Quarantatré rami

Eldo guardò il cruscotto: erano appena le undici e trentatré.

Imboccò il viadotto.

Quanto gli bruciava. Dopo due anni di matrimonio, ogni giorno a lavoro in ospedale per realizzare il loro sogno di trasferirsi all’estero, lei lo butta fuori casa dopo essere anche tradito!

Non aveva mai urlato così tanto in vita sua.

Con rammarico ricordò.

Era appena tornato a casa con un bel pacco di cioccolatini, i preferiti di lei. Era disposto a passare sopra tutto ciò che era successo qualche settimana prima con la scoperta dell’altro.

Però lei l’ha mandato via. L’ha totalmente rifiutato.

La rabbia salì improvvisamente. Accelerò e sorpassò un’auto.

«Deficiente!» urlò ad un furgoncino di qualche club sportivo che gli tagliò la strada.

Lei era tutto ciò che aveva. Si sentì all’improvviso così solo, un nodo alla gola.

Ma avrebbe reagito. Sarebbe andato a sud, dal suo amico d’infanzia, che già due anni fa lo avvertì: “a me lei non convince”. Lui credeva fosse gelosia, ma forse teneva solo a fagli aprire gli occhi.

«Guarda quello!» disse Abigail. «In questo paese non hanno proprio regole sulla strada, ci hai fatto caso?»

«Si credono i padroni della strada. Già è difficile abituarsi alla guida storta che hanno, in più guidano così! Beh, almeno siamo quasi arrivati. Ragazzi, preparate le fotocamere, e mettetevi seduti per bene».

«Mamma, Benjamin mi dà i pizzichi!»

«Non è vero!» rispose il fratellino lamentandosi.

«Ben! Fai i capricci da quando siamo partiti. La prossima volta ti lascio da nonna».

«Mi ANNOIO!» continuò il bambino, «tra quanto arriviamo?!»

«Un po’ di pazienza. Dopo aver superato il ponte mancherà solo una mezz’oretta. Tanto sono appena le undici e trentatré, visiteremo gli scavi per pranzo».

«Hai capito quindi? Linda, mi ascolti?»

«Sì ho capito, però guarda avanti! Calogera, il pullman!» si agitò indicando alla sorella.

«Sì sì lo vedo, ma ascoltami! Hai quasi finito il corso di qualificazione. Inizia già a pensare all’esame, così una volta passato potremo finalmente aprire il salone insieme a Zia. Farai con noi l’inserimento pratico di un anno».

Linda sbuffò. «Tu la fai facile. Chissà se lo supero! Sono passati due anni però non mi sento pronta ancora. Se sbagliassi il taglio? O peggio, se tagliassi per sbaglio un orecchio al cliente?!»

«Non fare la scema. Esercitati sul fantoccio che ti ho regalato al compleanno. Tutto sta nella mano. Devi guardare bene anche le simmetrie: quello è il punto più importante. E poi tieni sempre presente i tagli che hai imparato».

«Si certo. Fosse solo quello…»

Calogera guardò l’ora. «Sono già le undici e mezza passate! Mamma ci ucciderà se non l’aiutiamo per il pranzo di Pasquetta».

«Sì, ma non correre!»

«AH AH AH!»

Fortunato guardò l’ora: le undici e trentaquattro.

Alle dodici sarebbe stato presente alla sua prima mostra!

Solo qualche giorno fa venne contattato online dal gallerista, lì a nord.

Un camion lo sorpassò.

Dopo anni di dipinti sul sito, contatti mai più sentiti, vendite irrisorie, avrebbe avuto la possibilità di far conoscere il suo astrattismo.

E una volta guadagnato qualcosa avrebbe anche potuto aprire la scuola! Non vedeva l’ora di confessarlo alla compagna. Le avrebbe fatto una sorpresa, visto che si preoccupò al suo ritiro dall’insegnamento all’accademia. Non era un bell’ambiente.

Questo avrebbe risolto tutto.

Guarda a quello come corre, pensò Ignazio, rallentando. Prima bussa, poi sorpassa a destra!

Peggio per lui.

L’allenatore guardò l’orologio. «Squadra, vi voglio carichi» disse severo ai ragazzi, già con la divisa indosso, «sono le undici e trentaquattro. Tra un’ora abbiamo la partita più importante di queste trasferte. Va vinta a tutti i costi!»

«Sì Mister!» risposero in coro i ragazzi.

La mia squadra quest’anno arriverà in finale, me lo sento. Essere severi è servito.

Marco, Luca, Mario, Alessio, Alfonso e Gianpaolo, Luigi, Giuseppe e Giuseppe secondo, Michele, Ippolito. Ah, cosa sarei senza questi ragazzi?

Ignazio sospirò soddisfatto, ricco di carica focosa.

Peccato che Dario non sia venuto. Si perderà una grande partita!

«Amando, passami l’acqua».

Il ragazzo aprì lo zaino e passò la bottiglia a Gaio.

Finalmente, dopo giorni di studio intenso per l’università, erano in viaggio verso nord per raggiungere i ragazzi alla grigliata di Pasquetta.

Però Amando era in struggimento. Isabella, alla guida, era il suo amore nascosto – solo Gaio ne era a conoscenza (e bell’amico, a mettersi davanti!) – e da giorni aveva deciso di farsi finalmente avanti alla famosa grigliata.

Ma Amando non aveva la più pallida idea di come fare!

«Gaio, puoi prendere anche la mia bottiglietta per favore?» chiese Isabella.

«Ma certo!» rispose subito il ragazzo.

Ci fu uno sguardo d’intesa tra lui e Gaio. Lui fece delle smorfie, come a dire: “andiamo, dille qualcosa, fatti avanti!”

Ma Amando scosse la testa. Non sapeva cosa dire. Se avesse detto la cosa subito? No, meglio di no. Non era il caso, lui era dietro, e lei guidava; non era il momento.

Sospirò guardando l’orologio: le undici e trentaquattro. Manca un’ora e mezza.

Poi con determinazione si disse: d’accordo, le confesserò il tutto una volta lì.

«Resisti, resisti! Siamo quasi arrivati» urlò Gioino.

Gioconda era stesa sui sedili posteriori, gambe all’aria, pancione all’insù.

«ECCONE UN’ALTRA!» gemette.

«Oddio!» Gioino guardò l’orario. Erano le undici e trentaquattro. Le contrazioni erano sempre più frequenti!

Ce la faremo!

«Amore distraiti. Pensa al nome – quello scelto da me! – e anche al fatto che grazie alla nuova assunzione potremmo permetterci una nuova casetta per tutti e tre! Non è meraviglioso?»

Gioconda gemette un’approvazione, poi rise. «I Bianchi stanno per avere una nuova compagnia».

“Fai quello che cazzo vuoi!”

Tyna posò il cellulare. Quante volte aveva sentito quell’audio. Quante volte aveva riso.

Obbligata a studiare, obbligata a frequentarsi con il figlio del direttore di banca del padre, obbligata a seguire le sue orme.

Erano stati tempi duri per la dolce, piccola, debole Valentina. Ma da un anno era rinata.

Era Tyna oramai – con la “y”.

Un anno fa il suo duro carattere era esploso con tale naturalezza che si sentì all’improvviso libera.

Abbandonò la famiglia, l’idiota del ragazzo e la sua vecchia vita. Si fece assumere per una ditta di consegne e si fece subito rispettare tra i colleghi, malgrado tutti l’ostacolassero per l’essere donna.

Amava vivere nel suo camion, e scappare, viaggiare, esplorare. Non riusciva più a stare ferma.

Aumentò il volume della radio, sorseggiò il suo succo e si godé, fiera dei suoi traguardi, il panorama dal viadotto.

“Sono le undici e trentacinque. Ed ora: Dvořák, sinfonia “Dal Nuovo Mondo”.

«Che deficienti. Pensavano davvero di poter tenere incatenata ai loro nobili ideali l’unica figlia che avevano? Patetici. La mia vita è dove il prossimo indirizzo mi condurrà!»

Zito deglutì nervoso. Oramai non poteva tirarsi indietro.

Sotto al fatiscente Viadotto Munnazzi c’erano sempre Adamo e la sua compagna a spacciare.

Non aveva mai comperato stupefacenti in prima persona, però i suoi compari l’avevano obbligato perché andavano sempre loro. Doveva prendere la dose per Pasquetta.

Eppure aveva paura. Per colpa loro aveva iniziato e non poteva più tirarsi fuori.

«Che vuoi?! Che guardi?!» gli urlò un ragazzo vestito di pelle.

«A-Adamo? Vengo per conto del tuo amico».

«Oh, un cliente» disse Ileana, uscita da dietro un pilastro, «alle undici e trentacinque di mattina?». Adamo le borbottò qualcosa, poi rise.

Erano tutti e tre all’ombra di un grande pilastro malmesso, proprio sotto al Viadotto.

«È stato un piacere fare affari con te» lo derise Adamo dopo averlo fregato per bene.

Non sapeva trattare in queste cose, e gli altri si saranno arrabbiati un sacco per quanto aveva speso.

E pian piano Zito sentiva di continuare ad affondare in una spirale oscura.

Carita era seduta vicino al finestrino, sua madre accanto.

Era felice perché, anche se il giorno dopo sarebbe dovuta andare a scuola, avrebbe portato ai suoi amici i regali trovati in montagna: sassolini, rami magici, foglie colorate.

Sua Mamma, da quando aveva divorziato, la portava spesso in giro nelle ferie; questa volta insieme alle altre famiglie della sua classe alle elementari (non tutti, solo alcuni, insieme ai genitori).

Guardò l’orologio. «Mamma sono le undici e trentacinque, devi prendere la pillola per la tristezza» disse la bambina.

Il pullman tremò.

Da quando non vedeva più papà, la mamma era sempre triste, ma Carita sapeva che con lei stava meglio.

E in montagna si sarebbero divertite.

Aldo fermò la bicicletta all’ombra del viadotto, riflettendo su come farsi perdonare dal nipotino.

Prendendo il vino aveva rotto il suo giocattolo preferito, e lui aveva pianto tutta la mattina.

Gli dispiacque un sacco.

Amava i suoi nipoti, e il giorno di Pasquetta li voleva vedere felici.

Era uscito, lasciando alla moglie ed alla figlia – e fratelli, nipoti, cugini – i preparativi, sperando miracolosamente in qualche giornalaio aperto. Voleva comprare un nuovo giocattolo.

Vide tre ragazzi loschi in lontananza. Scosse il capo e salì in sella.

Dall’alto cadde un sassolino vicino a lui.

«Sicuramente Nunzio non chiuderà prima delle dodici almeno» disse a sé stesso.

Una pietra più grande cadde più vicino.

Aldo controllò l’ora: undici e trentasei.

Il Viadotto crollò, seppellendo l’area sottostante; le vetture precipitarono, schiantandosi.

Quarantatré rami spezzati.

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Commenti

  1. Antonino Trovato

    Ciao Roberto, hai tracciato vari frammenti di vita quotidiana in pochi e separati passaggi egregiamente, fotografando piccole e diverse istantanee accomunate dalla tragedia. Mi è piaciuto come hai caratterizzato i personaggi, con le loro sensazioni ed emozioni, il tutto fatto con grande e apprezzabile semplicità😁!

    1. Roberto Gargiulo Post author

      Grazie mille, come sempre, per i tuoi commenti costruttivi!
      Per me questa storia vuol dire molto, perché è memoria di un evento che mi ha lasciato un segno indelebile.
      È una storia un po’ diversa, ma spero che comunque possa piacere.