Sfiorare l’Azzurro

Serie: Emotikon

Il tubetto iniziava a chiedere altra salsa, svelandomi deliziosi ricordi di dolce nettare purpureo.

Ma non erano pacifiche riprese di un colibrì che, gentile e leggiadro, preleva materia dal bulbo di un fiore tropicale.

No, le immagini proiettate dal passato, sul mio presente, violavano malamente la mia morale umana e svelavano la bestia, con le sue unghie affilate ad aprire le carni innocenti.

S’abbeverava avida, succhiando al seno delle loro vite, una dopo l’altra, senza distinzione di sesso e… d’età.

La bambina. Il suo strillo acuto ancora infestava il mio udito.

Ed evocava flash sporadici, casuali, aritmici di ciò che ormai ero certo fosse accaduto.

Orribile verità.

Nello stanzino silenzioso, in cui i carabinieri mi avevano lasciato, avevo l’occasione di ordinare bene le informazioni in mio possesso, soprattutto se il proposito sarebbe stato rivelarle.

Auto-denunciarmi.

Costituirmi.

Sì, erano quelle le parole esatte, anche se solo ora ho il coraggio di chiamare le cose col loro nome.

Ma non è del presente che sono qui a parlarvi, bensì del passato, e quindi tenterò d’immedesimarmi, al meglio che posso, nel ricordo di quella mia vecchia versione di me, bellissimo e mostruoso, intenso e puro.

E quella purezza s’inoltrava sempre più attraverso la mia anima, catturata da ogni dettaglio, ogni elemento fascinoso; gli stessi elementi che fino a meno di un giorno prima, non avrei nemmeno degnato di uno sguardo.

Mi ponevo domande superficiali: sono tutte così le stanze da interrogatorio? Sono ben diverse da quelle dei polizieschi.

Il mobilio è stato comprato ai grandi magazzini o viene recuperato in mercatini a basso costo?

Arriverà il classico ispettore in giacca e cravatta? Stupido, rispondevo a me stesso, i carabinieri non hanno ispettori. O forse sì?

Mi soffermai sulle superficiali domande appena poste, costatando un importante, nuovo dettaglio: non avevo più paura.

Perché?

Chiunque si sarebbe pisciato addosso all’idea di finire in galera. E di quelle povere persone ammazzate? Perché non pensavo più a loro con pietà? Dove dannazione era il mio senso di colpa?

No, tutto quel velo di comune umanità diventava sottile con il fomentarsi di altri pensieri, di altri bisogni che svuotavano “il pozzo nero”, man mano che il tempo passava.

In me, albergava una consapevolezza, una certezza sul futuro che non trovava risposta in quel momento: tutto sarebbe tornato inesorabilmente nell’oscurità; già mi vedevo cadere ancora nel baratro, per poi tuffarmi di nuovo…

“Ok, vediamo che ci dice”, sussurrò l’uomo in divisa a qualcuno, prima di entrare.

Sì presentò: non ricordo il suo nome né le sue precise parole; ricordo che si sedette, poggiò il cappello, aprì il blocco degli appunti, fece scattare la penna e scrisse.

Ma quel che più mi rimane in mente di lui è che era bello, creando in me una strana insicurezza sulla mia sessualità. Quel desiderio, quelle carezze che io davo con la mente al suo viso, e quell’azzurro intenso degli occhi in cui sarei annegato, mi riportarono nella volante, quando i carabinieri mi trovarono a bordo strada e ammiravo la decadenza della periferia attraverso il finestrino.

Il meraviglioso diorama.

Insomma, quei maledetti occhi non mi lasciavano scampo, per questo fui ancor più invogliato nel raccontare la mia storia, nello stupirlo, nel creare in lui un interesse verso di me.

Raccontai tutto… tutto quel che ricordavo.

Non era di molte parole, ma contraendo di poco l’anima, sentii parlare il suo corpo, nel trattare alcuni particolari. Notai un’anomalia nella sua somatica, durante l’incipit: l’emersione dalla terra, e questa gli fece sollevare un sopracciglio di qualche millimetro; tornare con le parole all’ospedale, svelò istintivamente la realtà, lasciandomi sbirciare “il grigio” e “il suo sole”, stupendo e devastato proprio dalle immagini che evocavo nella sua mente.

Quando arrivai al momento del mio sonno nella roggia, fermò la penna e mi guardò dritto negli occhi. Lì, scorsi dei collegamenti, delle corrispondenze generate nella sua logica. La mia carneficina sicuramente aveva fatto notizia; sì, di certo avevano cercato il colpevole e… mi venne da sorridere.

Quell’uomo, quel carabiniere, non era convinto del mio racconto. La mia permanenza nella roggia, dalla notte della violenza alla odierna, non lo convincevano.

Il suo “sole” continuava a parlarmi di lui, del suo conflitto interiore, e io ero eccitato all’idea di essere protagonista del suo pensiero.

E all’improvviso, mentre ancora ascoltava i vaneggiamenti di uno strano personaggio, si alzò, forse esausto, forse soddisfatto. Il punto è che mi lasciò lì, lanciando sul tavolo qualche parola, prima di aprire la porta e varcare la soglia: “Sta venendo un’ambulanza a prenderti.”

Serie: Emotikon
  • Episodio 1: Dalla Terra
  • Episodio 2: L’Incrocio
  • Episodio 3: Il Bimbo in Pasticceria
  • Episodio 4: Il Colore Rosso
  • Episodio 5: Il Dedalo Mentale
  • Episodio 6: La Lunga Notte
  • Episodio 7: Sfiorare l’Azzurro
  • Episodio 8: La Materia Rossa
  • Episodio 9: Le Fata Notturna – Finale di Serie
  • Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in LibriCK

    Commenti

    1. Antonino Trovato

      Bellard, continui sempre a torturare la mente dei lettori con episodi mai scontati, dove quel poco di consapevolezza viene spazzato via dai nuovi dubbi che riesci ad imprimere alla fine. Un passaggio mi ha deliziato in particolare: “In me, albergava una consapevolezza, una certezza sul futuro che non trovava risposta in quel momento: tutto sarebbe tornato inesorabilmente nell’oscurità; già mi vedevo cadere ancora nel baratro, per poi tuffarmi di nuovo…” credo che riassuma perfettamente lo stato d’animo mio e di chi ti legge… attendo già prossimi risvolti e nuovi interrogativi😁!

    2. Micol Fusca

      Tantosi: l’esigenza che mi pervade dopo aver letto quest’ultimo episodio. In attesa di sviluppi ed immaginandomi muta spettatrice all’interno del tuo racconto l’istinto mi dice di fingermi morta.