Secondo interrogatorio

Serie: Dall'inferno un fiore

Anita osserva Lele che guarda il pavimento. Pensa a due pugili che si studiano a centro ring. L’idea che quel ragazzino le abbia indotto una crisi di panico le fa sentire una stretta allo stomaco. Le viene da vomitare. L’ipotesi avanzata da Luca la disturba ancora di più. Lei non vuole accettarla. Non può accettarla. Pensava di aver rimosso, dimenticato. Credeva che non le sarebbe più accaduto.

L’ultima crisi di panico risale a sei anni fa, quando, nel giro di un minuto, si susseguirono quattro scosse di magnitudo superiore a cinque. Il ricordo del 6 aprile 2009 si ripresentò prepotente il 18 gennaio 2017. Per fortuna, fu solo il ricordo. Anita uscì di casa con la sensazione di voler espettorare pezzi di cuore. Indossava solo una tuta. Se non fosse stato per la neve che ghiacciava l’aria e pizzicava il corpo, sarebbe svenuta sotto il portico.

Si gratta la testa, sta di nuovo sudando. Prende una salviettina umidificata dalla borsetta e se la passa dietro il collo, sotto il mento e sulla fronte.

E se mi stessi facendo condizionare?

Si era promessa di non portarsi il passato al lavoro. Ma Lele è stato capace di farla ripiombare nel baratro di quel 6 aprile.

La diagnosi le è arrivata inappellabile come una sentenza. Se non altro, adesso sa con chi ha a che fare. Ma c’è ancora quel lui che rimane nascosto – forse dietro l’intuizione di Luca – e la situazione si è pure complicata: lei l’ha strappato. Che significa?

L’orologio appeso al muro segna le 19.30. Anita decide di ricominciare. «Scusami per prima. Spero di non averti impaurito.» Abbassa il capo a cercare lo sguardo di lui.

   

L’agente Marco Ianni è sprofondato sulla sedia davanti al monitor che è collegato alla telecamera. Tiene le gambe distese sotto la scrivania. La pancia incastrata tra il piano e la sedia gli consente di non scivolare. La strizzacervelli e il ritardato stanno in silenzio. Alle sue spalle, il commissario Scipioni parla al telefono con la voce di uno che è stato morso da un cane rabbioso e, approfittando della porta aperta, urla ordini ai vari uffici a tiro di onde sonore.

Per non addormentarsi, Marco pensa a Giulia e al bambino che tra sei mesi potrà abbracciare. Pensa pure che deve darsi da fare a cercare casa perché, come dice suo padre, «l’affitto sono soldi buttati». Invece, un bel debito trentennale con la banca…

«Scusami per prima. Spero di non averti impaurito».

L’agente si rianima. Si protende verso il monitor, i gomiti sulla scrivania e le mani sotto il mento.

«Non sei tu a mettermi paura. È lui» le risponde il ragazzino, continuando a guardare sotto al tavolo e roteando la gamba come a voler disegnare un cerchio sul pavimento.

La dottoressa inarca le sopracciglia. «Perché, ti fa i dispetti?»

Il piede si ferma e Lele ruota la testa per guardarla. «Ha letto la verità.»

Un’altra frase senza senso del ritardato. Marco si chiede se non sarebbe stato meglio interrogare qualche vicino invece di perdere tempo con lui.

«Quale verità? Ti va di dirmelo?» E la psicanalista gli dà pure corda. Tanto per lei è solo un altro caso clinico, su cui magari prendere appunti o dare lezioni a qualche discepolo.

L’agente si rimette a sognare a occhi aperti.

«Lei l’ha strappato.»

«Lei è tua madre?»

«Sì.»

«Vuoi dire che lei gli ha fatto del male?»

«Tanto.»

Marco si risveglia. Forse Anita non è solo fumo come pensava.

«È per questo che l’ha spinta…» La dottoressa fa una pausa, schiarendosi la voce. «È per questo che la mamma è caduta per le scale?»

Lele non risponde, adesso sembra totalmente assente.

«A me puoi dirlo, sono tua amica. Se lui ti tratta male, gli dirò di non farlo più.»

«“Non dir niente, se non sei certo che una parola sia meglio del silenzio”.» Il ragazzo ha ripreso a vaneggiare.

«Cos’è, un’altra citazione?»

«Pagina duecentoundici.»

Marco sbuffa, alzando gli occhi al cielo.

«Hai paura per lui, vero, Lele? Pensi che, se ci dici chi è, noi possiamo arrestarlo?».

Nessuna risposta. L’agente inizia a sospettare che il ragazzino giochi a fare il ritardato.

«Lui voleva bene alla mamma?» gli chiede Anita.

«Gliene vuole tanto tanto.»

Marco sente una mano sulla spalla, il fumo di sigaretta gli pizzica le narici. Si volta, roteando sulla sedia girevole.

«Siccome la mamma gli ha fatto del male, pensi che lui sia così arrabbiato da farti qualche scherzo brutto o qualche dispetto?»

Si sfila le cuffiette dalle orecchie e se le poggia intorno al collo. Il commissario Scipioni sta in piedi di fronte a lui, tiene una sigaretta nell’altra mano. Tira una boccata. «Come procede?»

Marco spalanca le braccia. «’Sti due non vanno da nessuna parte. Pare di vede’ un sordo e un muto.»

Il commissario gli punta un dito contro. «Guarda che la dottoressa Mancini è una tosta.»

«Come dice lei, commissa’.» L’agente alza una mano e fa un mezzo inchino. «Però io non ci sto a capi’ niente.»

«Su, forza. Continua a seguire e non ti perdere neanche una…» Il commissario fa una pausa e sgrana gli occhi. «E adesso?»

Marco si gira verso il monitor, e si rimette le cuffiette. Il ragazzo è sempre seduto con lo sguardo basso. Ma Anita si sbraccia verso la telecamera. «Apritemi.» È pallida e mostra due occhiaie livide. «Continuiamo domani.»

Un cellulare squilla. «Finalmente» sbotta il commissario, guardando il display del suo telefono, «i ragazzi della scientifica. Pronto?»

   

«Siccome la mamma gli ha fatto del male, pensi che lui sia così arrabbiato da farti qualche scherzo brutto o qualche dispetto?»

«“Nessuno può farti più male di quello che fai tu a te stesso”» recita Lele, con voce atona. Sembra ipnotizzato.

Anita sorride, pensa che se gli dimostrasse di capire le sue citazioni lo indurrebbe a fidarsi di lei. «È di Gandhi, vero? Ti piace Gandhi?»

Lele sembra risvegliarsi. Adesso la guarda di nuovo negli occhi. Lei non sa se esserne soddisfatta o temere qualche altro gancio psicologico sferrato con violenza.

«Anche Gandhi parlava con lui?» le chiede.

Doveva aspettarselo. Lele sta di nuovo conducendo la conversazione in modo sconclusionato. Ma, forse, sta per dirle qualcosa. «E come avrebbe potuto?»

Lele solleva l’indice della mano destra per indicarsi la tempia. «Nella sua testa.»

Anita rabbrividisce mentre le torna in mente un articolo scientifico che lesse durante il periodo della tesi: il caso “B. H.”, il ragazzino americano che si riferiva a se stesso in terza persona.

Stavolta quello di Lele non è un sorriso, è un ghigno.

   

La dottoressa Mancini avanza sulle strisce pedonali che attraversano via Strinella. Il braccio teso a bloccare il traffico. Le luci dei fari la abbagliano, aumentando lo stato confusionale in cui è piombata.

«Anita!»

Sente il grido di Luca alle sue spalle. Si chiede se sia vero o se sia un incubo.

«Aspetta, Anita!»

Il braccio le precipita su un fianco e alza lo sguardo al cielo, maledicendo qualcosa in cui non crede. Lo strombazzare dei clacson la fa sobbalzare. Si volta e ritorna sull’ampio marciapiede che sta davanti all’ingresso della questura.

«Ma scappi senza neanche salutarmi?» Il commissario Scipioni si china, appoggiando le mani sulle ginocchia, ha il fiatone.

«Scusami, ma hanno riportato papà a casa e voglio farmi vedere prima che si addormenti.» Il vento gelido le scompiglia i capelli. Lei s’irrigidisce cercando di non tremare per il freddo.

Luca si raddrizza. «Mi hanno chiamato da casa del ragazzo. Ci sono novità.»

Ancora? No, non ce la faccio. «Senti, mi dici domani. Ora devo proprio scappare, okay?» Fa per voltarsi ma il commissario le afferra il polso.

Lei scatta col braccio, liberandosi dalla morsa, i muscoli del viso si contraggono. «Oh, ma insomma. Che c’è di così urgente?»

«Hanno trovato dei documenti.»

«E quindi?»

«Erano in garage, sparsi per terra, mezzi strappati. Il bambino risulta dato in affidamento a Giuliana Rossi, la vittima. È stato partorito in anonimato. Capisci? Ancora non nasceva e la vera madre aveva già deciso di abbandonarlo. E secondo me lei c’entra qualcosa in tutto ’sto casino. Chissà dove si trova adesso quella donna».

La rabbia si spegne come un fuoco soffocato da un acquazzone. «Già» dice Anita, abbassando lo sguardo. «Chissà dove si trova».

Serie: Dall'inferno un fiore
  • Episodio 1: Prologo
  • Episodio 2: Anita
  • Episodio 3: Primo interrogatorio
  • Episodio 4: Diagnosi
  • Episodio 5: Secondo interrogatorio
  • Episodio 6: Suo l’amore (parte I)
  • Episodio 7: Suo l’amore (parte II)
  • Episodio 8: Mio lo strazio
  • Episodio 9: Epilogo
  • Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in LibriCK

    Commenti

    1. Daniele Parolisi

      Riuscire a intrattenere con tanti dialoghi è un impresa, ma tu ci sei risuscito alla grande e come sempre il finale riesce ad essere un ottimo input per cliccare la successiva puntata

      1. Massimo Tivoli Post author

        Grazie Daniele per aver letto anche questo episodio e per il commento molto gradito.

    2. Giuseppe Gallato

      Ancora complimenti, Massimo. Seppur si tratta principalmente di dialoghi, la narrazione – non solo in questo episodio – risulta sempre fluida e coinvolgente. Si sta delineando sempre più un certo profilo, quello di Anita… forse inizio a capire qualcosa. La componente “richiamo alle pagine” che hai inserito, inoltre, mi sta piacendo molto. 🙂

      1. Massimo Tivoli Post author

        Grazie, Giuseppe, per il tempo che stai dedicando alla lettura. Trattandosi di un Thriller di trama, fornisco elementi/indizi un po’ alla volta. Il quadro completo si avrà alla fine. Spero che il resto non ti deluda.

    3. Sara

      Questa storia mi ha preso. La tua scrittura è veloce non mi annoia , si vede che sei abituato a scrivere e a osservare. Forse la verità non è nei suoi occhi ma nel saper osservare . Ci vuole una calma maniacale per seguire il filo senza tirarlo troppo e rischiare di spezzarlo. Originale il tuo racconto

      1. Massimo Tivoli Post author

        Grazie, Sara. Tra poco uscirà un altro episodio, diviso in due perché in 1500 battute non entrava, e inizierò a svelare un po’ di cose… fino ad ora, il racconto si è concentrato prevalentemente nella fase di semina. Dal prossimo episodio, inizia la fase di raccolto. È interessante come tu sappia vedere dentro Anita. Questo mi fa piacere.

      1. Massimo Tivoli Post author

        Ahahah ma no, poverino Lele 🙂 Come ormai svelato esplicitamente, Lele è un caso di Asperger molto accentuato (in lui convivono tutta una serie di sintomi che non sempre si trovano tutti insieme in un singolo caso) ed è sicuramente sotto shock per quello che è successo… poi, come svelato in chiusura di episodio, si riferisce a se stesso parlando in terza persona, come il caso “B. H.” che è un caso di Asperger realmente esistito e a cui mi sono ispirato per scrivere il racconto. 🙂

    4. Marta Borroni

      Di questo episodio mi piace tantissimo la fase iniziale dove torno a scorrere di più la tua scrittura lunga e il fatto che descrivi l’interiorità di Anita in modo molto approfondito, e mi piace. A livello di struttura e di indagine mi sembra che ogni passo richiamo l’altro, quindi bravo anche in questo.