Sexy e d’azione

Affacciato alla finestra. Sigaretta tra le labbra spaccate dalle risse; fumo biancastro che sa di rabbia, un filo di cenere cade giù dal mozzicone adesso scagliato a terra. Alle sue spalle la donna scivola via dalle lenzuola, ancheggia sul parquet eroso e lo abbraccia alle spalle. Non si parlano. Capezzoli come diamanti contro la sua schiena, e un seno morbido e materno. Lui si volta e la solleva per le gambe, la spinge con gentilezza contro la testata del letto.
     «Se domani finirò ammazzato, almeno avrò passato la mia ultima notte con te a fare l’amore.»
     Lei cinguetta: un uccellino le ha detto che ridendo e toccandosi spesso i capelli sarebbe stata letale per gli uomini. Lui, infatti, la fissa mentre fiocchi di luce dorata le baciano le guance accaldate, increspate in un sorriso lieto; il sesso ne rinnova la bellezza. La bocca vorrebbe esprimere piacere, ma viene messa a tacere da baci selvaggi. Il falco predatore che l’ha catturata non le lascerà un attimo di fiato, e al topolino, vittima consapevole, la cosa va bene.

La resa dei conti. Cappotto lungo e sventolante, numerose pistole, coltelli, balestre compatte e altri ammennicoli che brillano sotto di esso. In quella via, nemmeno le bestie delle fogne si azzardano a camminare; i tombini sbuffano miasmi, sciolgono la neve brutalizzata dal fango e dal vomito di coloro che hanno perso la retta via. Lui è un pastore, una guida: li indirizzerà lungo un percorso di redenzione e rettitudine. Tutte parole altisonanti, queste qui, tutte cose che ondeggiano nella sua testa. Guarito dalle cosce sudate della sua donna, sa che può lanciarsi a capofitto nell’inferno e pisciare sulla lava in cui i demoni sguazzano, uscire illeso persino da una scazzottata col gran maligno in persona.
     E forte di questa convinzione sfonda la porta con un calcio. Lo stivale dalla suola di ferro impatta sul legno e scardina la lastra marcescente. Avanza tra le schegge sospese a mezz’aria. La mano scivola a destra della cinta, afferra tre coltelli da lancio e non deve neppure perder tempo a mirare: le dita fanno da sole. La luce sfarfalla e i poveri disgraziati lasciati di guardia piangono sul sangue che cola loro dalla gola. Tossiscono e sbattono i piedi in cerca di una morte veloce, le bestie. Lui li supera, li lascia a sputare la vita in un gorgogliare cremisi. Uno in particolare, dall’aspetto punk, un po’ trasandato, gli sputa sul piede. L’errore gli costerà caro.
     Ma lui è magnanimo, un pastore, abbiamo detto. Preme lo stivale sul cranio del giovane smarrito e aspetta che gli occhi scoppino via dalle orbite. Aggiusta il cappotto nero, stringe di un punto la cintura con l’attrezzatura e sospira. L’ascensore è per i fighetti, lo sanno tutti: prende le scale nell’altra stanza. A ogni gradino rielaborerà il piano, caricherà i muscoli e le fibre dell’organismo progettato per dispensare misericordia.

Al trentesimo piano scambia qualche occhiolino con una telecamera di sorveglianza. Si fa guardare, dà spettacolo dei pettorali sotto il maglioncino aderente; le cosce da guerriero e il torace da sventratore farebbero arrossire Ares in persona.
     «È il momento di smetterla, amore…»
     La solita voce lo tormenta. Ancora. Si massaggia le tempie e sa che deve andare avanti.
     «Tesoro, questa cosa va avanti da troppo.» Insiste.
     «Smettila, ti prego,» reagisce, ma è vano. Fa scorrere il carrello della pistola e guarda il proiettile brillare all’interno della canna: poggia l’arma sulla fronte in una breve preghiera. «Farò presto, lo prometto.»
     Le porte automatiche lo aspettano. Si aprono in un’interminabile sequela di sgherri e guardie armate. La pistola canta, intona un requiem per ogni povero stronzo la cui testa viene fatta esplodere dall’eccessivo calibro. Il caricatore bestemmia, vuotato d’ogni goccia di vigore. La prossima arma la strappa da una mano morta. Si acquatta dietro un tavolino per evitare raffiche di proiettili ballerini. L’atrio della sede dei disgraziati è bello spazioso. Un corridoio in fondo conduce alla prossima sezione. Attorno, vasi di fiori pittoreschi, quadri e statue, tavoli e sedie di metallo.
     «Prendete quel faccia di merda!» le urla dei nemici sono musica: lo temono, riesce a malapena a contenere l’erezione per la gioia di poter strappar loro le vene a morsi.
     Salta fuori come una vipera, azzanna il primo con la mano e sbatte le sue informi fattezze contro la parete. La riproduzione oscena della Venere guarda ai propri piedi: la conchiglia da cui sboccia è un trionfo di cervella e sangue. La scassata arma sovietica gli fa l’occhiolino: la brandisce con una mano sola, come fosse un giocattolo. Non riescono a opporsi: cascano come birilli investiti da palle di cannone. Sinora solo due proiettili l’hanno sfiorato: il primo gli ha messo il ciuffo riccio a posto e l’altro gli ha acceso la sigaretta che teneva spenta in bocca.

Alla fine di una sconfinata striscia di morte e marmellata di corpi, il portone dietro cui si nasconde il gran capo si palesa al termine del corridoio. Lo apre con la dolcezza dedicata sino ad allora solo al fiore femminile.
     «Eccoci, amico mio,» dall’altro lato della stanza parlano per primi: è l’uomo che un tempo aveva amato come un fratello. Ha altro da dire, lo lascia intendere con un gesto aggraziato: «Sempre una sigaretta in bocca e il cazzo duro, tu.»
     «Sempre con la faccia a forma di vulva, tu.»
     «Ci sono facce peggiori.» Due passi di lato e un sorrisetto sbieco.
     «Ce le diamo o no?»
     «Ammazzi una cinquantina di uomini e butti nel cesso il distintivo per una scazzottata con un vecchio collega?»
     «Un vecchio collega che ha venduto il culo a una nazione che ci caca addosso da decenni!»
     «Bah, punti di vista.» Il bell’uomo in giacca e cravatta si siede sulla scrivania del lussuoso ufficio. Tutt’attorno solo un’immensa vetrata che troneggia sulla città. Il teatro perfetto per lo scontro finale.
     «Devo farlo.» Il vendicatore ha dei dubbi. Ma la giustizia sa un po’ di droga aspra, alle volte: ti piace e devi averne sempre di più, persino se può ridurti le budella a un ammasso di carne marcia.
     «Dopo di me ce ne saranno altri, lo sai,» le parole non lo tangono. «Non ho neppure seggi nel consiglio, amico mio, ammazzarmi non manderà alcun segnale.»
     «Sei a capo della divisione militare. Vendi la nostra fottuta tecnologia al nemico!»
     «Chi parla di nemico in un epoca di pace!?» la rabbia fa saltare via il primo bottone del cardigan di lusso. «Sveglia, amico mio.»
     «Epoca di pace…»
     «È un epoca di pace.»
     «In cui produrre nuove armi di distruzione di massa!» il vendicatore non ha più dubbi. Dall’altro lato della sala, viene fissato. Sono solo loro due. Tre, se includiamo la Morte che sorseggia il cocktail, in attesa.

Contano mentalmente alla rovescia, e allo zero è festa. Il belloccio scivola dietro una copertura. Il vendicatore lascia rotolare una granata vicino al tavolo e lo costringe di nuovo a esporsi. Sono entrambi in bella vista. Il completo elegante spara in direzione del lungo cappotto, che scivola agilmente su un tavolo e pianta tre dardi di balestra esatti nel cravattino firmato. Un singhiozzo, poche lacrime e due occhi sbarrati che vorrebbero dire grazie.
     «Te n’eri pentito allora, pezzo di merda…»
     Il vendicatore gli carezza le guance rifatte dalla chirurgia. Punta la pistola alle proprie tempie e ride.
     «Me ne sono pentito anche io, dopotutto.» Getta un’occhiata all’invisibile donzella seduta ad ammirarli. «Vieni a prenderci, puttana. Abbiamo finito.»
     La Morte poggia il bicchiere vuoto sul mobiletto e osserva il cappotto afflosciarsi accanto al completo firmato.

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Commenti

  1. Isabella Bignozzi

    Ciao Giovanni 🙂 la padronanza narrativa ed espressiva che mostri è sempre impressionante. In più, in questo racconto, personalmente ho percepito un’ironia particolare, a partire dallo stesso titolo. Una sorta di tono epico che ride di sè e che serpeggia per tutto il racconto, dando un sapore tragicomico da fumetto Far West che mi è piaciuto molto.

    1. Giovanni Attanasio Post author

      Hai colto nel segno! Ho preso ispirazione da un paio di videogiochi e qualche solita scenetta di quelle che mi vengono in mente durante la doccia o lavando i piatti 😀
      Grazie del commento.