Rachel sei tu? O sono io?

Non provo emozioni. Non provo sentimenti. Perché? Forse sono un replicante, magari troverò anch’io un Rick Deckard che mi farà capire che ho una vita limitata e i miei ricordi sono stati innestati da qualcun altro. Da un lato sarebbe un sollievo, saprei di essere stata creata e tutta la sofferenza subìta non l’ho mai vissuta realmente. Potrei vivermi gli ultimi anni di vita creando ricordi tutti miei. Peccato non vivere abbastanza per capire cosa sono le emozioni. Sono 24 anni, ho già superato di 20 il termine massimo, ma chissà, forse i cacciatori si sono dimenticati di me. E comunque non ho ancora intravisto una traccia di emozione. Forse non faccio parte dei Nexus super fighissimi. Forse sono uno dei primi replicanti, una sorta di prova. Come sono stata per i miei genitori. Prima figlia: una prova.
Questo è quello che ripetono tutti quando dici di essere la primogenita: sono una cavia. Un piccolo topolino bianco dagli occhi rossi su cui fare esperimenti. Effettivamente, riflettendoci, sono molto simile ad una cavia: sono piccola, intelligente, con gli occhi perennemente rossi dal pianto, tendo sempre a nascondermi e hanno fatto esperimenti su di me fin da piccola sia i miei genitori, che i miei nonni e gli psicologi. L’unica differenza è che odio il bianco e sono perennemente vestita di nero. Forse speravano di capire se ero un replicante, forse cercavano di aiutarmi, forse mi hanno rincoglionito con tutte quelle sperimentazioni e mi hanno fatto diventare la donna che sono oggi.
Se
fossi stata la secondogenita sarebbe cambiato qualcosa? Oppure questa sono io a prescindere e non sarebbe cambiato nulla?
Se rinasco, e spero vivamente di no, mi piacerebbe rinascere secondogenita per provare quell’emozione di sicurezza, di poter fare tante cose perché la strada mi è stata già spianata.
Mio fratello non ha dovuto lottare per essere se stesso, i miei genitori avevano già riversato la rabbia su di me. Non ha dovuto lottare per farsi i tatuaggi, non ha dovuto subire le bestemmie di mio padre quando ha visto la mia coscia fasciata colante di sangue e inchiostro.
Chissà.
Ho fatto questa riflessione sulle emozioni perché ho appena finito di guardare il film “La Pazza Gioia” di Paolo Virzì e, nonostante la trama strappacuore, non ho versato una lacrima e questo mi ha fatta sentire un automa, una macchina. E leggo lo stupore negli altri quando dico di non riuscire a piangere per un film, pur immedesimandomi. Credo sia dovuto alla mia infanzia, alla mia necessità di imparare a nascondere le emozioni per non risultare debole. Come regalo ho avuto l’apatia. Sono stata talmente brava a nasconderle che le ho perse. Non le trovo più. Basta giocare a nascondino, venite fuori.
Mamma ho vinto la partita, hai visto come sono stata brava? Mi spetta un premio? Mi fai tornare umana? Sono stanca.
Mi chiedo se la vita abbia senso di essere vissuta in questo modo. I medici stanno tentando di farmi tornare a galla un po’ di emozioni attraverso 9 pillole distribuite durante la giornata, eppure ancora nessun risultato.
Mi sono rifugiata nel grunge. Non riesco ad ascoltare altro. Mi sembra tutta merda. Il pop mi sembra una finzione, tutto troppo felice per essere vero. Il funky mi sembra vecchio, non riesco più ad apprezzare i bei riff di chitarra e i ritmi trascinanti. Anche il metal estremo mi sembra troppo pretenzioso. Non stai veramente male se hai la forza di fare degli shred velocissimi e fare blast beat come se dovessero partiti i polpacci.
Se
stai male fai grunge. Fai due accordi buttandoti sulla chitarra, facendoti travolgere da questi e cercando di non inglobarti con il tuo strumento. Registri in camera tua, quando riesci ad alzarti. Sputi sangue mentre canti, ma è tutta la tua sofferenza che viene fuori. E’ la tua gola che non riesce a capire come, dopo giorni di assoluto silenzio, trovi la forza di far uscire delle parole e questa ti fa sputare sangue perché non è abituata ad essere sfruttata.
Questa è la sofferenza. Questa sono io. Io sono il grunge.

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Discussioni

  1. Scorre molto questo stralcio d’inquietudine giovanile, rappresentata attraverso uno sfogo che, pur non portando a una conclusione, ha la stessa vivacità che può avere un racconto delle sorelle Bronte.

    1. Ecco, ora mi è venuta voglia di ascoltarmi un po’ di grunge. Non so perchè, ma è un genere che ho sempre sottostimato, eppure.
      Al di là delle metafore musicali, anche in questo racconto riesci benissimo a far arrivare al lettore le tue sensazioni. Chiaramente per comprenderle a fondo non basta un racconto, ma neanche cento. Però i tuoi scritti sono efficaci nel dare la giusta visibilità ad una forma di malessere che si tende spesso a minimizzare, a banalizzare. Aiutano, indubbiamente, ad alzare la consapevolezza di come si possa sentire a volte una persona, quali guerre lunghe ed estenuanti sia costretta combattere. Un po’ ti capisco (un po’, eh, senza alcuna pretesa di far paragoni) anche se a differenza tua (avendo avuto, ciascuno di noi, un percorso diverso), passo da momenti di totale apatia emotiva a momenti di assoluta fragilità. Ma quando parlid di apatia e di incapacità di esternare, o a volte addirittura provare emozioni, devo dire che rendi perfettamente l’idea.