Primo interrogatorio

Serie: Dall'inferno un fiore

Anita percorre il corridoio che taglia il piano seminterrato della questura. Il traffico di via Strinella da una parte e di viale Panella dall’altra fa vibrare il pavimento. Ogni volta l’istinto le manda un impulso – scappa – che muore appena lei realizza che non si tratta del terremoto.

Apre la porta di alluminio che introduce nella “stanza delle meraviglie”, come la chiama Luca. La stanza non le è mai piaciuta: muri bianchi come il nulla, con una parete rotta solo da una finestra bassa che confina col soffitto, sempre aperta a vasistas per permettere al lezzo di muffa di evadere. Anita arriccia il naso: anche oggi la puzza di marcio ha deciso di restare.

Lele, così le hanno detto che si chiama, sta seduto a un capo del tavolo, anch’esso di alluminio. Con gli incisivi pilucca le pellicine intorno al pollice. Dall’altra parte, siede di schiena una poliziotta.

Anita scorge un sudoku. «Buona sera.»

L’agente sobbalza leggermente, e si affretta a infilare il sudoku e la penna nella tasca posteriore dei pantaloni, prima di voltarsi. «Salve, lei deve essere…»

«La psicanalista ausiliaria» risponde Anita, liberandola dall’imbarazzo. Quindi rivolge lo sguardo a Lele. Il ragazzino somiglia ai putti raffigurati nella “Madonna Sistina”. Il viso è tondo e pieno. I capelli sono così fini e lisci da sembrare piume di uccello. Tiene le pupille verso l’alto, e appare assente. I profondi occhi neri la spingono a chiedersi dove conducano.

«Vi lascio soli.» La poliziotta la supera con passo svelto e se ne va richiudendo la porta.

Un brivido le percorre la schiena. Anita non se lo spiega, o forse non se lo vuole spiegare.

Lancia un’occhiata verso la telecamera posta in alto, sul muro di fronte al tavolo. L’occhio di Luca e dei suoi segugi. Vorrebbe sputare sull’obiettivo per ricordare loro che se il bimbo non fosse solo al mondo non si sarebbero presi la libertà di avviare un interrogatorio preliminare senza un avvocato d’ufficio.

Si siede al posto della guardia. Lele smette di sgranocchiarsi il dito. Gli occhi sono rivolti a lei, ma non la vedono. Lo sguardo si ferma prima, come se tra loro due ci fosse un qualche siparietto, uno spettacolo che rapisce l’attenzione del bambino.

«Ciao, Lele. Io sono la dottoressa Mancini, ma tu puoi chiamarmi Anita» gli dice sorridendo «proprio come mi chiamano i miei amici.»

I loro sguardi s’incrociano, solo un attimo. Quindi quello di lui fugge sulla mosca che si sta sfregando le zampe al centro del tavolo.

«Ce l’hai la mamma?» le chiede, continuando a fissare l’insetto.

Anita non se lo aspettava. I suoi pazienti non fanno mai la prima mossa. «Non più.»

La risata del ragazzino trasforma il brivido in sospetto. Una folata di vento entra dalla finestrella e le lambisce il collo. È una carezza di freddo umido. La dottoressa si accorge che sta iniziando a sudare.

«Lui ce l’ha» le dice, accennando un sorriso impersonale e ritornando subito serio.

Le sembrava una delle espressioni facciali di Tony.

Anita ripensa alla telefonata con Luca: parla di un certo lui che avrebbe spinto la madre per le scale. Forse è ancora presto per chiederglielo. Ma più cresce il sentore e più aumenta il desiderio di andarsene, di abbandonare il ragazzo. E al diavolo i sensi di colpa. «Lui è un tuo amico?»

La mosca vola via, Lele la segue per poi puntare lo sguardo al soffitto. «Dall’inferno un fiore è sbocciato. Dalla terra il rancore l’ha estirpato. Dall’inferno un fiore…» Oscilla col busto, avanti e indietro, rapito da quella nenia insensata.

Anita sente il sangue che le pulsa nelle orecchie. «Ma come sei bravo» dice, con tutta l’enfasi della dissimulazione. «Cos’è, una poesia che hai imparato a scuola?»

Lele si torce le dita di una mano. «Gli piace leggere.»

Anita non può fare a meno di osservare ogni gesto del bambino, ogni espressione appena abbozzata, di osservare quello sguardo che non vuole saperne di incrociare il suo, di mettere in fila le risposte e capire che non c’è nessun filo a collegarle. Le gambe, lo stomaco, le braccia, le labbra hanno preso a formicolarle. Fa due lunghi respiri nel tentativo di non farsi accecare dal panico.

«È lui che te l’ha…»

Lele la interrompe. «La poesia, lui l’ha scritta alla mamma.» Appare agitato, tanto che adesso dondola più veloce. «Oltre a scrivere, legge tanto.» La sedia stride sul pavimento al ritmo delle botte che dà allo schienale. «Pagina ottantuno: “Le tigri e i leoni non si scontrano mai”; centonovantuno: “Giochiamo a chi sono?”; trecentouno…»

Anita rabbrividisce, le manca il fiato. Lele sembra un automa che esegue un programma di accesso casuale a un archivio di libri.

«… pagina trentotto: “a volte un sigaro è solo una cosa che si fuma, e un racconto è solo un racconto”.»

Continua a citare frasi scollegate, pronunciandole sempre più rapidamente. Il presentimento di una memoria infallibile ma selettiva s’insinua in lei, e si sviluppa come un cancro al cervello, al cuore, all’anima.

La stanza gira. Anita è immersa al centro di un vortice. Il vortice di una crisi di panico. Non c’è aria e le immagini si sovrappongono. Mezzo tavolo è stato inghiottito dal muro. Il viso del ragazzo si deforma, muta. Adesso è quello di Tony cadavere, pallido e gonfio. Ritorna quello paffuto di Lele. Tony, Lele, Tony, Lele… numeri di pagina e frasi di romanzo continuano a mitragliarla. Anita si tappa le orecchie con le mani, chiude gli occhi. Vede il sospetto prendere forma, vede Tony che ride piegato a terra mentre la indica col dito.

Ancora non ci arrivi, angelo?

La sua voce le rimbomba nella testa. Erano sei anni che non si faceva vivo. La risata sguaiata echeggia nella stanza, o forse solo nella testa di Anita. Lei si alza, barcolla, si appoggia al tavolo. Tira fuori il cellulare e finge di rispondere a una chiamata.

«Pronto, papà?» Potrà sempre dire che aveva impostato la vibrazione. «Come dici?». Fa una pausa di qualche secondo. «Vengo subito.» Simula il gesto di chiudere la chiamata e infila il cellulare in tasca.

Lele continua a vomitare citazioni.

Anita si porta sotto la telecamera. «Apritemi, presto!» urla. «Papà è al pronto soccorso.»

Il senso di colpa si risveglia: sei una vigliacca, angelo.

«Dall’inferno un fiore è sbocciato.» Adesso le parole vengono pronunciate lentamente e il tono è piagnucolante. «Dalla terra lei l’ha strappato.»

Anita aggrotta la fronte. Il cuore smette di scappare, perde battiti, e poi ritorna a camminare. La stanza adesso è ferma, nitida come mai prima. Il respiro sta tornando regolare. L’impatto delle ultime due strofe ha annientato anche il panico. Si volta lentamente verso il ragazzino che sta in silenzio con lo sguardo basso, come se stesse guardando un piede del tavolo. Si chiede se, a parlare, sia stato lui o la voce della sua mente mentre inscenava un altro gioco di prestigio.

La porta si apre. Sulla soglia sta la poliziotta di prima. La camicia blu si gonfia e si sgonfia sul petto. «Se serve, possiamo accompagnarla con una volante.»

Anita finge di sorprendersi portando una mano in tasca. Tira fuori il cellulare e continua a recitare. «È un messaggio di zia. Sta andando lei.» La voce è calma e decisa. «Mi sono agitata inutilmente. Ci andrò quando avrò finito, ma resti qui» dice alla donna. «Ho bisogno di cinque minuti di pausa.» Quindi si avvia verso la porta.

L’agente borbotta qualcosa che lei non riesce a sentire. Prima di uscire, Anita si volta.

Lele quasi sorride.

Serie: Dall'inferno un fiore
  • Episodio 1: Prologo
  • Episodio 2: Anita
  • Episodio 3: Primo interrogatorio
  • Episodio 4: Diagnosi
  • Episodio 5: Secondo interrogatorio
  • Episodio 6: Suo l’amore (parte I)
  • Episodio 7: Suo l’amore (parte II)
  • Episodio 8: Mio lo strazio
  • Episodio 9: Epilogo
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    Commenti

    1. Marco Travaglini

      Ho trovato finalmente il tempo di continuare a leggere la serie. Bellissimo episodio, con moltissime semine. Mi concentro solo su un dettaglio:
      “Il traffico di via Strinella da una parte e di viale Panella dall’altra fa vibrare il pavimento. Ogni volta l’istinto le manda un impulso – scappa – che muore appena lei realizza che non si tratta del terremoto.”

      Quanto è vero. Ogni camion che passa sotto casa è un tormento che risveglia la paura, ogni serranda che si chiude è un colpo al cuore.

      1. Massimo Tivoli Post author

        Grazie, Marco, per il tuo tempo. Il tuo parere è molto importante per me. Spero di non deludere col seguito 😉

    2. Giuseppe Gallato

      Questo episodio è serio, forte, trascinante; si comincia a entrare nel vivo della storia. Anche qui i dialoghi si sposano perfettamente con la narrazione e l’ambientazione. Tante poi le frasi che ho trovato interessanti, ma più di tutte quella finale, che a mio avviso chiude ottimamente il capitolo: “Lele quasi sorride”. Complimenti! 🙂

      1. Massimo Tivoli Post author

        Grazie, Giuseppe. Un apprezzamento da parte tua per me è un bel incoraggiamento 😉

      1. Massimo Tivoli Post author

        Grazie, Sara, per l’interesse nella serie e per le belle parole. Mi fa molto piacere.

    3. Dario Pezzotti

      Altro episodio riuscito (sei velocissimo). Il personaggio di Lele è veramente strano come hai detto. Ho notato uno stile di scrittura più semplice rispetto al passato, ma non per questo meno efficace. Grazie per questa serie, Massimo!

      1. Massimo Tivoli Post author

        Grazie a te, Dario, per dedicargli il tuo tempo e per i commenti gratificanti. Non sono velocissimo 🙂 è che la serie l’ho scritta già tutta. In questi giorni revisiono, capitolo per capitolo, e posto. Non sono capace a scrivere una serie, specialmente se è di genere thriller, d’istinto, un capitolo alla volta senza sapere dove andare a parare. Ho bisogno di tutto il progetto e di una prima bozza. Per questo posto giornalmente 🙂 Sì, lo stile di scrittura è più asciutto, in funzione del tipo di storia. Sono contento che Lele ti incuriosisca. Tra poco si capirà meglio chi è.

    4. Marta Borroni

      La descrizione degli ambienti mi piace molto, come un arredatore di parole, riesci a trovare l’angolo giusto ad ogni frase, punteggiatura compresa.

      Un episodio che mi piace particolarmente, forse anche per frasi come “Lele continua a vomitare citazioni” che mi fanno sentire aggrappata, letteralmente, alla storia che sto leggendo.
      La serie sta scorrendo molto bene, bravo!