Senz’anima

Serie: Il Branco Terza Stagione

Nimea si svegliò intontita. Ricordò di aver afferrato Ariel e di essere fuggita nella direzione opposta alla Colonia, con il cuore pesante come un macigno. Avevano distanziato un paio di pattuglie, ma alla fine non erano riusciti ad evitare lo scontro. Aveva estratto la frusta senza timori, facendosi largo con il piccolo alle spalle. Un dardo l’aveva colpita sul viso e la vista si era offuscata.

Quando si sentì sufficientemente in forze, riaprì gli occhi. L’avevano condotta in un edificio dalle pareti di cemento, spoglie. Alzò lo sguardo ma non vide alcuna finestra: era rinchiusa in una stanza angusta. Aveva polsi e mani legati ed era senza vestiti; non una novità, era vissuta senza mettere nulla addosso per ventidue anni. La vergogna per la nudità era un’emozione a lei sconosciuta.

Un rumore in avvicinamento la fece tornare del tutto lucida. Ad aprire la porta fu una donna, una soldatessa che reggeva fra le mani una ciotola di brodaglia vegetale. L’odore riuscì a disgustare Nimea, ma l’espressione del suo viso non mutò. Il suo cervello si mise in moto, rapido, cercando di trovare una via di scampo. La donna poteva essere una buona fonte di informazioni.

La soldatessa non le slegò i polsi: si inginocchiò accanto a lei, avvicinandole la ciotola alle labbra.

Nimea ne bevve il contenuto, nell’intento di reidratare il corpo. Non sapeva da quanto tempo si trovava in quel luogo: ore, giorni.

Prima che l’umana abbandonasse la cella, l’Efide levò lo sguardo su di lei.

«Il bambino? C’era un bambino, con me.»

La donna ricambiò lo sguardo, mordicchiando un labbro in preda all’indecisione. Prima di rispondere, lanciò uno sguardo oltre alla porta per assicurarsi di essere sola.

«Se l’è preso un ufficiale. Lo ha portato con sé.»

L’Elfide mantenne il volto immoto, pur sentendo sollievo. Ariel era vivo, doveva trovare il modo per uscire da lì e recuperarlo.

Ora che avevano avviato una sorta di conversazione, la soldatessa sembrò restia ad andarsene. Era giovane, forse avevano la stessa età, e chiaramente spaventata. Si morse nuovamente il labbro, facendolo quasi sanguinare.

«Dicono che non sei una donna. Che sei una puttana senz’anima. È… vero?»

Una puttana. Nimea saggiò quella parola cercandone il sapore: lo era? Era questo, che si aspettavano da lei? Uno “show”?

Piegò le labbra nell’ombra di un sorriso. «Diciamo di sì.»

La ragazza arrossì e si affrettò ad uscire sbarrando la porta.

Il sorriso di Nimea non si spense.

Era una brava attrice, una delle migliori del Paradise: le risultava facile fingere di provare piacere. Nel corso degli anni le era capitato che l’effetto dell’eccitante si esaurisse nel mezzo dello “spettacolo”, ma questo non aveva inficiato il suo rendimento.

Fingere di essere felice rendeva felici gli altri. Gli umani erano facili da ingannare, seppure non ne avesse esperienza diretta lo aveva compreso studiando l’atteggiamento degli spettatori. Alcuni amavano la violenza, ma tutti desideravano il “lieto fine”.

Il drappello che vigilava la sua prigione era composto da sei soldati, compresa la ragazza. Aveva sudato maggiormente in molti degli “show” al Paradise.

Un paio di giorni le furono sufficienti perché le liberassero mani e piedi.

La soldatessa pareva disgustata dal suo atteggiamento, le si avvicinava solo per portarle la zuppa e accompagnarla al bagno. Un pudore che Nimea non comprendeva: i maschi umani non avevano difficoltà con la sua nudità quando si trattava di fare sesso, ma si ritiravano al momento di farle la guardia mentre assolveva alle sue funzioni fisiologiche. Un vantaggio che intendeva sfruttare.

Era solita comportarsi con molta educazione con la donna, ringraziandola spesso. Aveva carpito il suo nome ascoltando le conversazioni dei soldati. In principio, la soldatessa aveva dimostrato disagio per poi risponderle con altrettanta cortesia.

“Grazie per il cibo, Marlene.”

“Prego.”

“Grazie per avermi accompagnata al bagno, Marlene.”

“Prego.”

Non una grande conversazione, ma Nimea manteneva l’attenzione vigile. Bull le aveva insegnato il potere di un nome: poteva scavare la roccia. Comprese che l’atteggiamento di Marlene si stava ammorbidendo quando le chiese il suo.

«48» un numero non aveva alcun potere.

Marlene le parve sconcertata. «48?»

Nimea aveva sorriso. «Sì. Alla mia specie viene attribuito un numero. Sono un Toy.»

Per la prima volta, Nimea lesse in lei un’emozione simile alla pietà. Era quanto desiderava.

Nei frequenti viaggi alla latrina aveva osservato con attenzione quanto la circondava. Si trovava all’interno di un capannone completamente vuoto, di circa quattrocento piedi di diametro. L’avevano rinchiusa in quello che un tempo doveva essere stato uno sgabuzzino. Le brande dei soldati si trovavano nelle immediate vicinanze ed i servizi igienici erano posizionati a ridosso della parete ad est; al loro interno c’era una finestra sbarrata.

Marlene aveva allentato la vigilanza, conscia che la finestrella si poteva aprire solo dall’esterno. Non le costava nulla accostare la porta per concederle una sorta di intimità. Nimea profittava di ogni istante per studiare la zona esterna. Cemento a perdita d’occhio, nessuna strada. Il capannone si trovava all’interno di una struttura più ampia, forse un agglomerato industriale, illuminata da fari ad alto voltaggio.

L’apertura più vicina era un’uscita di sicurezza che poteva essere raggiunta con facilità: non era bloccata, l’aveva sentita aprirsi e chiudersi più volte durante la prigionia.

Attese con pazienza la notte giusta. Dopo uno “show” particolarmente movimentato quattro dei sei soldati erano caduti sulla branda addormentandosi all’istante. Il quinto si era diretto all’esterno di pattuglia e Marlene era l’unica a poterle causare problemi.

«Marlene, per favore. Devo andare in bagno.»

La ragazza aprì la cella facendole cenno di seguirla, di malo modo. Le parve assonnata.

Nimea la precedette camminando lentamente, prendendo nota delle condizioni dei soldati. Come aveva sperato, dormivano profondamente.

Una volta raggiunta la latrina Nimea indugiò con la mano poggiata alla maniglia, fingendo un malessere. Marlene reagì d’istinto, abbassando l’arma per portarsi al suo fianco.

Un attimo appena. Nimea le afferrò il collo spezzandoglielo con una torsione secca. Produsse un rumore simile a quello di un ramo spezzato, nulla più.

«Grazie, Marlene.»

Accompagnò il suo corpo fino al suolo, con delicatezza. Recuperò la pistola e il coltello custodito in una guaina fissata alla gamba destra, pensando alla prossima mossa. Uccidere gli altri era fuori discussione: non sarebbe riuscita ad eliminarli contemporaneamente senza allertare nessuno. Non sapeva se in zona c’erano altre pattuglie, doveva agire nel silenzio più assoluto.

Raggiunse l’uscita di emergenza, decisa a tutto. Un solo piccolo errore poteva costarle la vita, uccidendo Marlene aveva attraversato la linea di non ritorno. La porta si aprì verso l’esterno e Nimea accolse con gioia un refolo d’aria fredda che la accarezzò facendola rabbrividire.

Mise piede sullo spiazzo cercando le zone d’ombra, muovendosi da un capannone all’altro eludendo la luce dei fari. Si lasciò guidare dall’istinto, sperando di trovare una strada che le facesse intuire l’esistenza di uno sbocco esterno. Quando la raggiunse, il suono dell’allarme ruppe il silenzio attirando l’attenzione generale.

Come aveva immaginato, i sei soldati non erano i soli ad essere di pianta stabile nel complesso.

Corse, dimentica di tutto. Se quello era il suo ultimo “show”, avrebbe venduto cara la pelle.

Davanti a sé, scorse una figura scura che iniziò a delinearsi poco a poco: procedeva in senso contrario al suo. Riuscì ad intuirne la forma grazie alla vista acuta di cui beneficiavano gli individui della sua razza.

Un Daemon. Uno strano, Daemon. La sua pelle era quasi nera, le corna d’ariete più grandi di quelle degli esemplari che aveva incontrato. Il viso era più affilato, l’arcata sopraccigliare si univa ad un naso sottile. Vestiva solo i calzoni, le braccia muscolose erano ornate da bracciali color argento.

Nimea si focalizzò sul suono che accompagnava il suo passo. Il Daemon trascinava qualcosa al suolo, producendo un rumore sordo. Abbassò gli occhi per comprendere la natura di quell’oggetto e si trovò a fissare un’enorme mazza chiodata; a contatto con il cemento, sprigionava scintille.

Quando la creatura le passò a fianco, le parve di avanzare al rallentatore: i movimenti di lui, calmi e posati, sembrarono fermare il tempo per un istante.

Le rivolse uno sguardo, un sorriso sicuro, poi alzò la mazza pronto a colpire.

Nimea diede fondo a tutte le sue energie allontanandosi senza volgere lo sguardo dietro di sé.

Serie: Il Branco Terza Stagione
  • Episodio 1: Il Topino
  • Episodio 2: L’Elfide
  • Episodio 3: ToyTown
  • Episodio 4: La Colonia
  • Episodio 5: Senz’anima
  • Episodio 6: La Promessa
  • Episodio 7: Metallo
  • Episodio 8: Sotto assedio
  • Episodio 9: Casa
  • Episodio 10: La Biblioteca 
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    Discussioni

    1. Nimea comunque mi ha colpito. Senza emozioni, fredda, calcolatrice. Non ha pudori e non ha timori. Una mente “vulcaniana” unita ad una totale assenza di remore. Mi sa che è più letale di quanto pensassi.

      1. Direi che “vulcaniana” è la giusta definizione ;D

    2. “Bull le aveva insegnato il potere di un nome: poteva scavare la roccia.”
      Mi piace questo richiamo alla frase di Bull nell’episodio precedente.
      E devo dire che Nimea è decisamente sveglia.
      A proposito di nomi, il suo mi ricorda Nimue, della saga Arturiana. Ma magari è solo un’assonanza e l’origine è altra…?

      1. In realtà è nato per caso, ora posso anche svelarti il ragionamento. Come sai avevo già scritto Il Diario di Alone, dove tutti questi personaggi appaiono anche se in maniera “incolore”: volevo dare loro un’identità a tutto tondo. Nel Diario, il nome di Nimea è Nim così ho pensato a un precedente nome che conservasse l’assonanza. Avevo ragionato sui suoi colori, bianco, è l’immagine era quella di una ninfea. Così, ho fuso le cose.

    3. Per la caratterizzazione di Nimea presumo che ti sei ispirata al clichè della femme fatal (molto utilizzato nella letteratura europea) e, per i miei gusti, l’operazione ti è riuscita.
      Sono curioso di scoprire il lo strano daemon.

      1. Ciao Raffaele, Nimea è stata generata e cresciuta per essere una prostituta, utilizza il suo corpo come un’arma. Il suo intento è freddo, non esiste un barlume di compiacimento (né di disgusto) in lei.

    4. Micol, bella davvero la caratterizzazione di Nimea😊, un personaggio tosto da un passato difficile da cui però ha saputo trarne i suoi vantaggi. Ottimo il gancio finale che richiama all’azione! Continua così, alla prossima 😊!

      1. Ciao Tonino, in questa serie mi è piaciuto approfondire i personaggi secondari de Il Dio Solo e faccio fatica a staccarmene. Quando inizio a raccontare la loro storia magicamente si espande, tanto che dovrei dedicare una serie per ogni componente del Branco.

    5. Bellissimo brano, ogni storia di ogni personaggio è così accattivante che vorresti fosse lui il protagonista per seguirlo il più possibile.
      Bravissima Micol veramente un bel brano

      1. Ciao Alessandro, pensa un po’ come sono messa io… 🙁
        Mi innamoro ogni volta di un personaggio, dovrei dedicare ad ognuno una serie!