Proteggere e Servire

Serie: Inganno Imperfetto

Tutti i giorni John Anderson torna a casa dopo una giornata di duro lavoro. Cucina, pulisce, ascolta un disco, legge un libro e si sdraia sulla poltrona della Game Enterprise per collegarsi al “gioco”. Eppure, la sua non è una vita normale, soprattutto dopo il tramonto. Perché John, nella realtà virtuale, è noto come Alan ed è un efferato assassino che miete vittime al ritmo di due al giorno.

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Sakura, titubante, si inginocchiò, chiuse gli occhi e aprì leggermente la bocca. Alan raccolse da terra la minigonna della ragazza, poi le mise la mano sinistra dietro alla nuca e le sussurrò: «Aprila ancora un po’».

Non appena Sakura ebbe eseguito quest’ultimo ordine, Alan, con tutta la forza che aveva nelle braccia, infilò la minigonna nella gola della malcapitata, stroncandole sul nascere un urlo di dolore. La ragazza spalancò gli occhi terrorizzata e cercò di divincolarsi, ma la presa di Alan era troppo forte.

«Non urlare, non ti succederà nulla. Non devi avere paura di me, non ti voglio far male» la rassicurò il ragazzo, afferrandole la gola con entrambe le mani.

Il bracciale al polso di Alan iniziò a lampeggiare di giallo.

«Maledetti figli di puttana!» urlò, furibondo. «Avrei voluto farti assaporare meglio cosa fosse il vero dolore» ghignò, fissandola.

«Mmmmmm mmmmmm!» urlò Sakura. Il terrore prese il sopravvento e le lacrime iniziarono a solcarle le guance. Tentò, inutilmente in tutti i modi, di divincolarsi dalla presa al collo.

«Mi sono rimasti solo cinque minuti e cercherò di godermela fino all’ultimo secondo. Avrai quello che meriti, stronzetta!» esclamò Alan, tirando una testata sul volto della ragazza.

«Mmmmmmm mmmmmm!» urlò la poveretta. Il colpo le ruppe il naso, causandole una copiosa fuoriuscita di sangue.

«Muori, essere insignificante!».

Alan strinse ancora di più la presa intorno al collo di Sakura, che lentamente smise di lottare. Gli occhi le rotearono nelle orbite e le braccia si afflosciarono lungo i fianchi.

«Brava! Lasciati andare» sibilò Alan, allentando la presa. Le tolse la gonna dalla bocca e la stese con dolcezza sulla sabbia.

Sakura emise un flebile lamento.

«Sei fantastica» sorrise compiaciuto. «Forza, torna alla vita!».

Il ragazzo l’afferrò per una gamba e la trascinò fino al bagnasciuga, poi la sollevò di peso e la scaraventò in acqua.

«Aiuto! Aiuto!» rantolò dopo qualche secondo, Sakura, con un filo di voce. «Aiuto!».

«Vieni qui, lascia che ti aiuti» la rassicurò Alan.

«Vattene via, figlio di puttana! Aiuto!» urlò, cercando di nuotare per scappare.

«Centoventi secondi alla disconnessione. Devo sbrigarmi» ringhiò, tuffandosi in mare verso la ragazza. La raggiunse in pochi secondi, le afferrò la testa e la spinse sott’acqua.

«È ancora piena d’energie e senti come si dimena» scoppiò a ridere. «Avrei voluto dedicarle più tempo…» sbuffò meditabondo.

Sakura smise di lottare, l’aria nei polmoni venne sostituita dall’acqua salata del mare e il cuore, inesorabilmente, le si fermò.

“Disconnessione forzata in corso” lampeggiò improvvisamente nel visore di Alan.

«Fottuti stronzi!» urlò furibondo.

Il menù d’ingresso del gioco si era dipinto di color rosso porpora e la scritta “Attenzione” lampeggiava a caratteri cubitali.

«Ho capito, ho capito! L’ho visto che mi avete disconnesso e l’ho anche sentito» ringhiò John Anderson, il ragazzo che nel gioco si faceva chiamare Alan. La disconnessione forzata gli causava sempre dei mal di testa e così, dopo essersi tolto il visore, prese a massaggiarsi le tempie. Prima di alzarsi dalla poltrona fece dei profondi respiri e si prese qualche istante per far sbollire la rabbia mista all’eccitazione.

«Ci vogliono una sigaretta e un flacone di Vicodin» sospirò.

Si mise seduto e prese una Lucky Strike dal pacchetto appoggiato sul tavolino vicino alla consolle di gioco. L’accese con un fiammifero che non spense subito aspettando che arrivasse fino ai polpastrelli. Aspirò una lunga boccata, trattenne il fumo nei polmoni per alcuni secondi e poi lo fece uscire, creando dei cerchi che fluttuarono verso il soffitto. Si alzò in piedi e fece qualche passo verso la finestra della stanza. Fuori era buio, dovevano essere le dieci di sera. Il ragazzo vide la propria immagine riflessa nel vetro: si osservò per qualche istante prima di scuotere la testa come se volesse scacciare dei brutti pensieri. John aveva una trentina d’anni, la barba incolta, i capelli neri arruffati, gli occhi grigi ed era di media statura. Indossava dei jeans strappati, una camicia bianca che teneva fuori dai pantaloni e una cravatta arancione con il nodo molto lento. Con passo indeciso, raggiunse il piccolo bar che aveva nel soggiorno, si versò dello scotch in un bicchiere e, assaporandolo, si sedette su uno sgabello. Estrasse due capsule di antidolorifico dalla boccetta e le inghiottì. Lo sguardo del ragazzo si posò sulla pistola appoggiata sopra al bancone; avvicinò la mano come per afferrarla, ma all’ultimo momento ci ripensò e con l’indice della mano sinistra ne percorse i bordi arrotondati e lisci. Fece poi scivolare il dito lungo il bancone fino ad arrivare al distintivo.

«Proteggere e servire» sussurrò, afferrandolo con due dita. «Odio questo posto, questa prigione senza sbarre, questo pianeta infetto!» urlò, scagliando il distintivo contro la parete.

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«Buongiorno, sergente Anderson» lo salutò il poliziotto che controllava gli ingressi al distretto di polizia.

«Buongiorno» rispose John, dirigendosi verso l’ascensore.

Dopo qualche secondo le porte si aprirono, entrò e spinse il numero quattordici, il piano della sua unità.

Non ci volle molto per salire. Quando varcò la soglia, venne investito dal trambusto causato dai suoi colleghi.

«Buongiorno, John, il capo ti sta aspettando» lo informò subito Peter, il poliziotto della reception.

«Grazie» sussurrò infastidito. Non aveva nessuna voglia di parlare con il Capitano McBrain.

Il quattordicesimo piano era un ufficio open space con soltanto quattro stanze chiuse: lo spogliatoio con i bagni, l’ufficio del capo, la sala rimproveri e la saletta degli interrogatori.

Cercò di sgattaiolare fino alla propria postazione, sperando che nessuno lo notasse, ma ovviamente non fu così.

«Il capo ti aspetta» lo avvertì un altro dei colleghi.

«Grazie» mugugnò John.

Fece altri due passi.

«Il capitano ti sta cercando» disse un altro agente.

«Va bene, grazie».

Superò con agilità due postazioni vuote.

«Buongiorno, John, indovina chi ti sta cercando?» gli chiese, sorridendo, Sandra, la sua compagna di lavoro.

«Lasciami indovinare» sbottò il ragazzo «Satana?».

«Hai vinto una bambolina!» gli fece una pernacchia.

Sandra aveva qualche anno in più di John, era alta quasi un metro e novanta, aveva dei capelli corti neri, gli occhi scuri e i lineamenti del viso mascolini ed era un po’ sgraziata nei modi di fare.

«Sai dove puoi infilartela?» ringhiò John.

«Prova nel tuo, scopriresti nuovi mondi!» rispose Sandra, strizzandogli l’occhio.

«Cosa avrò fatto nella mia vita passata per meritarmi tutto questo?» piagnucolò John chinando la testa verso il pavimento.

«Anderson!» tuonò un uomo dall’altro lato dell’ufficio. «Nella saletta, ora!».

John sbuffò, afferrò il tablet nero appoggiato sulla sua scrivania e si diresse dal capitano McBrain.

McBrain era un uomo sulla cinquantina, pelato e dalla corporatura massiccia. Aveva lavorato nell’esercito per una decina d’anni, ma poi aveva deciso di mettere su famiglia ed era entrato nella polizia di New York.

«Buongiorno, capo!» esclamò John, sorridendo e chiudendo la porta dietro di sé.

«Ti stavo cercando» lo scrutò McBrain.

«Nessuno mi ha avvertito, altrimenti mi sarei precipitato qui immediatamente!» rispose velocemente, grattandosi la nuca.

«Davvero?» McBrain socchiuse gli occhi. «Immagino tu voglia farti molti amici qua dentro» sibilò ironicamente.

«Non più del necessario» arrossì. «Sono qui per arrestare i criminali, non per socializzare».

«Non mi piaci, Anderson, ma non sono qui per farti la corte» arricciò il naso. «Siediti!» Sbatté un pugno sul tavolo. «Sei pronto per la missione di oggi pomeriggio? Il minimo errore metterà a rischio l’intera operazione!».

«Non è di me che si deve preoccupare» sbuffò John.

«Sei il più dotato idiota del gruppo… di chi mi dovrei preoccupare?» urlò il capitano, diventando paonazzo.

«So che cosa intende e non permetterò al mio lato narcisista di mettere a rischio i miei compagni. Mi atterrò al piano e non farò di testa mia. Ora è contento?» sorrise.

«Fottuto stronzetto, prova a farmi arrabbiare e ti farò rimpiangere di essere passato dalla parte dei buoni».

«Potrebbe rendermi la vita più merdosa di così? Nemmeno se mi spedisse sulla Luna, deve credermi. E ora, se ha finito con le cazzate, vorrei ricontrollare il malware che ho progettato».

Il Capitano gli fece cenno, con la mano, di andarsene.

«Ti tengo d’occhio, signor Anderson. Cerca di non farmi incazzare».

John se ne tornò alla propria scrivania, rimise a posto il tablet e si mise seduto.

«Tutto ok?» chiese Sandra, preoccupata.

«Ma sì, certo. È solo in ansia per l’operazione Ulisse». Fece una breve pausa e poi continuò: «Ho studiato tutto nei minimi particolari e non potrà che finire con l’arresto di quei fomentatori».

«Facciamo tutti il tifo per te» sorrise.

«Ma fatemi il piacere!» mugugnò mostrando il dito medio. «Se hai finito di rompere, avrei del lavoro da fare».

«Sei proprio uno stronzo!».

John fece spallucce, accese il computer e iniziò a ricontrollare il malware e i dettagli della missione.

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«Sì, sì, non fermarti!» ansimò, Sandra. «Ti prego continua così, ci sono quasi».

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Serie: Inganno Imperfetto
  • Episodio 1: Combatti o Muori
  • Episodio 2: La Cicatrice
  • Episodio 3: Religioni
  • Episodio 4: Game Enterprise
  • Episodio 5: Clergyman
  • Episodio 6: Proteggere e Servire
  • Episodio 7: Hacker
  • Episodio 8: Il Quarto Sacramento
  • Episodio 9: La Prigione
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    Commenti

      1. Andrea Bindella Post author

        Ciao Dario, grazie per aver letto anche questo capitolo! 🙂
        Anderson è una “bravissima” persona vai tranquillo. XD
        Sono contento che ti sia piaciuto il LibriCK.
        Un saluto.
        A presto.

      1. Andrea Bindella Post author

        Ci sono due o tre personaggi ai quali mi sono già affezionato, Anderson è uno di questi! 😉
        Grazie Giuseppe per essere arrivato fin qui. 🙂
        A presto!

    1. Micol Fusca

      Ciao Andrea, alla fine hai aperto il palmo offrendoci le famose pillole 😉 Apprezzo le caratterizzazioni dei tuoi personaggi perché sono “umane”, imperfette: li rendi vivi nonostante i racconto prenda il volo liberando visioni fantascientifiche. L’apparenza inganna, ogni uomo nasconde in sé un mostro: è quanto hai descritto egregiamente in questo episodio. Troppi Anderson camminano in questo mondo.

      1. Andrea Bindella Post author

        Ciao Micol! 🙂
        Grazie per aver letto anche questo capitolo, sono contento che ti sia piaciuto.
        E’ vero che ci sono troppi “Anderson” nel mondo ma l’apparenza continuerà a ingannare fino all’ultima pagina della storia. 😉

      1. Andrea Bindella Post author

        Ciao Daniele!
        Com’è andata la visione del film? 😉
        Grazie per aver letto anche questo capitolo. 🙂

    2. Antonino Trovato

      Ciao Andrea, la storia diventa sempre più affascinante, intrigante, tenendo costantemente il lettore col fiato sospeso, in cerca di un briciolo di risposta che alla fine, ovviamente, non giunge. Io di questo John diffiderei, e poi, il suo cognome, Anderson, mi ricorda il signor Anderson… un omaggio a Matrix? Va beh, complimenti per l’ennesimo episodio ben condotto😁!

      1. Andrea Bindella Post author

        Ciao Antonino, grazie per aver letto anche questo capitolo e per gli “orrori” che hai individuato! 😉
        Sì, ho voluto fare un omaggio a Matrix. Mi risuona spesso nella mente la voce dell’agente Smith quando dice “Signor Anderson” e quel tono che usa nel film è molto azzeccato per il John Anderson di questa storia. 🙂
        Sono contento che ti sia piaciuto, vedrai che andando aventi con la storia le risposte arriveranno… come per il telefilm LOST! XD