Sono lì

Il quiz televisivo “Rispondi e vinci” era iniziato da mezz’ora – Ernesto era seduto in cucina – non aveva più voglia del piatto di minestrone – non sentiva più l’appetito perché emanava il solito sapore – guardandolo acquoso e fumante già si sentiva sazio – non sapeva cucina altro – e come dentro una cornice la sua vita rimaneva intrappolata in cucina fino alle 22 – assecondava l’abitudine di andare a dormire senza sognare – nel suo letto piccolo e quadrato – con le lenzuola tese che lavava ogni settimana – aveva imparato da scapolo a fare tutto in casa e ci perdeva tutto il giorno – a sistemare la scatola di quattro stanze in cui viveva nascosto da sessant’anni- La sua vita non gli aveva mai somministrato chissà cosa – e da quando viveva da pensionato aveva bisogno di poco per cambiare aria la mattina e fare subito notte – il tempo si era accorciato e le giornate erano diventate un rito capitale – tutte uguali come le puntante del quiz dove il campione doveva rispondere alla sua eterna ultima domanda – dipinta sullo schermo della TV – che non azzeccava mai – si rimandava sempre alla puntata successiva – Ernesto la aspettava rassettando la cucina e il salotto.

Quella sera la domanda era difficile – era un argomento difficile – ma certe volte Ernesto la indovinava – al riparo dall’inverno che fuori induriva come un pezzo di legno – davanti al minestrone dentro il piatto dipinto ai bordi da mezzo secolo – il campione stava zitto con gli occhi lucenti – Ernesto con la riposta esatta andava a letto contento – nella stanza illuminata dalla lampada blu diamantina – senza aprire mai le finestre – rincuorato di avere un cervello di 75 anni ancora in funzione.

Quella sera l’ultima domanda era “sinonimo di illusione” – il presentatore fingeva di essere concentrato immobile e incravattato- Ernesto pensando si sentì rilassato – dopo aver assaggiato il minestrone bevve il bicchiere di vino rosso.

All’improvviso squillò il telefono – era un apparecchio vecchio e il suono metallico coprì i ragionamenti ad alta voce del campione. Si alzò continuando a guardare la TV fino a quando uscì dalla cucina. Nel buio del salotto raggiunse il mobile e sollevò la cornetta-

-Pronto?-

una voce di donna tremolante, come un ronzio, cordiale ma frettolosa disse:- salve, mi scusi, non vorrei disturbarla ma sono lì-

Ernesto aggrottò le sopracciglia bianche – Chi?-

-Sono proprio lì da lei, faccia attenzione la prego-

non riconobbe la voce – altro chiodo fisso nella sua testa di 75 anni c’era la difficoltà nel riconoscere le voci-

-Ha sbagliato numero- giocare sempre in difesa.

-Oh…- la donna disse solo “Oh” e lui riagganciò. Il senso di meraviglia lo investì – in cucina sentì la voce del campione che si stava arrendendo – “Eh sì stasera la domanda è difficile” fece il presentatore “ma se presta attenzione ce la può fare!”

Ernesto ricominciò a ragionare bagnandosi le labbra – che bisogno c’era di prestare attenzione? – attenzione a che?- su quei pensieri si sbucciò una mela – cercava tra i pensieri “non la sa” e guardò il pubblico in studio che si animava “3,2,1 stop! Adesso deve darmi la risposta”

Ernesto finì la mela senza trovare la parola – niente, nemmeno una che poteva avvicinarsi – non l’aveva intuita da subito e allora amen – indignato abbassò lo sguardo – il telefono l’aveva distratto – una follia chiamarlo a quell’ora – proprio durante il quiz. Sollevò il coperchio del bidone della spazzatura – sulla sua spalla con tutti quegli anni vide una macchia scura che si alzò incerta, sul punto di cadere – ma in qualche modo salì fino a sfiorare il lampadario – senza essere capace di fermarsi – mise gli occhiali per metterla a fuoco – nella cucina dall’aria immobile quella cosa macchiava i contorni dei mobili. Era una libellula enorme – ronzava in un suono pazzo – nella direzione insensata che imboccava per tutta la cucina tornava sempre al lampadario e poi scendeva – era goffa e sbatteva dappertutto – toccava le tende come per trovare un varco per uscire – vicolo cieco – “da dove è entrata” un fattore cruciale come la puntata del quiz – la libellula continuava a sforzarsi al massimo per trovare un modo di uscire – bizzarra con le sue ali enormi. Ernesto afferrò uno strofinaccio e salì sulla sedia sfiorando con la testa il lampadario, ma proprio mentre stava per colpirla il telefono squillò di nuovo – ridicolo e disperato entrò in salotto

-Pronto-

la stessa voce di prima – mi aiuti –

-Ma chi lei chi è?-

-Sono lì aiuto sono lì-

Agganciò mentre la libellula svolazzava in salotto -l’aveva seguito – era dietro la porta e sbatteva con tutta il suo corpo maestoso e dorato che sembrava un giocattolo ben fatto ma delicato nella sua muta tristezza.

“maledetta schifosa, ma dove vieni?” pensò Ernesto – rinunciò a colpirla dalla sedia – “non sei entrata dalle finestre, non le apro da giorni e qui non viene a trovarmi nessuno” – pensa, rifletti – il suo cervello prese a scavare- ma i giorni uguali certo non lo aiutarono. Era difficile trovare la risposta esatta.

La libellula era impazzita di paura – volava come in pasto a un vento interiore – e il volume del suo ronzio come uno scherzo divenne più alto – per farsi sentire approfittando del silenzio del salotto. Ernesto pensò di aprire la finestra – ma era rotta e quindi doveva condurla in cucina – la libellula roteava e il riflesso delle sue ali si accendeva quando passava vicino l’entrata della cucina.

Ernesto riprese lo strofinaccio.

Squillò ancora il telefono disperato – Ernesto sentì un fruscio –

-La prego-

-Ma chi è? Cosa vuole da me?-

-sono lì-

-non c’è nessuno a parte me! Mi ascolti…-

-se continua a tormentarmi chiamo i carabinieri!-

la libellula stravolta atterrò sul mobile, accanto al telefono -Ernesto la vide con tutti i suoi colori addosso – un insetto vestito da sera.

-Resti in linea-

molto lentamente prese la mira chiudendo un occhio e scagliò lo strofinaccio sopra l’insetto – il colpo fu rapido e secco come una frustata – la libellula era tutta accartocciata e le sue ali raggrinzite che vibravano nell’agonia – era stata una morte fulminea.

-Pronto…pronto…-

la voce di donna non rispose – Ernesto sentì solo un lungo, interminabile fruscio.

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