Spinte

All’epoca, quando mi trasferii lontano da casa per frequentare un corso di laurea in ingegneria, ero davvero un ragazzo qualunque. Mi ci volle poco per adattarmi alla vita della grande città: tutto era molto frenetico, ma anche incredibilmente semplice. Ogni mattina seguivo sempre la stessa routine e godevo di ogni comodità: la metro sotto casa, la colazione pronta al bancone del bar, persino pulire settimanalmente la mia stanzetta risultava semplice date le sue scarse dimensioni. Credo che fu essenzialmente per questo che impiegai davvero poco tempo ad abituarmici. All’inizio, questo cambio di abitudini profumò come una ventata d’aria fresca in un locale chiuso da tempo. Mi alzavo con il sorriso ogni mattina e dormivo benissimo, come non avevo dormito da mesi. Cominciai anche a conoscere qualche altro compagno di corso, e nel giro di un mese già ci vedevamo nei fine settimana per concederci un bicchiere di birra, come pausa dallo studio. Ripensando alla mia vita fino a qualche mese prima, non avrei potuto chiedere di meglio. Eppure fu proprio questo il problema, ovvero che ad un certo punto, forse proprio in concomitanza con i primi esami, riaffiorarono certi pensieri. Quando inizialmente lo notai non ne fui preoccupato, lo vissi anzi come un motivo per studiare di più e meglio: concentrarmi sullo studio poteva evitare che mi concentrassi su altro. I libri diventarono i miei migliori amici e trascorrevo chinato su di essi gran parte del tempo che avevo a disposizione. Come risultato passai gli esami con il massimo dei voti. Altro tempo trascorse e spesso passavo intere giornate a leggere testi talvolta incomprensibili, dato il mio livello di preparazione, ed arrivavo al tramonto che finivo per rattristarmi a causa delle ore inconcludenti. Anche allora però mi ritenevo, e credo a ragione, un semplice studente universitario. Di tutto questo i miei compagni ed i miei amici non notarono nulla, se non i risultati derivanti dal mio intenso studio. Fu una notte di aprile, quasi alla fine del mio primo anno, che sognai ciò che mi condusse qui dove sono ora. All’epoca studiavo per il primo esame di fisica. Una piccola spinta fu tutto ciò che sognai, un piccolo impulso. Un dito che si allunga e preme, forse un pulsante, forse un vestito soffice. Un sogno così semplice fu in grado di destabilizzare il mio umore. Perché? Tutt’ora non saprei spiegarmelo. Da quel momento fu una discesa sempre più ripida. Cominciai ad essere sempre più triste, giorno dopo giorno. Parlavo poco, mangiavo poco. Nel giro di qualche settimana, una faccia cupa e scarna era tutto ciò che i miei amici riuscivano più a vedere in me. Qualcuno di loro cominciò a preoccuparsi e mi trascinarono nei migliori bar che conoscevano, nelle migliori feste che la vita mondana di città sapeva offrire. Tutto ciò era molto divertente, ma non bastava a tirarmi su di morale. I miei sogni continuavano a peggiorare e lo stesso faceva il mio umore. Ripresi a dormire pochissimo durante la notte, al punto che le occhiaie pesavano come macigni sul mio viso giovane. Un giorno, appena giunto in classe, costrinsi a forza di gomitate un ragazzo innocente a cedermi il posto più esterno della fila, il mio preferito. Gli diedi un forte spintone quasi a farlo cadere dalla sedia. Ero disperato. Persino le persone che più mi erano state vicine cominciarono ad evitarmi. Tutte, una per una, cedettero davanti al muro che ponevo di fronte a loro. Nessuno di loro riuscì a farmi parlare: ognuno provò a modo suo, ma io semplicemente mi rifiutavo di confessare. Non che avessi molta scelta d’altronde. Nemmeno io capivo perché continuassi a sognare mani che premono qualcosa, mani che toccano e si toccano, delle mani, dei palmi protesi in avanti, stagliati contro un cielo azzurro d’estate.

“Ciao mamma, come stai? Come state tutti? Come stanno i miei fratelli? … Come dici? … Che cosa? E quando è successo, perché mai…?”

“Lo sai perfettamente cosa è successo. C’eri anche tu quel giorno.”

No. Io non c’ero quel giorno. Io non c’ero mai stato, e non era successo nulla. Io… non sapevo più nemmeno chi fossero i miei genitori. Io non c’ero mai stato. E allora perché, in quel momento, ero fatto di carne ed ossa? Per quale assurdo motivo ero in grado di respirare, di gettarmi in lacrime sul letto, di strapparmi i capelli, di sentirmi sfinito? “Chiaramente si tratta di un errore”, fu ciò che pensai, “devo porvi rimedio”. Mi recai ad un ponte ferroviario, quello vicino casa mia. Attesi il primo treno in corsa, ma non ebbi il coraggio, e allo stesso modo non riuscii a buttarmi né al secondo né al terzo treno. Capii che una spinta era tutto ciò di cui avevo bisogno. Il quarto treno emerse in lontananza, e intanto vidi uno sconosciuto arrivare sul ponte. Lo sconosciuto era un ragazzo della mia stessa età, poteva benissimo essere uno dei miei compagni di corso. Chissà cosa avrebbe pensato se mi avesse visto cadere di sotto. Lo guardai ancora avvicinarsi per qualche tempo, fino a quando potei fissarlo dritto negli occhi, in aria di sfida. Rimasi sorpreso nel constatare che quello sconosciuto mi era incredibilmente simile. Aveva lo stesso naso, gli stessi capelli che avevo sempre visto sul mio viso, allo specchio. Sembrava proprio la mia immagine riflessa. Aveva persino il mio stesso neo, sullo zigomo destro. Camminava rapidamente verso il ponte, e la sua sicurezza alla fine ebbe la meglio su di me. Abbassai lo sguardo, timidamente, ma intanto lui avanzava, e con lui il treno. Mi giunse proprio davanti e, senza dire una parola, allungò la mano. Ed ecco dove mi trovo adesso, in bilico su un ponte ferroviario, a metà tra la vita e… beh, la ferrovia. Lo sconosciuto mi alza il mento, e guardandomi con i miei stessi occhi, mi dice con voce rassegnata: “Quel pomeriggio di fine estate, su quel balcone. Forse una spinta in meno lo avrebbe salvato.”

“No, non puoi farlo, ti prego! Siamo fatti dello stesso sangue!”

“Lo siamo davvero?”

Il treno si avvicina, e lo sconosciuto mi spinge di sotto. Mentre cado, mi ricordo improvvisamente di aver lasciato il gas aperto nel mio appartamento. Ma era realmente stata una dimenticanza? Lo chiedo allo sconosciuto, con l’ultimo sguardo prima di morire. “Io ti conosco da sempre” sembra rispondermi: “tu hai ucciso tuo fratello.”

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