Thule

Ricordo ancora il bruciore del ghiaccio sulla faccia e le dita di mani e piedi completamente bloccate. A stento riuscivo a respirare, i muscoli del corpo erano quasi del tutto paralizzati.

Ero ad un passo dalla morte, è vero ma in quel momento non aveva alcuna importanza. Morire in quel luogo sarebbe stato la degna coronazione di tutti i miei sforzi.

Ero arrivato alle Isole Svalbard nel Febbraio del 2020, da solo così come lo ero stato per i precedenti 42 anni della mia vita. La ricerca non prevedeva distrazioni di alcun tipo. Sapevo di aver consacrato la mia esistenza a qualcosa di più grande e nobile. Oggi non sono ancora riuscito a convincermi di aver sbagliato.

Avevo battuto quelle lande desolate in lungo e largo per un intero anno, spendendo tutto ciò che avevo accumulato in una vita di lavoro.

L’ossessione per la Thule era iniziata quando ero ancora uno studente del liceo. Un po’ per gioco e un po’ per curiosità mi ero avventurato nel territorio del mito e della leggenda, rimanendone irrimediabilmente intrappolato.

Dopo aver ricercato, studiato e analizzato qualsiasi fonte possibile e immaginabile per decine di anni, utilizzando tutto il tempo a mia disposizione per un unico scopo, ero riuscito ad individuare il luogo mitico con assoluta certezza. L’inizio della civiltà umana aveva un suo epicentro. I nostri antenati, legati a doppio filo al divino, capaci di miracoli che noi possiamo solo immaginare erano nati, avevano prosperato ed erano decaduti in quei luoghi incredibili ed inospitali.

Per mesi avevo scambiato appunti, teorie e strategie con il professor Birgisson dell’Università di Oslo. Anche lui, pur se con un diverso grado di mania ossessiva, condivideva il mio interesse per la Thule. Adesso era giunto il momento di mettere tutto sul banco di prova e capire se fossimo o meno pazzi, come credevano i suoi colleghi.

Seguendo l’itinerario tracciato da Marsilio Ficino nel XV secolo, insieme avevamo individuato un punto specifico delle isole, all’estremo nord.

Non sapevamo ancora cosa avremmo fatto una volta giunti lì né come avremmo capito se le nostre ricerche fossero finalmente giunte al termine. La foga e l’eccitazione per quella spedizione erano troppo grandi per riuscire anche solo a pensare ad un “dopo”.

Ci incontrammo nella hall dell’unico hotel esistente a Longyearbyen e come due carbonari iniziammo a parlare sottovoce. Nei suoi occhi lucidi vedevo la stessa frenesia che sentivo dentro di me, una forza che aveva resistito per anni e che adesso era finalmente pronta ad esplodere.

Non cenammo insieme per paura di destare inutili sospetti. Ci separammo dandoci appuntamento per l’indomani.

Al mattino presto il sole freddo non era ancora sorto mentre finivamo di preparare le motoslitte. Lasciammo una mancia davvero generosa alle nostre guide per andarla a spendere al bar e lasciarci da soli in quella follia. Non fecero una piega, ovviamente.

Dopo circa cinque ore di corsa in mezzo alla neve e al ghiaccio, il GPS segnalò che eravamo arrivati. Il rumore dei battiti del mio cuore sovrastava quello del motore che per l’emozione non riuscivo a spegnere.

“Siamo arrivati…” fece il professore, anche lui visibilmente eccitato.

“Pare di sì…” sorrisi sotto alla maschera che copriva per intero il mio viso.

A quel punto, tutti i nostri piani, speranze e congetture iniziarono a vacillare. Non sapevamo davvero cosa fare. Eravamo nel bel mezzo del nulla, certi che quello fosse il punto più sacro del pianeta ma senza la minima idea su come comportarci.

L’unico rumore era quello del vento che correva tanto veloce da tagliare quei pochi lembi di pelle scoperti.

“Guardi lì” disse ad un tratto il professore con la voce tremante, indicando un punto alle mie spalle.

Quando mi voltai ebbi la tentazione di levarmi gli occhiali protettivi per essere sicuro che non fosse uno scherzo del ghiaccio condensato.

Una creatura bellissima, maestosa ma elegante, ci stava fissando da pochi metri di distanza. Non avevo mai visto un essere del genere, né mai avevo letto descrizioni che potessero ricordarmi qualcosa di simile.

“Cos’è secondo lei?” chiesi al professore con un filo di voce per la paura.

“Non ne ho idea…” rispose lui, forse ancora più impaurito di me.

Così per come sembrava essere arrivata, quella creatura se ne andò. Ci voltò le spalle e con un salto scomparve oltre l’orizzonte.

“Ma…com’è possibile?” chiese il mio compagno di viaggio.

“Non lo so. Credo che dovremmo avvicinarci”

Eravamo nel bel mezzo di una distesa di ghiaccio e non c’erano avvallamenti o altre formazioni di ghiaccio oltre cui l’animale avrebbe potuto saltare.

Ci avvicinammo con passo lento, un po’ per paura che quell’essere potesse saltare fuori e sbranarci e un po’ perché sapevamo che a quel punto eravamo sospesi sopra una lastra di ghiaccio non troppo spessa.

Quando raggiungemmo il punto in cui la creatura era scomparsa, la nostra sorpresa superò ogni immaginazione. Trovammo un buco non più largo di tre metri di diametro che continuava nelle profondità di un terreno apparentemente infinito e buio.

“Com’è possibile?” chiesi più a me stesso che al professore.

“Non ne ho idea ma a questo punto possiamo evitare di scendere?”

Quella credo che fu la scelta più saggia e al tempo stesso mortale che abbia mai preso in vita mia. Utilizzammo le pesanti slitte come ancoraggio per le corde e uno alla volta ci calammo dentro quel foro impossibile. Prima il professore e poi io, reggevamo ognuno una torcia che da sola avrebbe illuminato l’oceano. Eppure, lì sembrava che la luce non potesse attecchire.

I resti della civiltà più gloriosa che avesse mai abitato questo pianeta erano adesso confinati in un buco nero?

Scendemmo lentamente fino a quando non sentimmo le corde opporre resistenza. Eravamo giunti alla fine del nostro viaggio. Puntandoci le luci in faccia, ci guardammo disperati.

Ad un tratto, qualcosa fece sì che un’oscurità totale ci avvolgesse. Le torce erano ancora accese, ne sentivo il calore in mano ma la luce non riusciva a sovrastare quell’oscurità. Guardai in alto ma il buco da cui ci eravamo calati era scomparso.

“Professore…”

Niente, nessuna risposta.

“Merda” urlai.

La mia voce tornò indietro con un’eco distorta, come se provenisse dal capo opposto di una stanza gigantesca. Ancora appeso alla corda mi dimenai in preda al panico fino a che non toccai qualcosa di solido con i piedi. Provai a poggiarli e trovai un pavimento duro come il marmo.

Con gli occhi inutilmente spalancati, muovevo la torcia a destra e a sinistra in cerca neanche io so di cosa.

Un urlo agghiacciante mi colpì i timpani, sembrava provenire da ogni direzione e da nessuna in particolare, come fosse stato generato all’interno del mio cranio. In fondo a quella tonalità distorta, credetti di riconoscere la voce roca del mio compagno.

Un terrore come non ne avevo mai provato in vita mia si impossessò del mio corpo.

Una luce immensa esplose davanti a me, dandomi la possibilità di scorgere per una frazione di secondo il luogo in cui mi trovavo, prima di lasciarmi quasi cieco.

Era una grotta gigantesca, profonda quasi dieci chilometri. Alzando lo sguardo il soffitto di quello spazio immenso sembrava ridursi a pochi centimetri dandomi l’impressione di essere un gigante. Sulle pareti erano presenti segni di una civiltà intelligente, decorazioni allucinanti e simboli antichi più del nostro mondo.

Quando quel bagliore incredibile cessò, nonostante non avessi più la vista, riuscivo a percepire chiaramente lo spazio attorno a me. Ero circondato da un’aberrazione spaziale. La materia di cui era fatta quella grotta non era statica ma mutava al cambiare del punto di vista dell’osservatore. Così come nei sogni vediamo la realtà trasformarsi sotto i nostri occhi addormentati, così laggiù io potevo vedere la Realtà modificarsi davanti a me.

Per tutto il tempo che rimasi chiuso in quello spazio allucinante, potei assistere a tutto e al contrario di tutto. Geometrie impossibili venivano disegnate da una mano leggera attorno a me per spiegarmi le ragioni dell’esistenza dell’Universo, della razza umana, del Tempo e dello Spazio. Creature orribili e allo stesso tempo magnifiche nella loro potenza, volteggiavano sopra di me facendosi sicuramente gioco della mia inutilità difronte da tutto ciò.

Per poche, illuminanti frazioni di secondo, la mia mente venne aperta a forza ai segreti e ai misteri della Realtà. Chi mi guidava in quel caleidoscopico viaggio verso la follia sapeva che non avrei potuto reggere di più.

Tutto finì così come era iniziato, nel buio. Quando quella manifestazione ipnagogica terminò, tornai al buio della mia condizione umana.

Quando potei riaprire gli occhi ero all’esterno, sul ghiaccio in mezzo ad una tormenta di neve.

Probabilmente se non avessi rivelato a nessuno le vere intenzioni che avevano condotto me e il professore in quei luoghi adesso il mio nome, Arthur McKenzie, non sarebbe legato per sempre alla follia.

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Discussioni

  1. Ma… ma… è bellissimo. Ben scritto e pure bello, veramente bello. Mi ha fatto venire in mente un’avventura di Martin Mystère, quella sull’Aleph di Borges

    1. Grazie mille Kenji! Sono contento che il racconto ti abbia colpito così tanto 😀 Conosco il buon Martin ma questo episodio non lo ricordo…mi toccherà recuperarlo!

  2. Ciao Federico, il tuo racconto si legge tutto d’un fiato. Sei riuscito a trasportarmi nelle atmosfere che pochi scrittori riescono a trasmettere. Un po’ alla Jules Verne, e ho detto tutto.?

    1. Ciao Dario, grazie mille! Spero proprio che Mr. Verne non se la prenda per il paragone 😀

  3. Ciao Federico,
    ho letto il tuo racconto tutto d’un fiato, veramente ricco di una caledoscopica follia. Bella l’idea di una realtà che muta, dominata da visioni opposte. Non c’è un brutto o un bello, un giusto e uno sbagliato. Veramente originale! ?

    1. Ciao Isabella. Hai centrato uno dei punti che più mi stanno a cuore. La Realtà (con la R maiuscola) non è qualcosa di fisso, immutabile o oggettivo. Piuttosto è un costrutto mutevole di cui noi percepiamo una parte minuscola. Potrei dilungarmi ma diventerebbe un trattato di metafisica allucinata ?

  4. Ciao Federico, racconti come il tuo mi piacciono perché mi aprono la mente: da brava lettrice ho recuperato informazioni riguardo al mito di Thule ( che non conoscevo). Mi piace l’approccio che utilizzi, partire da un “qualcosa” noto per poi costruire “qualcosa” solo tuo. Per questo lab mi sono spulciata le leggende inuit fino a trovare la “materia” giusta con cui lavorare ? Finalmente ho avuto modo di conoscere la verità su Arthur MacKenzie: che dire, geniale.

    1. Ciao Micol. La Thule me la portavo dietro da un bel po’ma, tra una cosa e l’altra, non sono mai riuscito a darle uno sfogo di questo tipo. È un approccio che piace molto anche a me 😀 C’è qualcosa del genere anche nella storia a puntate sulla morte di Arthur… 😉

      Corro a leggere il tuo racconto!!

  5. Ciao Federico, ecco cosa si nasconde dietro Arthur… il mito di Thule! In certi passaggi, la tua storia mi ha ricordato la ricerca della mela di Desmond Miles in Assassin’s Creed, dove la verità sulla nostra realtà è celata dal mito di un’antica civiltà che sovrasta le nostre piccole e insignificanti esistenze… un lab mistico ed evocativo, dove le tinte horror cariche di follia si perdono nello stupore di conoscenze che forse mai riusciremo a comprendere…

    1. Ciao Antonino. Sì, ho voluto dare un’origine ad Arthur ma che fosse in linea con il precedente racconto. Chissà, forse con il tempo ne verrà fuori un progetto più lungo…

      Purtroppo non conosco bene Assassin’s Creed…ma mi fido del tuo paragone 😀