The Tales of Red: Fear Days

Il disco infuocato tiranneggiava nel cielo terso. L’aria, gravida dei suoi cocenti spasmi, aleggiava greve sulle teste di decine e decine di persone. In attesa dinanzi alle porte del negozio di elettronica. La fronte di Salvatore grondava lacrime, anzi, cascate di sudore imbevendo il colletto della maglia da cui si propagava una macchia scura.

Chi cazzo me l’ha fatto fare? si chiese adirato con sé stesso.

Era lì, sul cocente asfalto del parcheggio da più di un’ora. La mascherina irritava la barba, e le mani, infoderate in guanti monouso, erano diventate umidicce. Tutto questo per uno stramaledetto telecomando. Poteva restare a casa a digitare manualmente i comandi posti sul televisore. Invece no! Doveva dar retta alla sua fottuta pigrizia. Infondo è sempre stata il grillo parlante delle ottime scelte, vero? Il diligente sacerdote del suo tempio chiamato corpo.

Come no, altro che tempio. Sembra più un luna park per i carboidrati, si disse tra sé e sé, buttando un occhio sulla protuberanza che emergeva disinvolta dalla maglia. Una curva linea piegata all’insù calcava il generoso – ma non troppo – ventre. Il pensar al cibo suggestionò il suo olfatto. Un succulento odore di kebab gli deliziò le narici, anche se non c’erano fast food nelle vicinanze. Forse qualcuno stava cuocendo vivo.

Se sono io, devo essere veramente squisito.

Passarono una, due, dieci, quindici persone e finalmente – per bontà di chiunque sia lo sciagurato che ha ideato l’estate – toccò a lui entrare. Trasalì alla vista di quella sottospecie di giocattolo alla Star Trek nella sudata mano dell’impiegato. Gli avrebbero misurato la temperatura come protocollo sanitario; non che avesse la febbre, eppure per qualche incognito motivo era nervoso. Forse perché l’attesa, durata fino a quel momento senza un filo d’ombra, lo faceva sentire più cocente di una fiamma ossidrica.

Non sia mai mi bocciano, temé, immaginando le conseguenze di un simile scenario. Polizia, elicotteri, guardia nazionale. Certo, forse un po’ esagerato ma Dio Santo l’ultima cosa che gli mancava era diventare il paziente zero della quarantena-bis. Il giocattolo pseudo interstellare lo investì di una tenue luce rossastra, dopodiché l’impiegato affondò lo sguardo nel piccolo schermo installato su di esso. «Puoi passare.» gli disse, netto e pacato.

Le porte si aprirono e dopo aver buttato via l’ansia in un sospiro Salvatore le varcò.

«Grazie» aggiunse di getto come a sputare qualcosa rimasto in gola poco prima che le porte si richiudessero alle sue spalle. Si tirò i rossi capelli indietro resi compatti dal manto di sudore di cui erano ormai impregnati, e si diresse al reparto interessato. Pian piano, prese atto di ciò che era appena successo. Metabolizzando con una punta di terrore che adesso quella era vita. La sua. Di tutti. Davanti a sé aveva un nuovo giorno come tanti, fatti di timori e fatali respiri. Riflessione che cadde nell’inceneritore dei suoi pensieri appena scorse tra le vetrine qualcosa di ben più interessante da comprare oltre il telecomando. Rammentando qualcosa di ben più importante del virus di batman: il regalo per sua sorella.

Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Sci-Fi, Umoristico / Grottesco

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Discussioni

  1. Ciao Daniele, ben tornato 😀
    Mi è piaciuto questo racconto di una giornata di “ordinaria follia” ai tempi del Coronavirus. La vita effettivamente si è fatta un po’ Fantozziana, ed è bello riderci sopra

    1. Senza contare che adesso dobbiamo accettarla come parte della vita di tutti i giorni quindi tanto vale prenderla a ridere come sulla politica corrotta e i vip drogati XD

  2. Ciao Daniele, ben ritrovato. Il tuo racconto è uno spaccato della realtà surreale che stiamo vivendo. Trovo che nel complesso sia scritto bene. Magari, ma è solo una mia opinione, proverei a tagliare qualcosa nell’incipit. ?