Suo l’amore (parte I)

Serie: Dall'inferno un fiore

Anita accende la luce. Chiude la porta di casa a quattro mandate. Poggia le chiavi e la borsetta sul mobiletto che le sta di fianco. Scalcia prima col destro e poi col sinistro, lanciando via le scarpe. Va verso il divano, ignorando i batuffoli di polvere e le macchie sul gres beige. Si stende con le gambe incrociate, il dorso della mano destra sulla fronte, e il braccio sinistro penzoloni. La puzza di chiuso la disturba, ma non ha voglia di andare ad aprire le finestre.

La risposta di Lele l’ha fatta crollare. Era seduta sulla sedia, ma nella mente rotolava, schiantandosi su scalini che le frantumavano ogni parte del corpo. La vita le ha ripresentato un caso di Asperger che non è riportato in nessun dossier. E, come se non bastasse, nato pure da un abbandono.

Un altro. Dannatissimo. Abbandono.

Anita stringe il pugno della mano destra, un’unghia si spezza. Odia Lele. Dovrebbe fare come fece con Tony.

Luca e i suoi agenti non ci hanno capito niente. Lui è Lele.

Aspetta, angelo. Ti stai facendo condizionare. Non credi?

«Sta’ zitto, maledetta illusione.»

Anita ci ripensa, forse la voce di Tony ha ragione. Il passato le intossica i pensieri. Deve rimanere calma, dimenticare ancora. Che sia stato Lele o un anonimo lui – magari assoldato dalla vera madre – a spingere la matrigna dalle scale, deve capire perché.

Le palpebre le si chiudono. L’alone nero si restringe, avvolgendo il lampadario sopra di lei.

Un trillo, due, tre…

   

Il campanello suona con insistenza. Anita apre gli occhi. Il cuore le batte con tutta la forza dei ventitré anni. Accende la luce dell’abat-jour. Si alza dal letto e va alla porta. Spera che Camilla abbia cambiato idea e non sia più ripartita. Dovevano fare gli ultimi esami insieme. Sorridente, guarda dallo spioncino.

Il sorriso se ne va. Tony è sulla soglia, ha gli occhi gonfi e lacrime gli scendono a rivoli sulle guance. I capelli gli cadono impastati sulla fronte. La camicia è chiazzata da aloni scuri sotto le ascelle e sulla pancia. Anita distingue i peli intorno all’ombelico. Deve aver fatto le quattro rampe di scale di corsa.

Apre la porta, prima di mettersi a braccia conserte. «E tu? Che ci fai qua?».

«Scusami.» Tony inizia a dondolare a destra e a sinistra. Nonostante tutto il tempo passato assieme a lei, lui non ce la fa ancora a guardarla. Quando lo farà, Anita saprà di essersi guadagnata i crediti del tirocinio professionalizzante. «Ho trovato l’indirizzo al centro ONLUS.»

«Trovato?» Anita sorride. «Te lo ha dato il segretario, caro furbone.» Lo costringe a guardarla sollevandogli delicatamente il – doppio – mento con due dita.

Tony evita di guardarla ruotando le pupille di lato. Le guance sono diventate viola. Gli angoli della bocca si sollevano, ma non è un sorriso. «L’hai sentita?»

Potrebbe essere suo padre, ma per lei è come un fratello minore. «Sta’ tranquillo.» Gli accarezza una guancia, è piena e tonda. «Al Tg hanno detto che finirà presto.»

Tony smette di agitarsi col busto, ma continua a guardare di lato. «La gente dorme in macchina.»

«Tony, io uso i mezzi.»

Finalmente la guarda negli occhi. «La mia sta sotto.»

Anita gli poggia una mano sulla spalla. «Se ti fa stare più tranquillo, va’.»

Lui mette il broncio e abbassa lo sguardo. «Ma…» La guarda un attimo e riabbassa di nuovo lo sguardo. «Ma ho paura, da solo.» Si torce le dita di una mano.

Lei sente una stretta al cuore. «Facciamo così: per stanotte dormirai sul divano.» Col braccio lo invita a entrare.

  

Anita apre gli occhi di scatto. Il suo corpo trema, come pure le pareti, la casa, il palazzo, e tutto il quartiere della Villa Comunale. Si rannicchia sotto le coperte stringendo con la mano il bordo del materasso. Il gorgoglio della terra esplode in un boato e lei viene risucchiata verso il basso. Vola. Uno schianto la scaraventa fuori dal letto. Il dolore alla schiena le toglie il fiato. Quando riprende a volare, si chiede se toccherà mai terra. La pioggia di detriti e ferri e vetri le squarcia la pelle, sulle braccia, sulle gambe, sulla schiena. Un secondo schianto. C’è un buio denso. L’aria è ovattata. La polvere le chiude la gola e il dolore aumenta. Vuoto.

  

Anita è di nuovo cosciente, ma continua a vedere solo il buio. Sente le sirene in lontananza. Ha freddo. La puzza di fogna e polvere le mette la nausea.

«Aiuto!» La voce è stridula e nasale. È quella di Tony.

Uno spillo di luce squarcia il buio. Luce arancione, stanca.

Muove le gambe lentamente perché ha paura di farsi sorprendere dal dolore lancinante di qualche frattura. Solleva le ginocchia, ma si fermano a metà corsa sfregando contro una superfice ruvida e fredda.

«Sono incastrato!»

Punta le mani e le gambe contro quello che le sembra il coperchio di una bara. Spinge con tutta la forza, digrigna i denti come se volesse consumarli, sente le vene della testa e del collo gonfiarsi. La pressione sulle orecchie e sulle tempie aumenta. Lo spillo di luce si allarga diventando un fascio. Adesso può puntare anche i piedi. Non riesce a controllare il tremolio dei muscoli. Lancia un urlo. Dallo spiraglio che ha aperto, riesce a vedere un lampione immerso in una nebbia di polvere. Sembra che piova cenere. Ogni fibra del suo corpo è in contrazione massima. Grida di nuovo, agitando la testa come un’ossessa e infiammando le corde vocali.

Aria. Polvere. È fuori.

Si mette seduta. Un attacco di tosse la costringe a raggomitolarsi sulla pancia come un verme trafitto dall’amo. Piange. Il muco le cola dal naso e le lacrime dagli occhi. Con la lingua beve la poltiglia densa e granulosa che le è scivolata sulle labbra. Sapore metallico. Sputa.

«Sono qui!»

Tony si trova a una decina di metri da lei, è immerso per metà nel cumulo di macerie. Una gamba sbuca in superficie, l’altra è sotterrata. Un miscuglio di sangue e polvere gli cola dalla tempia, scende sull’orecchio e arriva sulla pancia passando per il collo. Anita si alza. Si guarda intorno in cerca di aiuto.

Di Porta Napoli è rimasto solo l’arco. Le ali di raccordo con le mura della città sono crollate. Il corredo lapideo non c’è più. Al suo posto ci sono solo pietre nude, come se un enorme felino avesse inferto una zampata alle colonne.

«Presto!» urla Tony.

Il palazzo dove era situato l’appartamento che divideva con Camilla, insieme all’edificio con cui faceva angolo, forma una specie di torta quadrata, alla quale è stato sferrato un morso da fauci talmente ampie da recidere uno dei quattro quadranti. Sparito. Polverizzato a terra. Anita può vedere l’interno delle camere rimaste scoperte come se davanti a lei ci fosse un’enorme casa delle bambole. Ma nessuna bambola gioca all’interno.

«Ti prego, non mi lasciare!» Tony singhiozza e piange come un bambino. Un bambino con troppe rughe per la sua età. Ma del resto l’Asperger non fa sembrare più giovani.

Anita lo raggiunge. Le sirene continuano a urlare, ma nessuna che passi di lì.

«Non sento più la gamba.»

«Non ti muovere. Ti tiro fuori.»

Lei sposta una pietra, due, tre… tira fuori un cuscino, forse è del suo divano. Tira via un tubo dell’acqua. Scava e sputa sangue e la testa le gira.

La coscia di Tony riaffiora dalle macerie.

Anita estrae un travetto di legno che spunta da una piramide di sassi. Sarà lungo due metri e ha un’estremità smozzicata che infila sotto il ginocchio di lui. Posiziona una pietra per fare leva. Si porta all’altra estremità. Alza le braccia per afferrarla a due mani. Salta e, nella ricaduta, si appende, dando strattoni fino a quando non le cedono le braccia. Un paio di centimetri di gamba emergono.

«Ti ha fatto male?»

«No.»

Stringe i denti e ripete l’operazione fino a quando la gamba non si libera.

Si accascia supina sulle macerie. Il cuore sta per esploderle. Il fiatone le strozza il respiro.

Tony si porta di fianco a lei. Zoppica un po’ ma sembra che stia bene.

«Sei il mio angelo» le dice. Quindi si inginocchia, le si china davanti, e le accarezza il viso più volte. «Da oggi ti chiamerò “angelo”.» Le bacia una guancia, la fronte. Le accarezza di nuovo il viso. «Sì, sei il mio angelo.» Continua a baciarla, adesso sulla punta del naso. Le poggia una mano sul seno.

Anita rabbrividisce. «Va bene. Però aiutami ad alzarmi.»

Lui si mette a cavalcioni su di lei. Si china di nuovo ad accarezzarle il viso, la spalla. «Calma. E se ti fossi rotta qualcosa?»

«Non mi sono rotta niente! Adesso basta!» Cerca di scrollarselo di dosso, ma sente le braccia vuote, senza più niente da dare.

Tony le bacia il collo.

«Sei bella, angelo» le sussurra in un orecchio. «Ti amo.»

Succede tutto in fretta, troppo in fretta. E Anita subisce.

   

“Suo l’amore

mio lo strazio

del terremoto l’infamia

ché uccisa non m’ha.

                    (A. M.)”.

   

Anita scatta col braccio.

Non ci crede. Non è possibile che lo abbia fatto. Non voleva. Lui l’ha costretta.

Le sirene si stanno avvicinando. Osserva il buco grondante sangue sulla testa di lui: sembra guardarla. Quindi getta via la pietra insanguinata, si alza, e scappa.

Si sente sporca. E, mentre corre, pensa. Pensa a quello che dovrà fare.

Serie: Dall'inferno un fiore
  • Episodio 1: Prologo
  • Episodio 2: Anita
  • Episodio 3: Primo interrogatorio
  • Episodio 4: Diagnosi
  • Episodio 5: Secondo interrogatorio
  • Episodio 6: Suo l’amore (parte I)
  • Episodio 7: Suo l’amore (parte II)
  • Episodio 8: Mio lo strazio
  • Episodio 9: Epilogo
  • Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in LibriCK

    Commenti

    1. Angela Catalini

      Non mi aspettavo un episodio così forte, il terremoto è solo uno dei tanti aspetti dell’orrore che ha subìto, c’è molto altro. Ho letto anche i commenti e concordo con l’analisi che hanno fatto, penso anch’io che Lele e Anita abbiano molto in comune, perché entrambi hanno attraversato l’inferno e forse non ne sono ancora usciti.

      1. Massimo Tivoli Post author

        Grazie Angela per continuare la lettura e per il commento. Inutile dirti che il tuo parere mi interessa molto.

    2. Giuseppe Gallato

      “Suo l’amore, mio lo strazio”, che gran significato… che gran episodio! Negli occhi del ragazzo Anita rivive il suo dramma. Quasi inconsciamente lo sguardo di Lele la riporta indietro nel tempo, e precisamente nell’esatto istante in cui lei prese coscienza di un’amara verità, quella di “sentirsi sporca”. Il presente di Anita è “macchiato” del suo passato, e adesso in lei è ritornata la grande paura di sentirsi inadeguata dinnanzi al futuro; la paura di affrontarlo e di viverlo come dovrebbe.
      Alla fine scrivi una frase molto importante: “E, mentre corre, pensa. Pensa a quello che dovrà fare.”
      I ricordi corrono come i suoi stessi pensieri, contaminati sia dal senso di colpevolezza e sia da quello di autocommiserazione. Anita non sa se meritare questa sua libertà… e questa sua gabbia.

      1. Massimo Tivoli Post author

        Grazie, Giuseppe. Bellissima analisi, la tua. Sono contento che ti stia piacendo. Spero di non deluderti nel seguito 😉

    3. Marco Travaglini

      wow Massimo, che episodio. È il ghost del protagonista? trovo perfettamente in linea con il carattere della protagonista fin qui delineato che abbia reagito al tentativo di violenza. Forse quelle similitudini sono un po’ eccessive, un po’ dei pesci fuor d’acqua in questo bellissimo testo.

      1. Massimo Tivoli Post author

        Grazie, Marco. Sì, Tony è il ghost di Anita. In effetti, il felino e la casa delle bambole possono tranquillamente sparire. 😉 Grazie del prezioso feedback.

    4. Sara

      Che bomba! Suo l’amore mio lo strazio … Non mi sarei mai aspettata una continuazione così forte. Quindi anche in lei c’è un “lui” , prova verso Lee una sorta di tacita complicità , guardarsi negli occhi riflettersi nel dolore e nello strazio d’esser vivi. Vittime e carnefici . La bilancia della giustizia , su chi pesa la condanna?

      1. Massimo Tivoli Post author

        Grazie, Sara. I tuoi commenti mi fanno molto piacere perché mi dimostri sempre di essere entrata in sintonia con la storia. Hai visto bene: Anita e Lele hanno tanto in comune. Negli ultimi due episodi che posterò presto, svelerò tutto.