Quello che non ti ho detto

I miei compagni lo hanno fiutato. Prima o poi doveva succedere.

«Perché?» mi chiede Lucas.

Cosa si può dire a un figlio che se ne sta andando? Cosa posso rispondere? Che due mesi fa non me ne ha dato il tempo? Che se non fossi fuggito mi avrebbe ucciso? È allora che ho capito che poteva funzionare. Qualsiasi parola gli avessi detto non sarebbe servita a niente. La paura lo aveva fatto impazzire. E, forse, sta facendo impazzire anche me.

«Perché non sono come voi?» replica.

Non chiedermelo. Ora non posso, siamo attorniati da loro. Che attendono, fremono. Le lingue ruminano contro il palato. Le odo alle mie spalle. Come odo il gorgoglio di saliva che gli riempie la bocca fino a sciabordare infrangendosi sul terreno, alimentando lo strato di guazza in cui le mani e i piedi annegano.

Il lezzo punge le narici e sale fino al cervello, si irradia lungo tutto il corpo. Basterebbe respirare per subire il contagio. E invece Lucas è uno dei pochi immuni.

«Aiutami. Sono sempre tuo figlio.»

Ti prego Lucas, non rendere la cosa più dolorosa.

Mio figlio.

In questa realtà non hanno più senso le parole padre e figlio.

«Aiutami.»

Zitto. Sta’ zitto. Il cervello mi scoppia, sto impazzendo. E poi morremmo entrambi.

E io non voglio morire.

Non guardarmi con quegli occhi. Le iridi che riflettevano il cielo di agosto ora mostrano un cielo di dicembre che minaccia neve. E il suo petto… ondeggia in su e in giù, sempre più veloce, sempre più irregolare e frenetico.

La guazza scurisce alla stessa velocità con cui la vita gli scivola via dal collo.

Loro si dispongono di fronte a me, Lucas nel mezzo. Procedono curvi, sul dorso delle mani e sulla punta dei piedi.

La donna si distingue per i pochi sbuffi di capello che le spuntano dalla testa. Appiccicati alla fronte, pendenti sugli occhi. Saldati alla pelle dallo strato di bava che le unge il corpo. E dai seni aridi che penzolano. Una pustola esplode sul tricipite contratto. La bava cola dalla lesione e ravviva lo scudo traslucido sulla pelle. Impugna il coltello. È lei quella brava a macellare.

I due uomini vengono colti da spasmi. Lo sentono. Sentono l’odore della morte che si acuisce.

Lucas, il mio Lucas.

Aprono e chiudono la bocca. Aprono e chiudono, aprono e chiudono, in un moto continuo e insensato. Ogni volta mostrano una muraglia di lame scomposte, il cui smalto varia dal giallo al grigio, passando per il marrone. Il più grosso si sta pisciando sui piedi per l’eccitazione.

Un virus. Solo questo. E non hanno più niente di umano, eccetto cacare e pisciare.

E la fame. Di carne. Immune.

«Pa… pà.»

   

La donna e l’uomo più basso si contendono il braccio. Agitano le teste ringhiando. I muscoli del collo contratti. Tirano a scatti. Lei ancorata con le zanne conficcate nella spalla, lui nella mano.

I corpi tremano.

La mano si stacca. La donna ha avuto la meglio.

I tre abomini se ne stanno ricurvi col pasto tra le gambe. Una cacofonia di ringhi e grugniti. Lo schiocco delle ganasce che frantumano ossa e cartilagini rimbomba all’interno del seminterrato.

Le mascelle mi fanno male. A me è toccato il cuore. Deglutisco a fatica. È lo sforzo. Tutto l’impegno che ci sto mettendo per non piangere. Per non vomitare. Cerco di andare più veloce di loro. Talvolta neanche mastico, ingoio pezzi interi. Devo apparirgli così. Bramoso.

Malato.

Contagiato.

Più di loro. È l’unico modo.

Osservo il sangue di Lucas che dalle mani mi scivola lungo gli avambracci, in rivoli che si diramano lungo i piccoli avvallamenti sottopelle formati dalle vene in rilievo.

Sangue del mio sangue.

Scruto il mio corpo. Inspiro col naso. Il cuore si blocca. Per poi battere sul petto fino a rimbombarmi nelle orecchie.

Li fisso. Il cuore di nuovo fermo.

Non si sono accorti di niente, così intenti a ingozzarsi. Porci che immergono il muso nel trogolo.

Il cuore riprende a battere regolare. E penso.

Penso che stanotte dovrò fare un altro bagno nella guazza.

Che devo dimagrire ancora.

Procurarmi altre lesioni.

Strapparmi via altri capelli.

Penso a quello che non ti ho detto, Lucas.

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Commenti

  1. Simone Plozzer

    Porca miseria!! Tosto! Mentre andavo avanti a leggere pensavo: ma l’ha scritto veramente?! Ho capito bene?! Direi complimenti. Un’atmosfera horror angosciante come non se ne leggono in giro.

    1. Massimo Tivoli Post author

      Grazie Luca. Sono contento che ti sia piaciuto. Ormai si è capito che mi piace narrare situazioni estreme. Ho sempre il dubbio di urtare troppo gli animi e ottenere quindi un effetto negativo sul lettore. Il tuo commento mi fa molto piacere.

  2. Marta Borroni

    Una bravura, la tua, che si fa straziante nella forza delle tue storie, forza intensa come riuscita superlativa di una trama e forza come rappresentazione piena del male e del dolore in ogni stratificazione possibile. Disarmi il lettore in questo male ma allo stesso tempo gli fai del bene, la qualità di quello che crei con parole visive, credo sia uno dei perchè più belli su come la scrittura debba continuare ad esistere come arte.

  3. Cristina Biolcati

    Mi è piaciuto molto lo stile cinematografico che sei riuscito a rendere. Scene macabre e concitate che il lettore non fatica a farsi davanti. Così come la scelta di alcuni verbi (tipo “ruminare”) e parole dal suono duro (la “guazza”). Bravo!

  4. Tiziano Pitisci

    Devastante, per un padre è la tortura più atroce che si possa immaginare, non ho mai sentito una storia simile, non ho mai sentito di un gesto cosí forte, capace di superare anche l’ultimo dei tabù, l’ultimo baluardo che ci separa dalle bestie. Quando pensavo di poter passare una domenica pomeriggio sul divano a leggere in tutto relax, ecco che mi ritrovo sconvolto. Dovró sfogliare un Topolino per riprendermi.

    1. Marta Borroni

      Attento, da Topolino Diabolik è un attimo 😀
      Comunque condivido ogni parola, Massimo ha superato se stesso!