Susann

Serie: Dietro la scuola

  • Episodio 1: Anja
  • Episodio 2: Susann

È colpa di mia madre se sono così. È una cagna in calore. Cosa diavolo ha portato in casa di mio padre stavolta? Dottore? Ingegnere? Banchiere? Guardalo, lui, coi capelli ordinati, la camicia, la cravatta, i baffetti pettinati e gli occhi rivolti solo alla donna che lo spennerà.
     «Edmund è un architetto, Susann, l’ho già detto?»
     Eccola che starnazza. Un architetto, dunque. Cosa me la prendo a fare con loro, poi? Questi uomini sono vittime, niente affatto consapevoli della trappola spinata in cui sono finiti. Sono persone comuni, irretite e soggiogate, alcuni di loro troppo inflessibili, altri, come questo qui, dall’aspetto eccessivamente metrosessuale.
     Sì, è indubbio ormai: la colpa è di mia madre. Ha fatto scappare colui che avevo imparato a chiamare padre, colui che l’ha sollevata dalla miseria e dalla depressione. E per cosa, poi? Per sprecare tempo con questi imbecilli?
     Perché no: sarò gentile con questo qui. «Dove lavora, signor Beringer?» gli concederò di sconquassare a piacimento la carcassa putrida a cui anela, di scoparsi mia madre a sazietà. Lo faranno, è ovvio; il fatto che io dormirò nella camera accanto non li fermerà dal dibattersi come scimmie.
     «La sede principale è a Berlino.»
     «Berlino? Non sono mica due passi!» faccio un po’ la civetta. Però lo scruto: vorrei sapere lei come fa a fregarli. Basta davvero indossare un paio di autoreggenti e sbattere loro le cosce in faccia? Che sia, in realtà, una donna interessante da ascoltare?
     «Sto aprendo delle nuove filiali in città, è per questo che sono qui.»
     «Capisco. È una visita d’affari, allora,» mentre parlo, mia madre si morde le labbra, segue il bordo del bicchiere con l’indice affilato.
     «Susann,» esordisce infine. Sta’ zitta, dannata sgualdrina. «Io ed Edmund programmavamo di sposarci. Siamo entrambi persone sole e il mondo in cui viviamo comincia a starci stretto. Ci amiamo e abbiamo deciso di spendere il resto della nostra vita assieme.»
     «Ma che vai blaterando?» non ho urlato, vero? No. A dirla tutta, credo di non aver neppure aperto bocca. I due alieni di fronte mi ammirano come se fossi un animale raro, ma sono solo una ragazza che la madre non considera affatto nei suoi piani scellerati.
     «Susann, ci trasferiremo a Berlino.»
     «No!»
     Mia madre arranca come se fosse lei a star male. «Susann, calmati, ti verrà una crisi altrimenti.» L’argento, il brillio del nostro salotto: tutto si mischia in un potpourri di forme e suoni tintinnanti.
     «Andate all’inferno!» ansimo. Sono a terra. Striscio. La gola si chiude: asma. L’ombra di quella donna mi sovrasta, le sue mani calano l’inalatore dritto nelle mie. Un respiro profondo. Torno a distinguere i colori, le tinte di un mondo che, dopotutto, non è altro che in scala di grigi.

La sto maltrattando ancora. Ho proibito sistematicamente ad Agata e le altre troiette di disturbarci. Matematica è finita ormai e i miei cari compagni saltellano felici verso l’uscita, zaini in spalla e sorrisi da gran gala. Chissene.
     «Pensavo avessimo deciso di non vederci,» Anja mi provoca con la sua vocina insulsa e insipida. Come siamo finite così, io e lei? Sono io la predatrice tra le due! Le tiro i capelli e lascio che ruzzoli a terra. Non lotta. Si distende come se fosse a letto, si gode la scena dal basso; si crogiola, mentre la mia espressione furiosa la illumina.
     «Non chiamerai mai i professori, vero?» indico la porta del bagno, chiusa alle mie spalle. Lei sogghigna e asciuga una goccia di sangue che le bagna il labbro.
     «Tu li chiameresti, sapendo che interromperebbero il tuo passatempo preferito?»
     «Maniaca schifosa!» le pesto la coscia. Il tacco spesso della scarpa non trova carne da colpire: Anja è pelle e ossa, è quasi osceno. «Fai schifo! Sei rivoltante, lesbica deviata!»
     Lo sanno che ci siamo solo io e lei qui dentro. È capitato che le mie compagne disturbassero per errore. Due, forse tre volte, poi nessuno si è più avvicinato al bagno femminile di quest’ala. Dalle quattro in poi, fanno tutti finta che qui non ci sia nulla. Il limbo. Il nostro.
     «Ehi!» una voce mi chiama: è Agata.
    «Che cazzo vuoi?» raglio, spostando il piede che preme adesso sulla pancia di Anja.
     «Qualcuno ha parlato, gente dell’altra classe. Dattela a gambe prima che arrivi il prof, lasciala lì! Non dirà mai che sei stata tu.»
     «Ok, va bene. Sloggia.» La caccio. Agata esegue come una cagnetta e ci lascia in pace.
     «Ops. Pare proprio che dei guastafeste abbiano deciso di privarti del tuo giocattolo preferito,» la lingua biforcuta di Anja sibila, vibra e produce suoni che ottundono del tutto la mia mente. In un attimo di decisione, le mie unghie si piantano nel suo braccio: la rimetto in piedi.

Corriamo lungo i corridoi, giù dalle scalinate e attraverso i prati e le stradine. Voltato l’angolo, siamo proprio dove ho promesso a me stessa che non sarei mai tornata. La panchina è lì: un feretro vuoto a cui ho il terrore di avvicinarmi. Anja spazzola poche foglie secche e si accomoda. Un fazzolettino tra le sue dita si bagna dell’ennesima goccia rossa, un punto colorato sull’altrimenti cadaverico viso. Con l’altra mano si massaggia la coscia: devo averle fatto più male di quanto dia a vedere.
     Chissà perché la continuo a torturare così? Sembra anoressica, per Dio, potrebbe morirmi tra le mani, eppure la prendo a calci e pugni da mesi. Potrebbe farmi smettere, certo che potrebbe. Se mi supplicasse di piantarla, di prendermela con qualcun altro, io lo farei! Non ho alcuna ragione per avercela solo con lei. Cosa, vuole fare la martire? È questa la sua massima aspirazione di vita?
     «Com’è andata la cena ieri sera?» perché me lo domanda? Se lo ricorda, soprattutto. Non avrei dovuto dirle nulla della mia vita privata.
     «Me ne vado.»
     «Déjà vu…» sussurra, con quel sogghignare perfido.
     «Vaffanculo, Anja. Tu stai proprio male, lo sai?»
     «No, no, cara Susann, io sto bene,» barcolla verso di me. Ho paura. Uno zombi claudicante vuole toccarmi, infettarmi con le sue depravate follie da masochista. «Com’è il nuovo uomo di tua madre?» fatti i cazzi tuoi, dannazione. «È di qui?»
     Devo tacere. «È di Berlino.» No, accidenti! Se le rispondo le fornirò altre armi per tormentarmi.
     «Berlino, eh?» la sua smorfia muta un breve attimo. Il labbro deve pungerle da morire. Asciuga un’altra goccia con la lingua e deglutisce. «Susann, Berlino non è un po’ lontana? Sono una frana in geografia: quanti chilometri saranno, da qui a lì?»
     «Mi trasferirò.»
     «Ma dai, finiscila,» Anja è in panne. L’espressione che mi rivolge è terrificante: è colpa mia? Piange. Non è mica la prima volta, eppure solo rare volte mi è sembrata così distrutta. E adesso? Lacrime e singhiozzi; le si spezza il fiato, protende le mani e sfiora i miei riccioli.
     «Che fai?» voglio allontanarla. Le mie braccia disobbediscono.
     «Berlino è decisamente lontana, Susann.»
     «Anja, c’è un limite alla tua depravazione!»
     «No, invece.»
     Mi è addosso. Scivolo sul selciato cosparso di foglie e batto la schiena. Anja mi sormonta, le sue mani esplorano il mio petto, aprono la cerniera della felpa.
     «Lasciami!»
     Mi tappa la bocca con la sua. Le nostre lingue si toccano, è disgustoso! Le do un pugno nell’addome, ma non si placa. Come fa? Perché non cede di un millimetro!? Peserà massimo trenta chili!
     «Anja, ti supplico!» le sue mani esili afferrano i miei seni, li graffiano nel tentativo di stringerli. «Aiuto!» la disperazione e la paura mi privano della poca energia che mi è rimasta. Dove diavolo è l’istinto di conservazione? L’ho imparato a lezione, o erano tutte balle? Dovrei avere la forza di mille uomini! «Per favore… aiutatemi!» Dovrei essere capace di resistere! Mi hanno mentito: i libri, i prof, i miei genitori. Tutti.
     È colpa mia se papà è andato via, no? Merito questo e altro. Anja mi sta stuprando e io, proprio come mia madre quando mi ha concepita in quel vicolo, farò da bambola gonfiabile e me ne starò in silenzio.

Serie: Dietro la scuola
  • Episodio 1: Anja
  • Episodio 2: Susann
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    Discussioni

    1. Ciao Giovanni, è la prima volta che leggo qualcosa di tuo e sono davvero colpita da questa mini serie. In soli due capitoli, hai trasmesso forti emozioni e hai dipinto due personaggi davvero complessi. Dando spazio alle voci di entrambe le ragazze, hai dischiuso i loro demoni con una sincerità spiazzante. Mi è piaciuto il modo in cui hai dimostrato che entrambe sono vittime, spesso quasi inconsce delle loro azioni o, almeno, delle ragioni che le spingono ad adottare certi comportamenti.

      1. Ottima serie con cui cominciare! XD
        Grazie mille per avermi letto e grazie per l’attenta analisi. Alla prossima! 🙂

    2. Decisamente difficile questa serie. Non mi aspettavo nel finale questa switch dei ruoli, anche se in effetti un sentore di “dominazione dal basso” (passami il termine) un po’ si percepiva.
      Una serie che lascia l’amaro in bocca: personalmente ciò che vedo io è che Anja e Susann combattono entrambe una guerra contro i propri fantasmi personali, ma non potendo affrontarli concretamente si scagliano in modi diversi l’una contro l’altra.
      Chissà se ci sarà un po’ di sollievo per loro in futuro.

      1. Mi permetto di dire che forse una volta avevo più “palle” nello scrivere cose come questa. Sono di nuovo alla ricerca di quella forza per riuscire a tirar fuori storie interessanti. Intanto, sono felice che questa miniserie abbia saputo raccontare qualcosa. Sicuramente le due ragazze sono entrambe vittime e si sfogano nel primo modo che trovano comodo, anche se non mi piace semplificare troppo le emozioni dei teenager: lo siamo stati anche noi, e non è stato bello per nessuno, neppure per i “fighi” della scuola.

      2. Ma infatti, secondo me hai reso bene questo “non è stato facile”. Ottimo lavoro!

    3. Ho letto i commenti, mi sono serviti per farmi un’idea ancora più precisa sul racconto. Non in questi termini, ma siamo tutti in balia della vita e l’adolescenza è un periodo particolarmente difficile. Ho letto questa mini serie con la mente che trasmetteva a tutto volume “Sweet dreams”.

      1. HA! Così sei una di quelle che legge i commenti prima della storia!
        Comunque, sì, è una miniserie piuttosto pesante, ma ci tengo sempre a precisare che molte volte la realtà è più stramba e imprevedibile della finzione. 😀

      2. In realtà li leggo dopo, ma mi piace farlo 😀

    4. Se leggo Berlino e leggo di disagio giovanile mi viene in mente “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”. Ma ho visto che non c’è droga, perciò non c’entra molto… Era solo una mia impressione.
      Uhm, comunque peccato che tutto finisca in due racconti.

      1. A volte non c’è droga peggiore della chimica del cervello e del cuore. Il racconto è in due parti proprio perché volevo scriverlo da entrambi i punti di vista e perché, a dire il vero, la trama era semplicemente questa. 😀
        Grazie per avermi letto!

    5. Ciao Giovanni 🙂
      In questa mini-serie un po’ “difficile” sicuramente, per il tema che hai affrontato, ho apprezzato come sempre il tuo stile disinvolto e essenziale fino alla durezza. Mi è piaciuto inoltre come vittima e carnefice si confondano in modo non sempre evidente ad un primo sguardo. O svolgano a volte ruoli intercambiabili. Inevitabile la riflessione su quanto gli errori o le situazioni che gravano sui genitori (a loro volta vittime potenziali di altri, precedenti eventi) possano ricadere sui figli e sulla salute dei loro rapporti. Bravissimo come sempre

      1. Ciao,
        ti ringrazio molto per il commento. Di sicuro l’ombra di famiglie scombussolate gioca un ruolo fondamentale nel comportamento dei personaggi, ma mi piace immaginare che una carenza d’affetto o delle aspettative troppo alte nei confronti dei genitori siano solo la goccia finale, non la vera e propria ragione che induce un adolescente a “guastarsi”; siamo il risultato delle nostre esperienze e di ciò che ci circonda, dopotutto.
        I ruoli dei personaggi sono intercambiabili (in teoria) perché entrambe non sanno bene cosa vogliono e ogni gesto o parola è un vano tentativo di indagarsi, di capire se stesse e poi l’altra, che agisce da specchio. Nella scena finale, per quanto forte e diretta, è chiaro come Anjia tema la solitudine, la separazione dalla ragazza che in modo inconvenzionale la allontanava dal pensare al padre depresso con cui non riesce a interfacciarsi. E Susann, a sua volta, nata da un “incidente” che la madre ha avuto in un vicolo, ricorda di quell’uomo che le ha salvate entrambe dal dolore di un mondo che non le accettava.
        Grazie ancora. 🙂