Quasi un incontro

Quella mattina Eli aveva preso la bici da corsa, quella nuova. Splendida, leggerissima, esile, sottile. La meraviglia nel rivederla ogni volta, una bella cifra per comprarla. Quando il meccanico del negozio gliela stava mettendo a punto, le ultime regolazioni prima di dargliela, Eli lo guardava, guardava la bicicletta e, di nascosto, piangeva. Non saprebbe dire il perché. Emozione. Non le era mai capitato davanti a un oggetto. Ma questo aveva un’eleganza particolare, e forse significava tante cose.

Libertà veloce, tenue, impalpabile, rapida, sì leggera, come la bici stessa. Correre più dei suoi stessi impedimenti, delle sue complicazioni, dei suoi stessi pensieri. Sì, correre più veloce dei suoi pensieri. Ecco perché piangeva.

E così fu. Su quella bicicletta tutto era tollerabile e, in alcuni momenti, tutto era poesia. Banale.

La strada scivolava liscia sotto le ruote sottili, il telaio essenziale, snello, affilato quasi. La posizione tutta piegata in avanti le dava la sensazione di saper finalmente di nuovo affrontare la vita non sempre in difesa, ma in un atteggiamento di assalto, di azione.

Vide in lontananza una sagoma che le parve familiare. Dapprima l’andatura, un po’ goffa e sfrontata insieme, data probabilmente dalla corporatura, robusta sopra, gambe un po’ corte e vare sotto. E poi i capelli grigi, lisci ma crespi, folti ai lati e leggermente diradati sulla testa, pettinati con la riga da una parte disegnata piuttosto vicina alla basetta in modo da riportare i capelli dall’altra parte a camuffare la calvizie. Il collo enormemente taurino, “Sì dev’essere lui, il mio maestro. Ma che ci fa qui? Mmmmh… origini toscane, magari è in vacanza”.

Avvicinandosi riaffioravano immagini. Giovinezza. Studiare musica, uno scantinato freddo. I compiti ancora da fare. La voce a volte intensa, a volte flautata del sassofono.

Strumento bizzarro maestro bizzarro. Raccontava cose incredibili. Provincia toscana più sperduta, campagna, famiglia modesta. Parecchia strada per andare a scuola a piedi. Freddo fatica sacrifici Bla bla bla.

Unico interesse di una vita: la musica. Nient’altro. I soldi della merenda messi da parte fino a quando ci usciva un disco. E poi qualsiasi strumento anche rotto, scordato, vecchissimo, che riuscisse a rimediare lo portava a casa, provava a rimetterlo a posto, a suonarlo.

Se lo immaginava spesso Eli, il suo maestro da ragazzo. Bruttarello, occhiali spessi, tarchiato. Un tipo un po’ così. I genitori che lo premevano perché studiasse, perché andasse bene a scuola. Gente di campagna, pochi soldi, la speranza nei libri. Pochi amici forse, non so.

Solo come i matti, o gli innamorati infelici, o gli scienziati, o i poeti. Nella sua camera, a provare, riprovare, riuscire. E parlarci, litigarci con la musica, fino a capirla, e poterla usare come la propria voce.

Non la studiava, non aveva maestri di nessun tipo. Ascoltava, provava a rifare, con un flauto, una chitarra, un vecchio pianoforte a casa di qualcuno forse. E riprodurre i brani, sempre più somiglianti, sempre più comprensibili.

Iniziò a parlare con la musica, con le sue armonie, capì la matematica delle note, l’incanto degli accordi innamorati tra loro, la perfezione dei richiami, la pazienza degli incisi. La tensione, la maledizione dell’artista. I tentativi disperati di trasmettere agli altri il proprio smarrimento. E poi il coraggio di osare, con la durezza dell’improvvisazione, delle armonie complesse, delle tonalità mischiate, delle avanguardie. E poi l’infinita dolcezza di tornare alla melodia, nel tema principale, nella tonalità maestra, prima la dominante, e poi la tonica, essere di nuovo a casa.

Iniziava a suonare qualcosa, durante le lezioni, per far capire, sentire un nuovo brano. Imbracciava il primo strumento che aveva vicino, un violino, una tromba, un clarinetto, un sax tenore, un flauto dolce; oppure giocava con le armonie dentro un pianoforte, una chitarra una fisarmonica. Li sapeva suonare tutti, li faceva parlare, respirare, semplicemente.

Accennava la melodia con dolcezza, conscio di essere nella sua scuola di musica a insegnare ad un’allieva. Poi piano piano si estraniava, Eli lo vedeva, ma non lo interrompeva mai.

Quello che più di tutto le serviva, era vedere quando il suo sguardo cambiava, e imparava come si fa a volare. Ognuno vola come sa fare, come gli piace. Scrivere, dipingere, parlare, essere felici, respirare aria, sentire il profumo del mare in giardino, o del bucato, se lo stendi al sole. Molti non lo sanno fare, esistono e basta. No, lei voleva imparare questo da lui.

Incredibile. Aveva un’orchestra di liscio con tanto di camioncino con la scritta “Orchestra la cometa” con il suo nome sotto: maestro xxxx xxxx, dove caricava improbabili musicisti e andava a fare le serate nelle balere. La cantante era una ragazzona formosa sempre inguainata in pantaloni di pelle aderentissimi e maglie scollate piene di lustrini. La pettinatura e il trucco facevano il resto. Il bassista era un signore scialbo, grigio, con lunghi baffi, l’aspetto di un oscuro ragioniere, forse un cassiere di una piccola filiale di banca, o un commesso annoiato di una ferramenta in periferia. Eli ricorda di lui la magrezza eccessiva, la camicia con il colletto molto ampio e aperta sul petto, la pettinatura un po’ lunga e diradata che metteva malinconia. Eli passava spesso il suo tempo con il maestro dall’aspetto tozzo di contadino e dalle piccole gambe corte ad ascoltare il jazz delle origini o d’avanguardia, o a ragionare con lui sulla teoria delle armonie musicali. Ugualmente improbabili, Eli e il suo maestro, inevitabili entrambi. Lei, liceo classico, genitori importanti, assenti. Casa dai mobili antichi, scuri, lucidi. Vuota, immensa. Fredda, sguardo in su, soffitti affrescati, solitudine.

Tanto valeva…inspiegabilmente invitata, inspiegabilmente accettava. Saliva sul camion, la custodia con dentro il sax, andava con loro, serata diversa, surreale, suonava con una orchestra di liscio in una balera. La catapulta che ti porta nel mondo buffo. Niente greco antico stasera, ottusa allegria. Cultura diversa.

Il maestro suonava canzonette di quattro accordi e faceva ballare la gente, per passatempo o forse per denaro. Eli lo guardava. Era diverso nell’abbigliamento, nei toni. Un circense, camaleontico, popolano, banale, strillante, eccessivo, colorato, sgargiante. Eli inadatta più del solito, magra da far paura, con i suoi jeans sdruciti, le clarks, gli occhialini tondi. Attrazione bizzarra, incongruità stravagante, curiosa nota stonata. Il maestro adorava portarla con sé. Inserirla come un indizio, un segnale di non essere neanche lui quello che doveva sembrare quella sera. Ma Eli era abituata ad essere fuori posto. Nessun problema.

E tutti le chiedevano come mai il sassofono. Non lo sapeva. Forse proprio perché era l’ultima cosa che si aspettavano da una come lei ma non saprebbe dirlo. Anche solo quella custodia enorme, una ragazza così piccola, ma era normale, proprio quello strumento? Non era meglio un violino, un flauto dolce?

Una sera mi sentii chiamare, a Bologna, da dietro. Mi girai, era Lucio Dalla.

“Ehi, che cos’hai lì dentro?”

“Un sassofono”.

Si sa, tra bizzarri ci si intende in un istante.

“E dove vai a suonarlo?”

“Vado qui, alla scuola di musica dietro l’angolo, dal maestro xxxx xxxx”.

Qualche giorno dopo il mio maestro mi accolse più allegro del solito e mi disse: “Non potrai mai immaginare chi è venuto l’altra sera.”

Eli intanto si è avvicinata, lentamente, con la bicicletta, ed è sicura che il maestro sì, sia proprio lui. Dolcemente gli si accosta per salutarlo, cerca le parole, dopo tanto tempo. Le troverà, non c’è bisogno. E’ come se fosse ieri. Sarà contento di vederla.

E’ ancora in gamba. I capelli grigi, crespi, col riporto. Le gambe corte. Il collo grosso. Cammina spedito, sembra stia bene.

Non è lui.

Pensa d’improvviso a quanto è stupida. Bastava fare due conti, e ragionare un attimo come una persona normale, per capire che probabilmente ora il suo maestro è morto già da molti anni. Almeno per gli altri. 

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Discussioni

    1. Ciao Marta. Mi hai detto la cosa più bella che potessi sentirmi dire che la voglia è quella di continuare a leggere! Davvero grazie ?

  1. Grazie Tiziano! Il tuo commento gentile e attento mi incoraggia molto e te ne sono molto grata; anche perché hai saputo cogliere con grande sensibilità quello che volevo esprimere. Grazie davvero 🙂

  2. Ciao Isabella, complimenti, hai una prosa davvero notevole, dotata di una grande forza descrittiva. Ho molto apprezzato la contrapposizione tra l’immagine poetica e nobile di un uomo che trova nella musica uno strumento con cui elevarsi dalla banalità dell’esistenza e lo stereotipo, un po’ grottesco e caricaturale, un po’ da orchestra Casadei, del Maestro di musica liscia. Un contrasto agghiacciante, eppure possibile (ne conosco uno anche io) e in grado di strappare un sorriso in un racconto che, di per sè, ha un’impronta malinconica.