Spazzatura

Serie: Il Branco Seconda Stagione

«Il bunker… dobbiamo… entrare…»

Roger rotolò sul fianco, in direzione della voce. Juana era distesa bocconi sul pavimento e ansimava.

«Non è… necessario.» Non si sentiva granché bene, fu contento di essere riuscito a sputare un paio di parole. Attese che il bruciore al costato si attenuasse. «L’officina è blindata e ignifuga.»

«L’accetta e l’estintore appesi al muro sono decorativi?»

Il biker rollò verso l’altro lato: James era seduto al suolo e osservava il locale. Invidiò le sue capacità di recupero: sperò che la dieta, cui era obbligato per forza di cose, gli avrebbe consentito d’avere più fiato in corpo.

«Norme di sicurezza prescritte per legge.»

James si limitò ad annuire, setacciando con lo sguardo l’altro lato dell’officina.

Sebbene l’uomo non fosse lì in veste di direttore di banca, Roger provò vergogna: sapeva di non dare una buona impressione. Dopo la morte del padre l’attività era andata a rotoli. Era rimasto poco: un carrello per raccogliere i pezzi di scarto, pochi attrezzi alla parete, una scrivania spoglia, due sedie, una brandina, un paio di moto malandate e una Harley-Davidson d’epoca.

«Però… la proprietà non è ancora stata ipotecata.»

Un’uscita assurda, che fece ridere sia James che Juana. Roger si sentì avvampare.

Il biker riuscì a mettersi a sedere, piegando le labbra in un sorriso: alla fine, scoppiò a ridere anche lui.

James gli rivolse un cenno del capo, indicando una botola in un punto in ombra dell’officina. «L’entrata?»

«Sì.»

«Come stanno le cose, giù?»

«Credo, bene. L’impianto elettrico è alimentato da un generatore a benzina. Mio padre ha fatto mettere una vasca accanto a quelle del distributore: basta arrivare alle cisterne e girare una manopola per riempirla. Sul tetto c’è un piccolo silos per la raccolta dell’acqua piovana, se il depuratore non è andato a farsi benedire l’acqua è potabile. Credo ci siano un paio di sacchi a pelo e un materassino di gomma. Bagno chimico, una piccola doccia. Armi e approvvigionamenti.»

«Quant’è grande?» James aveva sollevato un sopracciglio, perplesso.

«Quanto l’intera officina.»

James non trattenne un fischio. «Dovevi trovare qualcuno a cui venderlo e trasferirti da un’altra parte. Dove vivi?»

Roger si strinse nelle spalle. «In un piccolo monolocale, poco distante.»

«Ah giusto…» James gli sorrise sornione. «Quello per cui ho dato avvio alla procedura di pignoramento.»

L’urlo di Juana fece sobbalzare entrambi. Si era sollevata e li guardava con occhi lucidi. «È possibile fare una doccia calda?»

James si grattò il mento ispido. «Non dispiacerebbe nemmeno a me. Magari, troviamo un paio di rasoi.»

Roger distolse lo sguardo, turbato. Aveva temuto quel momento.

I compagni lo osservavano perplessi, in attesa di una spiegazione.

«Mio padre è ancora dentro.» Lo sputò di un colpo, senza lasciare spazio al turbinio di emozioni che lo avevano abbracciato con forza.

«Ma…» la fronte di Juana si corrugò «avevi detto che era morto.»

«È così.»

Lo sguardo di Juana espresse il suo stato d’animo: era scioccata, tanto da dover tornare a sedere per terra.

«Non voleva essere sepolto al cimitero, ha lasciato scritto nel testamento istruzioni precise. Mi ha chiesto di portarlo lì e sigillare il bunker.»

Lo sbuffo di James riportò entrambi alla realtà: senza essere notato, si era avvicinato alla parete e preso fra le mani la scure.

«I tempi sono magri, siamo costretti a sloggiare il faraone dalla sua tomba colma di tesori. Avvicina il carrello, sono sicuro che troverò qualche sacco della spazzatura. Apri.»

Roger e Juana rivolsero al bancario uno sguardo sgomento.

«Sia chiaro: io metto nel sacco, tu porti su. Quella parte spetta a te.»

*

Quattro sacchi di medie dimensioni. Ne soppesò uno, sorpreso di trovarlo tanto leggero. Di suo padre, era rimasto solo questo?

James era riuscito a trascinare il corpo nel vano doccia, non lo avrebbe detto a Juana, per sporcare il meno possibile. Roger era affascinato dal suo modo di fare, prima di conoscerlo lo detestava sinceramente. Non al punto di odiarlo. Non aveva mai odiato nessuno, in vita sua.

Strinse il sacchetto saldamente, facendo ritorno alle scale.

Quando aveva quattro anni aveva invitato un coetaneo in casa. Suo padre si era limitato a guardarlo con biasimo, come sempre, ma non gli aveva rivolto alcun rimprovero. Una volta soli si era limitato a impartire il suo “Verbo”. Le persone erano malvagie, sempre pronte a colpire alle spalle. Vinte dall’invidia e la sete di possesso, pronte ad usare i sentimenti di chi era loro devoto. L’amicizia era debolezza, lo avrebbe reso un burattino in mano d’altri. L’amore era debolezza. La debolezza, era morte.

D’improvviso, il sacco si fece pesante: gli parve di trasportare un centinaio di pietre.

Quando riemerse, Juana e James lo attendevano poco lontano. Avevano avvicinato il carrello per consentirgli di depositare il suo fardello non appena possibile.

Una volta fatto, prese un respiro profondo e rientrò nel bunker.

Il sacchetto che raccolse aveva una forma strana. Sferica.

Deglutì e si apprestò a trasportare il secondo “carico”.

A sei anni ogni bimbo di quartiere lo evitava con cura. Era il figlio dello “strambo”. Roger era solito condividere i suoi sandwich, l’unico cibo che conosceva, con i gatti di strada. Uno dei piccoli aveva deciso di seguirlo, scegliendolo come padrone. Aveva tentato di nasconderlo agli occhi del padre, ma con sua sorpresa non gli era stato ordinato di buttarlo per strada. L’uomo ignorava entrambi con la stessa intensità. Al termine delle vacanze estive, Roger aveva fatto ritorno a scuola lasciando Baffetto nel terrazzo. Da lì, il gattino andava ad esplorare il mondo per poi fare ritorno la sera. Quando era scomparso, aveva nascosto con forza le lacrime: non poteva permettersi di manifestare debolezza.

Non aveva saputo nulla di lui fino al suo compleanno.

Roger aveva aperto con sospetto il pacco ricevuto dal padre. Quando aveva sollevato l’oggetto all’interno e posato lo sguardo sugli occhi di vetro di Baffetto, impagliato, si era messo ad urlare come un invasato.

La “palla” nel sacchetto si fece simile, in consistenza e peso, a quella di un cannone.

Roger la issò sulle scale, stringendo i denti.

Juana e James non si erano mossi di un millimetro. Seguirono con lo sguardo i suoi passi e attesero che depositasse nuovamente il suo carico.

Il terzo sacchetto gli parve oblungo: sembrava contenere dei “bastoni”. Tibie e peroni?

Un Roger adolescente si affacciò nei suoi ricordi. Sproporzionatamente alto e grosso, con lo sguardo di un cagnolino abbandonato. Di ritorno dalla scuola tecnica, amava fermarsi al parco per guardare le persone che lo animavano. Per ognuno di loro immaginava una vita e una storia. Gli piacevano soprattutto i bimbi e, se libera, sceglieva una delle panchine vicine al parco giochi. Li fissava rapito, immaginando una versione di sé bambino intenta a correre e saltare con loro.

Era stato avvicinato da alcuni poliziotti, allertati da una lettera anonima. Lo avevano portato in centrale, dove era stato interrogato per un giorno intero e trattenuto in arresto con l’accusa di pedofilia.

Era riuscito a chiarire la sua posizione, ma quando aveva fatto ritorno a casa non aveva potuto ignorare il sorriso soddisfatto che piegava le labbra di suo padre.

Il suo carico non acquistò peso e Roger raggiunse il bidone senza avvertire patimento.

Scendendo le scale si rese conto che le sue spalle si erano rialzate: procedette a passo spedito e raccolse l’ultima busta.

Gli ultimi anni erano stati difficili. Il troppo bere aveva inciso sulla salute del fegato di suo padre: era morto di cirrosi. Aveva tentato di convincerlo ad andare all’ospedale, ma si era ostinato a rimanere nel bunker circondato dalle amate compagne: le armi. Una volta che Roger era diventato adulto, il padre aveva preso a frequentare i raduni di un gruppo anarchico. Gli affari all’officina avevano subito un’impennata, grazie ai nuovi “clienti”. L’insofferenza del genitore si era fatta puro odio. Per le istituzioni, il genere umano, il pianeta intero. L’avvento delle nuove razze, se possibile, aveva esacerbato il suo senso di frustrazione.

Roger salì le scale di corsa, sentendosi leggero. Una volta posato l’ultimo sacchetto, si accorse che le sue mani avevano smesso di tremare.

Juana congiunse le sue, con l’intenzione di dire una preghiera. «Come si chiamava, tuo padre?»

«Non me l’ha mai detto.»

James e Juana lo fissarono basiti.

«Conosco il suo nome perché è registrato all’anagrafe.»

Juana recitò un Ave Maria e un Padre Nostro, facendosi il segno della croce in fretta.

Fu James a rompere il silenzio, indicando la porta blindata. «Ho dato un’occhiata, il campo è libero. Portiamolo fuori.»

Così fecero, in uno strano e silenzioso corteo funebre. Una volta in strada spinsero con forza, facendo prendere velocità al carrello.

Scomparso il feretro, Roger prese un bel respiro. «Non voglio morire solo.»

Juana gli circondò i fianchi con un braccio e James posò una mano sulla sua spalla: per la prima volta in vita sua, Roger si sentì forte.

Serie: Il Branco Seconda Stagione
  • Episodio 1: Nessuna pietà per i meschini
  • Episodio 2: Assoluzione
  • Episodio 3: Famiglia
  • Episodio 4: La Banca
  • Episodio 5: Il Ratto
  • Episodio 6: Spazzatura
  • Episodio 7: Cochise
  • Episodio 8: Colori
  • Episodio 9: Menzogne
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    Commenti

    1. Antonino Trovato

      Ciao Micol, davvero triste il passato di Roger. Emblematica la scena dei sacchi: la loro pesantezza simboleggia alla perfezione la durezza dei ricordi e del difficile rapporto col padre privo di comunicazione. Episodio significativo ed empatico, forse Roger troverà un posto nel mondo, seppur magari per poco, in un contesto dove la sopravvivenza è uguale per tutti😁! Un caro saluto, al prossimo episodio!

      1. Micol Fusca Post author

        Ciao Tonino, Roger ha trovato la sua famiglia e la mia mente malvagia ha già stabilito che avrà una vita lunga e pressoché serena. Maiali e altre “piccolezze” a parte… 😀 La biblioteca è una delle soste, ma assieme ai compagni riuscirà a sopravvivere a Luna Rossa e a quanto accadrà in seguito. Voglio immaginare che la sua progenie veda l’avvento della Nuova Era e porti con sé il suo ricordo.

    2. Alessandro Ricci

      Micol stavolta ti sei superata, il racconto in bilico tra presente e ricordi, il sacco che diventa pesante, l’empatia per un personaggio così sfortunato è automatica. Questo brano mi ha colpito più del solito.
      Bravissima

      1. Micol Fusca Post author

        Ciao Alessandro, ti ringrazio 😀
        Sono felice che tu riesca ad apprezzare Il Branco, avevo paura avessi nostalgia di Moo e Nicolas. Arriveranno anche loro, il prossimo mese (penso a metà marzo). Per ora metto un po’ di carne al fuoco, anche Joy ha fame…

    3. Raffaele Di Poma

      Sono tante le cose che mi piacciono in quest’episodio che, secondo me, nel complesso è scritto veramente bene.
      Tra questi spicca assolutamente “il biker” tratteggiato in maniera sapiente.
      Però ci tenevo a dirti che ho apprezzato molto il registro che hai usato: sobrietà, precisione e stringatezza nell’uso delle parole per le descrizioni. Molto interessante anche il ritmo dell’azione, sempre incisivo. Nel complesso l’ho trovata una lettura piacevole e scorrevole.
      Come al solito finisco per essere curioso di vedere come sarà la prossima puntata e questo è un tuo grande pregio.

      1. Micol Fusca Post author

        Ciao Raffaele, quella di rimanere con la fame in bocca è un bel complimento! Credo, il più bello di chi pubblica una serie perché significa che il lettore non si annoia. Il trio malassortito finalmente ha un volto: un altro tassello si sta riunendo al puzzle 😀