Stagioni

Ricordo ancora quell’inverno passato insieme a lei. 

Le colline erano silenti, piene di neve. I camini esalavano strisce di fumo, che nel cielo grigio si arricciolavano, su, sempre più su. 

La natura era morta, ma il mio cuore vivo e pulsante era ricolmo di speranza. Anche il tedio e il gelo erano nulla, in confronto a quella mano morbida e calda che stringevo nella mia.

Ricordo ancora dove i nostri passi solitari ci conducevano. Nei solitari anfratti, dove la candida neve ricopriva tutto.

Il focolare ruggiva e schioccava. Ciocchi di legna, odoranti di vecchie foreste, se ne stavano impilati da un lato, in attesa di essere divorati. Nella casa calda, fuori l’inverno freddo.

Poi vennero le piogge, la primavera era alle porte. Ricordo ancora il sole rosso, cadente sull’ampia distesa d’acqua, il faro solitario e il molo pieno di pescatori. I nostri passi ci conducevano anche là, da un lato il mare turchese, dall’altro la sabbia. Ancora vuota la spiaggia, già sognavo di nuotare insieme a lei. Ma era presto, ancora presto.

Nei nostri pesanti pastrani, le lunghe sciarpe sul viso, lasciavamo impronte solitarie sulla spiaggia deserta, per un istante solo. L’istante dopo, le onde del mare passavano e cancellavano, portando quei passi lontano con loro.

Lungo le vie della città, l’allegria della gente scorreva con noi, e noi mescolati, eravamo parte di quel fiume di vita.

Potevo dimenticare le mie paure.

E ancora le colline, l’erba verde brillante, un colore propizio, la rugiada che stillava sulla punta dei germogli. La primavera regnava su tutto. La sua mano era ancora lì, nella mia.

Già sognavo la spiaggia, il mare, le assolate giornate che sarebbero giunte. Tutto era semplice, leggero. Un sogno. Il paradiso.

L’estate era vicina, gli impegni riempivano il tempo. Scorreva veloce, rapido come la corrente di un fiume. Dal monte veniva giù, verso valle, verso il mare. E io ero lì, galleggiando, trasportato. Verso il mare, verso la spiaggia gremita di vita. Nell’estate ormai prossima.


L’estate è qui, ora, ma non mi importa più. Il caldo è opprimente, soffocante, la mia mente delira. Sento il mio cuore come un pesante masso, che cade, giù, sempre più giù, nell’oscuro pozzo della mia anima. Aspetto il boato, sta ancora cadendo. Giunto sul fondo non si risale. Si ristagna.

Adesso lei non c’è più. La mia mano è vuota. Afferra l’aria.

Ricordo quell’inverno, quella primavera piena di speranza.

L’estate che sognavo è arrivata. Menzognera, mi hai tradito!

Una parte di me è rimasta nel passato.

Il passato. L’illusione che straripa nel mio cervello. Non esiste più adesso. Eppure è stato. E mi trovo intrappolato lì. Oh, che deliziosa tortura che è!

L’amavo. Lei no. È andata avanti. Io no.

Sognavo l’estate. Inevitabile è giunta, senza riguardi verso di me.

Trascinato dai flutti sono arrivato dove volevo essere. Ma il mare non è una piatta distesa, attraversata da velieri possenti, del colore del vino, riscaldata dai raggi del sole; le spiagge non sono dorate, piene di ombrelloni e di gaie risate.

L’oceano è furioso, mi inghiotte. Le onde mi scagliano via, mi sbattono su spiagge assediate da vita caotica. E quando giungo sulla nostra battigia, ricordo le nostre impronte mangiate dall’acqua.

Ora deserto dentro di me.

Il molo è pieno di pescatori, sembrano morti. Dall’acqua pescano pesci giganti. Talmente grandi da esserne divorati.

Le vie della città sono piene di gente, che va in su e giù, in su e giù. La loro allegria è un crudele coltello che mi taglia a pezzi l’intero corpo.

Torno sulle colline, l’autunno sonnecchia. Piano piano è arrivato anche lui, ma non mi importa più. 

Le foglie vorticano nel vento. I nostri passi mi portano qui, ma ora sono solo i miei, la mia mano afferra l’aria.

Ricordo. Rivivo.

Apro gli occhi ed è solo un sogno. 

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