Sotto assedio

Serie: Il Branco Terza Stagione

Kato catturò l’odore del bambino bestia nel medesimo istante in cui i Daemon retrocedevano di qualche passo. Lo cercò con lo sguardo e, quando fu abbastanza vicino da incontrare i suoi occhi, gli fece cenno di raggiungere l’hotel.

L’odore di Joy si fece più acre, le iridi si espansero occupando l’intera sclera. Kato lo diffidò dal cedere all’istinto, guardandolo severo; gli ringhiò contro, scoprendo i denti. Una pazzia, ma al Capobranco era dovuta obbedienza.

Il bambino bestia abbassò il capo e proseguì verso il Ritz in compagnia del soldato.

Una volta scomparso, Kato ritornò a volgere la sua attenzione ai Daemon che li avevano circondati. Anuk si era unito a lui senza dire una parola e si era schierato al suo fianco, formando un’ideale barriera. Il mezzosangue era potente guerriero, Kato era onorato di averlo come alleato.

Era dispiaciuto di aver ferito Joy, sapeva che i sentimenti del bambino erano tanto complessi da poter essere compresi solo da chi poteva saggiare per completo il suo odore. Joy amava il Branco quanto lui, avrebbe rinunciato alla sua vita per loro. Saperlo in compagnia degli altri lo rassicurava. Nel peggiore dei casi, era libero di difenderli chiamando a sé la “bestia”: il suo secondo volto.

Era una questione che doveva gestire da solo: senza trucchi o sotterfugi.

Una volta che gli avversari ebbero compreso il suo pensiero, si fecero nuovamente avanti.

Erano giunti all’approssimarsi del tramonto. Quattro branchi capeggiati da esemplari potenti: non Alpha. Evidentemente, il Capo Guerra non li riteneva avversari degni di tanta attenzione. Jobat sembrava essere a capo della spedizione, l’acredine contro di lui non era scomparsa; Kato, poteva percepirlo chiaramente. Non conosceva gli altri, ma gli parvero incerti. Aver incontrato Joy li aveva messi in allarme, la spedizione non si sarebbe rivelata semplice come era stato loro promesso.

«Hai onore, Kato, non userai il bambino bestia contro di noi.»

Il Capobranco annuì. «Mi conosci bene, Jobat. Quelli che hai seguito fino a qui non sono Raminghi dalla mente confusa, il mio Branco è degno di vivere sotto il tuo stesso cielo.»

«Branco?» Jobat corrugò la fronte piatta. «Umani, bestie, mezzi uomini e spettri?»

Anuk si lasciò sfuggire un sorriso che riuscì ad inquietare l’avversario. In realtà Jobat aveva inteso riferirsi a Nim, i Daemon erano soliti chiamare gli Elfidi in quel modo, per il colore della loro pelle e capelli.

«Molti di loro attendono la tua morte, falso Capobranco.»

Jobat scoprì i denti in un ringhio. «Mezz’uomo, non è una questione che ti riguardi. Sei in tempo per andartene, non è la tua guerra.»

«Sbagli. Ho fatto una promessa a Rikas e mantengo sempre le promesse.»

Kato guardò Anuk, confuso. Quel nome si fece largo nel suo cuore, non aveva dimenticato il compagno che aveva condiviso con lui tante battaglie.

«Sono loro, non noi, i Raminghi.» Il sorriso del mezzosangue si allargò. «Hanno calpestato le vite di quanti gli si sono fatti contro, compresi i compagni.

Non riuscite a udire le grida delle anime che vi circondano? Vi maledicono, le loro voci si sovrappongono una all’altra tanto sono numerose.»

Gli occhi di Kato si allargarono, sgomenti. «Rikas… è morto?»

D’improvviso, comprese ogni cosa. Quella di Jobat era una crociata personale, mossa dall’odio che provava contro di lui. I Daemon che si erano prestati alla sua guerra erano simili a lui, senza più alcun onore. Si fece avanti gonfiando il petto e sollevò i pugni.

«Ti sfido, Jobat.»

La consuetudine fra la sua gente voleva fosse il confronto diretto fra due sfidanti a determinare l’esito di una contestazione.

Jobat fermò il chiacchiericcio che si era levato dalle fila dei suoi, con un gesto secco. Ridusse gli occhi in due fessure, valutando l’avversario.

«Non così, Ramingo. Non sono così stupido da non conoscere l’esito di una tale sfida. Come ha detto l’Alpha con te, il mezz’uomo, ho compreso che in questo mondo l’onore è la consolazione dei deboli. Noi contro di voi.»

Anuk raggiunse Kato comunicandogli il suo appoggio.

«No.» Il Capobranco indietreggiò. «Non così. Attendo un tuo cenno, quando sarai pronto ad affrontarmi avvicinati da solo all’entrata dell’hotel. Forse non hai più onore, ma l’orgoglio malato ti scorre nel sangue come veleno. Prima o poi, cadrai sua vittima.»

Prima di rientrare all’hotel assieme al mezzosangue, dedicò a Jobat un sorriso cattivo.

«In caso contrario, sarai tu quello a dover stanare il mio Branco.»

***

Sei giorni d’assedio.

Avevano terminato le scorte di cibo già da alcune settimane, si alimentavano grazie a quanto i Daemon riuscivano a procurare raccogliendo foglie e cacciando animali fuggiti dagli zoo abbandonati. I grandi parchi erano un buon terreno, le prede non mancavano.

Per gli umani era giunta la fame e Katy era quella a patirne maggiormente. La ragazza era entrata nell’ottavo mese di gravidanza, un momento difficile che le imponeva di alimentarsi con costanza.

Il Branco aveva considerato l’opzione peggiore, ovvero cibarsi di qualche maiale catturato nelle vicinanze. Joy poteva uscire e rientrare senza temere danno, badando a non allontanarsi troppo per accorrere al minimo cenno di pericolo.

La soluzione era giunta proprio dal ragazzo. Aveva atteso Kato in un angolo per potergli parlare da solo e una volta compreso il suo intento il Capobranco si era sentito mancare la terra sotto i piedi. Joy si apprestava a condividere quella decisione con un numero ristretto di compagni, radunati nelle cucine. Oltre a Kato aveva convocato in quel luogo Patrick, Juana ed Anuk.

Era seduto sul bancone da lavoro, vestito con una maglietta e un paio di boxer, e cincischiava con un pezzo di cuoio che aveva fra le mani. Aveva chiesto al Daemon di lasciargli la parola.

Il ragazzo fissò negli occhi Patrick, quasi fosse il suo solo interlocutore; appena arrivato in cucina, l’uomo aveva rivolto la sua attenzione sull’accetta posata poco lontano. Joy sperava che il soldato riuscisse a reggere quanto gli stava per chiedere: molto, forse troppo.

«Le facoltà impresse nel mio DNA sono molte, non solo quella metamorfica: posso autorigenerare il mio corpo in qualsiasi situazione. Non ne ho la certezza, ma temo di essere immortale al tempo. Le mie cellule si riproducono e sostituiscono in fretta, nulla può essermi tolto per sempre.

Una gamba o entrambe, non ha importanza.»

Juana sussultò, Patrick spalancò gli occhi in preda allo sgomento. Il soldato comprese il motivo per cui Joy lo aveva inchiodato con lo sguardo.

«No!»

«Proverò dolore» Joy continuò a fissare Patrick senza dare peso alla sua esclamazione «al laboratorio ero legato, non conosco quali possono essere le mie reazioni senza costrizioni. Sono ragionevolmente sicuro che non tenterò di attaccare nessuno di voi, ma ho bisogno di certezze.

Ho bisogno che tu mi stringa una mano, Patrick.»

«No.»

«Fidati di me. Hanno fame. Tu, hai fame. Non ti lascerò morire.»

«Non mi ciberò di te.»

«Non hai altra scelta.»

Joy si sporse per afferrare la mano del soldato, tenendola ben salda nella sua: Patrick cercò di liberarsi, ma glielo impedì.

«Ho deciso, non cambierò idea. Per favore… ho bisogno di te.»

Era la prima volta che Joy esprimeva quel sentimento ad alta voce, la necessità di poggiarsi a lui, e Patrick sentì mancare il respiro. Erano accadute molte cose dal loro incontro sul ponte di Brooklyn, alcune avevano cambiato entrambi per sempre.

«Ti odio.» La voce rotta di Patrick dette ad intendere che provava tutt’altro.

Joy rivolse lo sguardo a Kato «Capobranco, imprimi nel colpo tutta la forza possibile.»

Non ebbe bisogno di parlare con Anuk, l’Alpha si era portato ad un lato del bancone in attesa degli eventi.

«Juana, chiedi protezione al tuo Dio.»

Dopo aver recuperato il pezzo di cuoio, con l’intenzione di metterlo fra i denti per non urlare, Joy si stese. Strinse la mano di Patrick e fece un cenno a Kato per comunicargli che era pronto.

***

Venti giorni d’assedio. Quinta e sesta gamba.

Kato aveva il cuore gonfio di dolore, il suo animo era tormentato come mai era accaduto.

Amputare le gambe era la parte meno difficile, il peggio veniva durante la ricostruzione. Il bambino si copriva di sudore, il suo cuore pompava impazzito quasi fosse sul punto di scoppiare. Resisteva all’istinto che gli storpiava i lineamenti, stringendo la mano di Patrick. Il pezzo di cuoio gli sfuggiva dalle labbra non appena tagliati gli arti e le sue urla erano simili a coltellate che colpivano le viscere in stilettate. Se Kato avesse avuto la possibilità di piangere, lo avrebbe fatto.

Patrick assisteva di volta in volta più pallido, macilento. Dopo il pasto, vomitava ogni boccone di carne che aveva portato alle labbra su richiesta di Joy.

Il Capobranco aveva avuto modo di riflettere su quanto aveva detto a Jobat. Non era migliore di lui, in quel momento era spinto dallo stesso orgoglio malato che aveva sbattuto in faccia all’avversario. Il suo “onore” li stava portando alla morte; Joy, al contrario, aveva messo in gioco tutto se stesso offrendosi come cibo in un atto di amore. Doveva fare altrettanto, una scelta difficile.

Abbassò la scure prima di colpire e si avvicinò a Joy per posargli una mano sui capelli, in una carezza che in un tempo lontano aveva riservato alla figlia.

«Ora basta, piccolo. Vai da loro.»

Serie: Il Branco Terza Stagione
  • Episodio 1: Il Topino
  • Episodio 2: L’Elfide
  • Episodio 3: ToyTown
  • Episodio 4: La Colonia
  • Episodio 5: Senz’anima
  • Episodio 6: La Promessa
  • Episodio 7: Metallo
  • Episodio 8: Sotto assedio
  • Episodio 9: Casa
  • Episodio 10: La Biblioteca 
  • Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Fantasy, Sci-Fi

    Letture correlate

    Discussioni

    1. “«Fidati di me. Hanno fame. Tu, hai fame. Non ti lascerò morire.»«Non mi ciberò di te.”
      … “prendere e mangiare e tutti”…
      Questo passaggio è davvero tosto. La mia reazione iniziale è la stessa di Patrick, ma sono sinceramente colpito dalla trovata, un bel pugno destabilizzante

      1. Nel tempo, Joy ha assunto una consistenza che nemmeno immaginavo. E’ uno dei personaggi cui sono più affezionata, proprio perché luce ed ombra si confondono fino a diventare solo luce. Ha una sua natura che non può cancellare, ma non per questo sa essere meno umano.

    2. Ciao Micol, quanta crudezza traspare in questo racconto, quasi a coprire l’orgoglio e il senso di sacrificio legato ad un sentimento fortissimo… L’assedio è davvero terribile per chi lo subisce, è c’è davvero tanta sofferenza, la stessa trasmessa dalla tua fervida quanto reale fantasia😁! Al prossimo episodio 😊!

      1. Ciao Tonino, grazie di essere passato di qui 😀
        L’onore non sempre paga, in questo episodio ho voluto affrontare questo concetto in molto molto duro: purtroppo, la vita di mette davanti a delle scelte che non vorresti fare.

    3. Non so se essere più ammirato dalle capacità immaginifiche di Micol o più preoccupato. 🙂
      Questo episodio è molto crudo e duro, però indubbiamente è avvincente, ben costruito e, anche se spiazzante, ci sta tutto.
      Ogni brano ci sorprendi, bravissima

      1. Ciao Alessandro, in realtà non so nemmeno io se essere o meno preoccupata 😉
        So che in questi anni in Open il mio modo di scrivere è cambiato, nel senso che ho preso più coraggio e riesco a scrivere pezzi come questo senza il timore di sembrare “strana”

    4. “Aveva atteso Kato in un angolo per potergli parlare da solo e una volta compreso il suo intento il Capobranco si era sentito mancare la terra sotto i piedi. “
      Questo passaggio mi è piaciuto
      Sono rimasto scioccato dalla decisione di Joi.

      1. Episodio duro, le caratteristiche fisiche del personaggio “Joy” mi hanno permesso di giocare molto anche sulla sua crescita interiore. Sempre meno bestia, i colori che ha dentro di sé iniziano a spandersi con forza

    5. ” Attendo un tuo cenno, quando sarai pronto ad affrontarmi avvicinati da solo all’entrata dell’hotel. Forse non hai più onore, ma l’orgoglio malato ti scorre nel sangue come veleno. Prima o poi, cadrai sua vittima.»”
      Questo passaggio mi è piaciuto

      1. E’ vero, molte volte l’orgoglio può portare danno