Sospeso

Cosa posso pretendere più di questa mia perfetta solitudine?
Il gioire nell’immutabile essere dentro e oltre il tempo.
Anche oggi mi recherò al laghetto delle ninfee. Lascerò che il mio corpo goda nell’abbraccio delle sue fredde acque. Mi spingerò fin sul fondo per poi risalire. Su e ancora e ancora, per respirare. Lascerò che i miei polmoni accolgano tutta l’aria che possono. Questa è la mia acqua. Questa è la mia aria. Questa è la mia terra. Il mio mondo.

A volte, dopo esser emerso, odo echi di luoghi lontani. Mondi immensi. Caotici mondi irraggiungibili. E voci, flebili voci di tristezza indicibile. Allora infilo la testa sott’acqua aspettando che torni il silenzio. Alla fine torna sempre, quel silenzio che tanto mi è caro.
Cosa posso pretendere più di questa mia perfetta solitudine?
Posso assaporare ogni frutto, annusare ogni profumo, godere di ogni singola cosa. Nulla mi è precluso qui. Eppure gli echi non si dissolvono e le voci non si zittiscono. Sempre più spesso tornano a ricordarmi che c’è dell’altro. Io non voglio dell’altro, ho tutto quello che desidero in questo mondo che è mio. Eppure…

C’è un ponte ai confini del mio regno, sospeso nel nulla, poco più largo della pianta del mio piede sinistro. A volte mi fermo ad osservarlo.
«Altri mondi» sembra bisbigliare. «Vi sono altri mondi.»
Fingo di non sentire e ritorno al laghetto. Un tuffo in quel gelido oblio e tutto tace.
Ma l’eternità è tanto, troppo tempo e quel ponte bisbiglia e bisbiglia e bisbiglia. Giorno dopo giorno. Mi ritrovo a chiedermi dove potrebbe portarmi, se solo avessi il coraggio di seguirlo. In uno di quei mondi colmi d’infelicità?

Come sono finito su questo ponte che tanto disprezzo?
Concentrato nel mantenere l’equilibrio, mi aiuto con le braccia. Un piede dopo l’altro. Il ponte è solido, ma stretto, incredibilmente stretto. Sto lasciando la perfezione alle mie spalle solo per soddisfare quel basso sentimento che è la curiosità. Davanti a me l’ignoto e accanto il nulla. Passo dopo passo.
Sento la voce del mondo che sto abbandonando. Lontana.
Cosa puoi pretendere più di questa perfetta solitudine?
Zitto…Zitto…Zitto…Ormai è tardi.
Forse c’è qualcosa e non parlo di mondi. Qualcosa sotto quel velo di dolore che percepiscono i miei sensi. Qualcosa di bello. Qualcosa di nuovo.
Ed è con questo pensiero in testa che cado. E ancora e ancora. Per sempre e continuamente.
Al mio esistere non v’è fine e non v’è inizio. Continuare a cadere. Nell’immutabile eterno.

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Discussioni

  1. Ciao Dario, mi sono persa parecchio dei primi anni di Edizioni Open.
    Il “non” sentimento tiene al sicuro, ma anche gli Déi aspirano all’umanità 😉

    1. Grazie per essere passata da questo racconto senza pretese. Ciao, Micol.😊

  2. Uno scritto molto profondo ma molto pessimistico, un po’ di luce non fa mai male. Cmq complimenti ho sentito leggendo sulla mia pelle questa sensazione di solitudine che si perde nell’eterno.

    1. Grazie! In realtà sono un’ amante della luce; Le lunghe camminate all’aria aperta, le escursioni in montagna… Nelle storie, però, mi trovo più a mio agio con l’oscurità.