Superficiale

Stamattina sono andato dal mio editore perché ieri sera mi ha scritto che voleva parlarmi e dal tono del messaggio ho riconosciuto subito che ci fosse qualcosa di serio in ballo – in genere piazza sempre delle faccine qua e là o abbonda di punti esclamativi/interrogativi (Hai letto l’ultimo di Zadie Smith??? Così devi scrivere!!!!!) mentre questa volta si è limitato a scrivere “Passa qui domattina” – e per questo non sono riuscito a fare colazione (sono piuttosto emotivo). Figlio mio, saltare la colazione è sintomo di colpevolezza diceva sempre la mia povera mamma afferrandomi per la collottola ed io infatti ora così mi sento, colpevole, anche se non so bene di che cosa e quindi per stemperare questa odiosa e immotivata sensazione, prima di salire al terzo piano del palazzo della casa editrice, sono andato nel bar lì sotto (da Lucrezia) a bermi un caffè, una sorta di colazione diviso due barra tre, che però non ha funzionato, infatti la colpevolezza me la sento comunque addosso, dentro, nello stomaco, mi brucia e pesa come un macigno e non è per via del caffè che ho appena bevuto, ne son convinto. Ho preso le scale poi e non l’ascensore, per giustificare in qualche modo l’affanno stampato sul mio volto non appena ho messo piede nel suo ufficio, nell’ufficio dell’editore mio capo supremo, dove lui era seduto alla scrivania disordinata, ha fatto per alzarsi ma è rimasto comunque seduto, non lo so, è stato strano, devo avere assistito ad una sorta di spasmo addominale.

«Siediti».

L’ho assecondato e intanto si è acceso una sigaretta, mi ha sorriso come fossimo amici, cosa che non siamo, sebbene abbiamo condiviso cinque anni di scuole superiori, nei quali aveva la fastidiosa tendenza a bullizzarmi perché mi distraevo durante le lezioni di matematica e così davo risposte senza senso (ora però più di una volta mi ha scritto “sono a metà del manoscritto, è fantastico!!!!” quando in realtà non era nemmeno a un terzo, quindi chi è che non sa contare?), mi ha anche offerto una sigaretta che ho gentilmente declinato (come fa a non ricordarsi che non fumo) e così ha iniziato a parlare, giungendo le mani l’una con l’altra come in preghiera, e sembravano una capanna con il camino acceso.

«Abbiamo un problema».

«Cioè?»

«Vedi, all’inizio scrivevi poesie…»

«…dopo sono passato ai racconti…»

«Sì, certo, poi però dai racconti al romanzo la strada non si passeggia!»

Lo guardo più attentamente per capire se si è soltanto sbagliato a parlare o se la frase possa avere un significato che non colgo ma la sua faccia è una maschera priva di qualunque senso e Sarebbe a dire? gli dico, Che cos’ha che non va? lo incalzo, Vedi mia moglie, inizia a dirmi…sua moglie che era già la sua fidanzata al liceo, quella che giocava a pallavolo, suonava il violoncello, bella ma senza tette, che poi aveva studiato economia e ora si occupava del bilancio della casa editrice, oltre a candidarsi perennemente alle comunali per il partito di centro-destra (ne aveva vinte un paio, come aiuto-consigliere, come consigliere, come vice-sindaco: era tutto un climax con lei).

«Tua moglie cosa?»

«Ha letto il libro e ritiene che sia superficiale».

Non rispondo.

«Lei dice…cioè anche io insomma…Vedi, i personaggi qui non hanno uno spessore, agiscono senza motivo…»

«Ad esempio?»

«Ad esempio…»

Dal computer si mette a cercare una pagina, assestando dei colpi violenti alle povere freccette mentre io immobilissimo resto in attesa (nonostante lui abbia leggermente orientato il pc verso di me, non ho bisogno di guardare proprio niente, il libro lo so a memoria) e poi ecco che trova il punto incriminato e infatti mi dice Qui, ad esempio qui, ecco – punta il dito contro lo schermo – quando Joseph dice “La cantina è allagata” e dopo aver letto la frase mi guarda allarmato più che mai, E allora cos’avrebbe dovuto dire Joseph? gli domando io, lui ridacchia alzando le mani come se io fossi un bandito e mi dice che non sta a lui dirmelo, tentando invano di essere umile con quella risposta sibillina.

«Joseph è il personaggio più laconico del libro, ma è una mia scelta».

«Sì, è chiaro questo, però vedi, al giorno d’oggi la profondità…»

«Sì certo, la profondità, capisco…»

Sputa il fumo verso lo spazio che ci divide e spegne la sigaretta nel posacenere regalato da una ditta di birra,

La profondità è fon-da-men-ta-le mi insegna serissimo, Cercherò allora di essere più profondo obbedisco io alzandomi e pure lui fa per alzarsi ma deve essere colpito da un altro spasmo addominale, e sono ormai sulla porta quando lui mi ferma con una frase incompiuta.

«Fai in modo che Joseph diventi…»

«Diventi?»

«Profondo come il mare».

Ride, non so se di me o della sua affermazione e mi dice di chiudere la porta quando esco ma io assolutamente mi rifiuto di chiuderla, scendo le scale ripensando a quelle parole, profondo come il mare e lo vedo dalla finestra intanto – quelle finestre sporche luride, minuscole, dove nessuno si ferma mai e inspiegabilmente si rigano fuori e dentro – il mare. Prima è solo un puntino, poi una linea curva, quindi un rettangolo fluttuante, poi cresce, cresce, cresce a dismisura e si palesa per ciò che è, un’onda alta centinaia di metri, un chilometro, dieci chilometri, un’onda gigantesca grande come Godzilla che si è formata all’orizzonte per venire a prenderci, a prendere me, scrittore superficiale, a prendere Joseph, personaggio senz’anima, a prendere il mio editore e sua moglie, a trascinarci via, ad inghiottirci in modo che nessuno ci trovi mai più, a spedirci fracassati senza ossigeno e senza ossa e senza sangue in fondo al mare. Una porta sbatte con violenza e mi fa rinsavire, è lei, la vice-sindaco, con le sue paperine e la sua gonna sotto il ginocchio, che mi si avvicina e guarda fuori con sguardo da poetessa.

«Bello eh?» sospira.

«Bello e profondo».

Mi mette una mano sulla patta e stringe con una certa forza.

«Bello e profondo» ripete convinta. Poi se ne va, correndo giù dalle scale.

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