Salto nel Vuoto

Serie: Solar Punk


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Dopo aver preso contatto con la guida Yap, Reyno si appresta a svolgere la Prima Prova: "Salto nel Vuoto"

Questo viaggio rappresenta uno spartiacque nella mia vita.

Le sette prove di Nishi sono state, sin da subito, un tarlo che mi ficcò nell’orecchio un collega filippino, qualche anno fa, per caso. Ricordo che il mio viso era pieno di emozioni velate quando presi in considerazione l’idea di affrontare questo viaggio, studiando e analizzando le varie informazioni su Internet.

La prima prova si chiama “Salto nel Vuoto”.

Esprime la forza della caduta, fisica e spirituale. Tutto deve cadere secondo i monaci del tempio di Aya. Ogni cosa.

Il percorso è di 30, 6 Km, raggiungibili in cinque ore con due soste.

Dopo aver conquistato l’area quadrangolare della cittadella di Aya, ci si arrampica per i livelli verticali del santuario di Aya. L’ultimo padiglione è a 150 metri, l’equivalente di trenta piani di un palazzo. Dalla punta del tempio, si infila e inchioda una lastra di legno. A questa, si annoda una corda fatta di bambù elastico. E poi ci si butta.

La punta del tempio di Aya è perfettamente in linea con l’orizzonte, con il suo spettro di colori che sembra un portale onirico.

Tanti, diversi odori esotici circondano questo luogo di pace, posizionato in cima a un paesaggio violento, fatto di crepacci che curvano brutalmente sulla costa. I raggi del tramonto illuminano un dipinto vascolare di colore rosso che dipinge il pavimento.

La scena è estrema, soprattutto quando penso che se la corda mollerà sarà impossibile ridurre l’impatto. Le misure di prevenzione sono esigue, se non quello di avere fede e tuffarsi, entrare in collisione con il pavimento, scagliato ad incredibile velocità. Colluttazione in picchiata. Un balzo di centocinquanta metri, aspettandomi di finire schiacciato. Mi chiedo quanti si sono spiaccicati prima di me.

“Non pensare alla morte¬–” sorride Yap: “pensa alla vita. Tieni, mangia questo.”

Il bambino mi passa una radice di sassofrasso e scuote la testa ridacchiando, prima di farmi un altro nodo all’altezza delle caviglie.

La situazione è quella in cui mi trovo, alla vigilia del mio trentesimo compleanno, con la mano che tiene strettissima la punta del padiglione, dopo essermi issato ad almeno undici, dodici piani d’altezza.

Mi viene l’ansia.

Non ci voglio e non ci devo pensare.

Annullo il pensiero, esco dal mio spazio sicuro e guardo sotto di me. Un rigurgito, la zuppa di ceci e pomodori che ho mangiato a colazione. Quell’attimo di nausea dura a lungo.

Yap, un bambino thailandese di undici anni, finisce di legare la mia imbracatura in lattice a quella di un’asse di legno. Io dovrei camminare su quella vecchia lastra e poi, semplicemente, gettarmi nel vuoto.

“Ma prima devi aspettare che scendo, Mister”, m’avverte Yap in inglese.

“Ok Yap–” Tendo il corpo all’indietro, faccio un poco rassicurante Ok col dito.

“¬–e poi ti butti. Bang!”, aggiunge Yap.

“Oddio–”, piagnucolo in italiano. “ma che cazzo sto affa’? Madonnina Santa!”

Il bambino si gratta una svastica tatuata sotto l’occhio, un po’ spazientito: “Tu hai capito, mister?”

“Si, si, si.”, faccio io. “Yap, non so se ce la faccio… mi serve qualcuno che mi aiuti a fare questa cosa, uno che mi accompagni a–”

“No!”

Il bambino afferra subito la scala di legno e scende.

“Aspetta–”, lo imploro: “ti pagherò!”

“Non è una questione di soldi–”, la vocina di Yap riaffiora da sotto: “io non voglio tornare a Bang Kwang!”

Inarco il corpo e guardo di nuovo in basso, pensando alla potenza della caduta, all’accelerazione di gravità, alle fratture multiple, al mio cadavere che ondeggia su e giù schizzando sangue dalla testa, una scena estrema che mi crea una pressione cardiaca aggressiva. Ho paura.

Tocco l’elastico che mi tiene per le caviglie.

Scuoto l’asse fissata all’esterno, una misura di prevenzione che serve a niente: se quest’asse si deve spaccare, si spaccherà.

Mi piego sul fianco sinistro, tendendo di nuovo l’elastico. Parecchi minuti dopo, vedo la piccola figura di Yap che si sbraccia per attirare la mia attenzione. Con entrambe le mani mi fa ok col dito, infine lo vedo fuggire via come se gli stessero sparando. Sparisce subito.

Sento il corpo pieno di elettricità statica, una scarica di adrenalina che mi permette di arrampicarmi sull’asse.

Il legno si curva come un trampolino.

“Io cadrò comunque, adesso” balbetto, fra un rantolo asmatico e un altro.

Ma si, mi lascio andare.

Fluttuo nell’aria, una sensazione che dura come un singhiozzo. Il mio corpo scivola in una sedazione cosciente, un autismo psichico puro, come se mi trovassi protagonista di un’esperienza extracorporea.

Risucchiato dal pavimento in cotto, il mio corpo supera in picchiata i livelli verticali del tempio. Nel volo divento acqua: una perdita d’acqua esce dalla mia testa, e poi un’altra e un’altra ancora.

Divento come una bomba d’acqua. Adesso è il pavimento a temere che io lo distrugga, con la mia potenza di dieci tonnellate. La mia testa è in picchiata verso il pavimento.

Soggiogato da una mutazione genetica che mi trasforma in un fiume, vengo spinto da una tempesta che mi scaglia verso il fondale marino con la potenza di un uragano di cento tonnellate.

La mia acqua ricongelata si schianta su un buio oceanico, dove la mia piena si scaglia diventando una bomba.

Vedo il pavimento d’acqua rossa, i pesci luna che mi saltellano incontro. Vedo il lembo di terra, in lieve pendio, diventare sempre più grande.

Prima del grande impatto, della grande apnea, la forza adesiva di una mano ghiacciata sulle caviglie mi afferra e mi ributta in su, con un contraccolpo, facendomi volare all’indietro.

E mi lascia di nuovo andare, ma stavolta la caduta è più lieve e il fondo oceanico torna lontano.

L’uragano si è dissipato.

Grazie a un attraversamento subacqueo, vedo l’acqua trasformarsi in carne e io ridiventare umano. La Go-Pro mi vola via dalle mani.

Il fiume di adrenalina si abbassa, scende fino all’ombelico, mi fa sentire in pace.

Le fitte e gli spasmi di vomito sono terminati. Dopo tanti su e giù, mi adopero per staccarmi dall’imbragatura. Con una mezza rotazione mi sgancio le cavigliere e faccio un balzo a terra. Vedo un monaco che mi guarda.

Gli faccio un segno di vittoria con le dita, dicendogli in italiano: “Salto nel vuoto, fratello”.

Il monaco sorride: è una buona giornata.

Serie: Solar Punk


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Discussioni

  1. Penso che davvero, in alcune situazioni, la vita ti passi davanti condensata nel giro di qualche secondo. Ode al coraggio di Stefano e alla tua capacità di mettere in parola ogni sensazione corporea ed ogni emozione

  2. È il mio primo commento su questo portale e mi piace pensare di averlo fatto scegliendo questo piccolo testo molto ben scritto, curato come si deve. Immagini efficaci e coinvolgenti. Complimenti sinceri.

    1. ciao Roberto grazie tantissimo, sono anche lusingato di essere il primo autore che hai letto, ma nel sito ne troverai molti

  3. Cavolo che ansia, io che soffro terribilmente di vertigini ho avuto paura a leggere la prima parte. Ammiro molto la tua capacità di descrivere le sensazioni, con figure mai banali e azzeccate.
    Al prossimo episodio

    1. ne soffro anche io, la terapia d’urto in parte dirada ma non elimina questa paura, che deve cmq essserci perché senza non otteresti il coraggio di affrontarla: skydiving e bungy sono terapie d’urto eccellenti per chi soffre di vert