso di andare a cena con te, è ovvio! Vorrà farti la proposta, te lo dico io,» Alice si colorò di emozione. «È il tuo principe azzurro, Miriam. Vuole sposarti, senza ombra di dubbio.»
     «Ho fatto bene a tenermi pura per lui?»
     «Hai fatto benissimo!»
     «Però tante volte le tue parole mi hanno fatto vacillare, Alice.»
     «Sono spesso irruenta, lo sai; non penso molto a ciò che dico. Ma tu hai resistito, dico bene? Ora sei qui, sei incantevole e lo sei solo per…» Alice si bloccò al suono della sirena della polizia. «Ho paura,» vibrò.
     «Non averne.»

La porta dell’appartamento saltò per aria. Schegge di legno rimbalzarono sulle pareti e la squadra irruppe nel piccolo atrio. Davanti a loro, dopo un breve corridoio, una donna silenziosa in un abito rosso si pettinava i capelli.
     «Cercate il ragazzo! Cercatelo nelle altre stanze!» urlò il poliziotto ai colleghi. Si rivolse poi alla donna: «Metti le mani dietro la testa! Posa il pettine e metti le mani dietro la testa!» avanzò di un passo.
     «Alice… aiuto!»
     La videro rivolgersi al vuoto divano.
     «Non muoverti, mani dietro la testa!» strillò l’uomo. Fece pochi gesti col braccio e i colleghi si sparpagliarono nella stanza. «Mani in vista.»
     «Voglio solo che lui mi sposi…» Miriam pianse e cadde in ginocchio.
     «Capitano, è solo una povera ragazza, non dovremmo urlare così,» propose un giovanotto.
     E fu l’ultima cosa che disse. La donna col vestito rosso cominciò a volteggiare per la stanza come una furia. Da dietro la schiena tirò fuori una mannaia da macellaio e aprì in due la testa del giovane poliziotto, ignorando del tutto la resistenza offerta dal caschetto.
     «Aprite il fuoco!»
     Spararono. Fiumi di proiettili. Il tintinnare melodioso dei bossoli sul pavimento di marmo intonò la marcia nuziale. Miriam danzava, si piegava, saltava, si fletteva e nessuno dei colpi riusciva a tangerla.
     «Alice,» sibilò mentre la mannaia decapitava il capitano della squadra d’assalto. «Vuoi ballare con me, prima che mi sposi?»
     «Certo.»
     E ballarono. Sui corpi caldi. Sul sangue viscoso. Il lungo abito da sera porpora, ma nemmeno troppo, giusto rosso, un po’ cremisi e all’ombra un po’ bordeaux, si macchiò di un colore che non stonava affatto.



Pubblicato in LIBRICK SCELTI PER VOI, Narrativa

Commenti

  1. Tiziano Pitisci

    Giovanni! Sono troppo di parte perchè adoro le storie truculente, ma questo LibriCK è un piatto prelibato pieno di ingredienti horror, da gustare parola per parola. Sei un maestro nel raccontare l’epilogo di una storia lasciando intuire la trama sottostante (che per esigenze di battute non hai potuto raccontare). Bellissimo, mi è piaciuto tanto.