SOLO BAGAGLIO A MANO

“Si ha paura di perdere o perdersi. A tutte le latitudini smarrire o smarrirsi sono verbi vietati”. Parole sante che non ho mai scordato da quando le ho lette in un libro che ha segnato la mia vita.

Gabriele Romagnoli, con il suo “Solo bagaglio a mano”, l’aveva rivoluzionata. Laddove la mia lunga esperienza negli scout mi aveva formato nel preparare materialmente lo zaino che mi avrebbe fatto da compagnia nei vari campi che ho battuto (prima da semplice lupetto e poi da cittadino del mondo), l’illuminazione delle pagine di un libro, comprato solo perché in offerta, mi avevano liberato, viaggio dopo viaggio, degli indumenti inutili per una crescita interiore, ogni volta che indossavo uno zaino in spalla e incominciavo una nuova avventura alla scoperta del mondo.

Poi ci fu quella vacanza che, per la prima volta, faceva sovrapporre le mie due certezze, quelle di cui ho appena sopra parlato. Una vacanza che avevo deciso di affrontare ormai forte di una esperienza simile fatta qualche anno prima.

Dopo i quasi ottocento chilometri del “Cammino di Santiago”, che mi avevano rafforzato nel fisico e nello spirito, mi sentivo pronto ad affrontare tutto. Grazie anche a Romagnoli che mi aveva insinuato anche una consapevolezza in più: “Il bagaglio a mano rivela il superfluo. Se torni e ce l’hai fatta con quel numero di capi, fogge e colori significa che non hai davvero bisogno di quanto, nel tuo guardaroba e nella tua vita, esorbita”.

Ho controllato che ci fosse tutto il necessario. Medicine, cambi di abbigliamento, caricatore cellulare e power bank, l’immancabile diario e integratori alimentari. C’era tutto. Lasciai a casa gli auricolari perché avevo deciso di vivere e godere dei rumori che quel viaggio mi avrebbe regalato.

Ho salutato genitori, fratelli, nipoti, amici e conoscenti. Li ho rassicurati che sarebbe andato tutto bene, tranquillizzandoli che, qualora avessi avuto difficoltà, li avrei chiamati, approfittando della tecnologia che ormai permeava la vita di tutti i giorni. Mi sono incamminato a percorrere solo un paio di centinaia di chilometri lungo quella che fu la “Via Francigena”, felice di poter rivivere qualche giorno nella mia più intima solitudine, possibilità quasi inesistente nella frenesia della vita di città.

Riconoscevo il paesaggio passo dopo passo. Anche se a latitudine e clima diversi, camminare nella mia Italia, dove potevo parlare più liberamente grazie allo stesso idioma della gente che incrociavo, aveva lo stesso sapore di quanto avevo vissuto nel Nord della Spagna, in mezzo ad un popolo che mi ha sempre affascinato per la sua sostanziale differenza con il resto del loro Paese.

Stessa era la musica. Il frusciare del grano per la brezza che spesso si alzava e rinfrescava il fisico e l’anima; il cinguettio di uccelli che non avevo mai pensato che potessero esistere, io cittadino puro abituato a piccioni, corvacci, gabbiani e qualche passero; lo scorrere dei ruscelli che mi facevano compagnia in alcuni tratti del mio cammino, fonte di acqua pura che riempiva le mie borracce e le mie arsure. Anche i boschi delle più svariate piante e le nuvole che ogni tanto coprivano il perenne sole, fondamentali per respirare nella calura di un giugno particolarmente caldo.

La segnaletica era, però, carente. Sentieri non segnalati, attraversamenti stradali arditi e completa assenza di “rifugi” dove potersi riposare ed espletare i propri bisogni fisiologici. Ma avevo con me la tecnologia, più raffinata e perfetta della mia precedente esperienza spagnola. Mi stava aiutando ad orientarmi, rendendo spedito e lineare il mio avvicinamento alla meta. Nulla mi poteva fermare.

Quando un giorno, per esattezza durante l’ultima tappa della mia sfida, “…mi ritrovai nella selva oscura, ché la diritta via era smarrita…”. (E qui la citazione dantesca, con tutto il rispetto dovuto al Sommo Poeta, non fa una piega).

A pochi chilometri da Siena, in un bosco di faggi, mi sono perso.

Mi ero allontanato dal sentiero semplicemente per essermi inoltrato nella boscaglia. Dovevo poter fare una pipì che non mi dava tregua. La bellezza del posto, il desiderio di evitare di essere visto da altri camminatori e la curiosità di andare a vedere che cosa stava smuovendo le sterpaglie che mi erano davanti, mi avevano fatto perdere l’orientamento.

Dopo aver ammirato una famiglia di ricci che se la stava spassando nel loro habitat naturale, non mi sono perso d’animo. Ho preso il mio cellulare, ho attivato Google Maps ed ho aspettato che facesse il suo doveroso lavoro, benedicendo l’avvento della tecnologia. La rotellina della ricerca campo mi incominciava ad allarmare per la sua lentezza. Così come mi incominciava a far agitare uno strano rumore alle mie spalle, rumore che ho immediatamente accomunato ad un cinghiale che avanzava nella mia direzione. Messa da parte la ricerca del campo telefonico, mi sono voltato per capire se la mia sensazione fosse fondata. Era solo un cerbiatto che  stava giocando con alcuni rami. Tranquillizzatomi per quel falso allarme, ritornai al mio cellulare, sperando che nel frattempo fosse tornato il campo necessario a ritrovare la strada, il sentiero che avevo perso e lasciato chissà dove.

Niente. Il buio più assoluto, il silenzio cosmico in un mondo che non mi apparteneva. Nonostante i miei trascorsi da boyscout mi resi subito conto che il posto in cui mi ero perso non mi apparteneva. Io ero cittadino e non capivo che cosa potessi fare o essere in mezzo al bosco, da solo e senza la possibilità dello strumento necessario all’orientamento, al quale la “civiltà” mi aveva assuefatto.

Intorno a me i rumori più strani, più assurdi e più inquietanti mi stavano bucando i timpani. Non avevo neanche gli auricolari, lasciati appositamente a casa, che mi avrebbero aiutato a non andare nel panico inondandomi con le note di una canzone che mi avrebbe potuto rilassare. La sensazione di essere perso, non solo di essermi perso, si era ormai impossessata del mio corpo e della mia mente. Le parole del libro che aveva cambiato la mia vita (“…smarrire o smarrirsi sono verbi vietati…”) erano tremendamente reali. Decisi di rischiarare la voce con una Halls extra forte (compagne indispensabili per eliminare il pessimo sapore che le sigarette mi lasciavano in bocca). Dovevo poter gridare con tutto il fiato che avevo, sperando di essere sentito e soccorso da qualche altro passante, quando…

…quando un lampo di genio passò inaspettatamente nella mia mente.

Aprii lo zaino. Estrassi quello che rimaneva dell’abbigliamento lavato e stirato con cui ero partito (ora ridotto ad un maleodorante guardaroba in cerca di urgente sanificazione da intere giornate di sano sudore). Spostai anche l’astuccio nel quale avevo riposto tutto il materiale necessario per  non rimanere isolato (caricatori e power bank). E incominciai a pregare…

…pregare che nello scomparto in “fondo a destra” dello zaino non mi fossi scordato di mettere la mia ancora di salvezza, l’unico elemento ai più insignificante, ma per me fondamentale in ogni viaggio campestre (o bucolico) che affrontavo.

Nello scomparto più insignificante e meno accessibile del mio bagaglio non potava mancare il “Manuale delle Giovani Marmotte”, mio compagno di giochi da tempi immemori, mia ultima ed unica salvezza per avermi permesso poi di ritrovare il sentiero che mi fece arrivare sano e salvo a Siena. Avevo concluso vittorioso anche questa ennesima sfida alle mie capacità e ai miei limiti, nonostante il fuori onda degli strani rumori che mi avevano turbato in quell’esperienza.

Perché un altro insegnamento avevo ricavato dalla lettura di quel libro: “L’interno del bagaglio è ugualmente importante e suggestivo. Perché sia funzionale occorre abbia scomparti e zip”.

Da quella esperienza “Solo bagaglio a mano”, di Gabriele Romagnoli, divenne la mia Bibbia!

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Responses

  1. Gran bel racconto. Mi ha fatto ridere la parte in cui “prega”, e in quel momento lì, non so perché, mi ero convinto che quell’ancora di salvezza dovesse essere una bussola, invece mi hai sorpreso e anche lì divertito.
    A presto

  2. Mi è piaciuta la parte iniziale, poi ho cominciato a chiedermi se e come se la sarebbe cavata… quando frugò nello zaino, ho pensato che uscisse fuori la classica bussola, invece il “Manuale delle giovani marmotte” è stato una gran sorpresa! Bravo Claudio, mi sei piaciuto!

  3. Ciao Claudio, come dicevo in altra sede “Solo bagaglio a mano” sembra essere una guida al vivere. Mi incuriosisce. E’ vero, dovremo pensare a quello che ci circonda con più lucidità: quali sono i beni materiali che ci sono veramente utili e le persone che rappresentano qualcosa di importante e non delle vuote comparse. Ho apprezzato anche l’immersione nella natura (esteriore ed interiore) che accompagna il tuo personaggio lungo il cammino.

    1. Micol…grazie!
      Ti consiglio di leggere “Solo bagaglio a mano”…ma attenzione…l’incipit potrebbe essere sconvolgente!

  4. Grazie!
    …a volte basta mettere insieme pezzi della tua vita…ed hai una visione diversa da quella che avevi avuto prima!
    Ps: il “Manuale delle Giovani Marmotte”? Chissà dove l’ho buttato! 🤪

  5. Ciao Claudio, ho letto anch’io tempo fa il libro di Romagnoli. Per cui, mi sono ritrovata nelle tue citazioni. Quando poi hai nominato il “Manuale delle Giovani Marmotte”, con cui sono cresciuta, ho capito che questo è il mio racconto perfetto 😉
    Il tuo “uomo puro” mi è piaciuto. Bravo! Alla prossima.