Semplice narrazione di pensiero itinerante

Nella nebbia si profilano le ombre degli alberi scarnificati e spenti, contratti nella morsa dell’inverno. I più vicini scappano via veloci sulla terra coperta di brina. Era da tanto che non prendevo il treno. Ora che partiamo da Casalmaggiore ci lasciamo alle spalle, sulla destra, la cupola della parrocchia di Santo Stefano. Il suo rivestimento di rame ossidato domina la città bassa con il suo verde opaco. Sulla sinistra invece si rincorrono le case, i muri di un camposanto e altri edifici; poi ancora alberi e coltivazioni deserte solcate da canali di irrigazione. È una poesia lirica quella che parla di questi posti e aleggia nell’aria, ma il mio orecchio fatica a coglierla. È ancora lo stesso posto dell’altra sera? Ricordo il leggero tamburellare della pioggia sui tetti quando ci fermavamo. Ricordo la gente correre via veloce coprendosi il capo alla bell’e meglio. Tra una stazione e l’altra tutti guardavamo fuori alle mille luci notturne, in silenzio, e queste erano lo specchio cangiante del nostro inconscio collettivo, un dripping iridescente sulla tela scura del finestrino. Pura concretizzazione dell’io mutevole. Scie di luci rosse gialle arancio tracciavano i percorsi delle auto; macchie bianche, talvolta tendenti all’azzurro e al verde, erano case fabbriche uffici. Da oltre lo specchio guardavano dentro gli occhi incavati e scuri dei casolari abbandonati.

A Viadana è sceso più di qualcuno e adesso che partiamo le banchine sono vuote. Procediamo veloci verso Bologna. In questa foschia che confonde i contorni tutto mi richiama ostinatamente al passato. Pali cavi fabbriche fatiscenti; la macchina infernale della modernità pare essersi chetata. Case auto lampioni insegne; le luci restano sospese nel vuoto, chiazze di colore come secchiate di vernice catturate a mezz’aria. Tutto mi è familiare dell’imperturbabile staticità di questo paesaggio tenace. Eppure tutto mi appare così diverso. Mi volto a guardare la triste carrozza dai vetri ampi, i sedili blu con i poggia testa di gomma dura e il pavimento grigio. Così, mentre attorno il mondo si ripete, stazione dopo stazione, vedo mutare i volti delle persone, il colore della loro pelle, i loro capelli, la loro età. Ogni cambiamento appare possibile in loro. Ma forse è solo una sciocca speranza. E mentre fuori i raggi del sole cominciano a fendere la coltre lattiginosa, preparo la mia borsa. È arrivato il momento di scendere.

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