Tornando verso casa



Una sera stavo guardando il film di Ozpetek “La finestra di fronte” quando capii che dovevo prendere in mano la mia esistenza altrimenti il rimpianto mi avrebbe uccisa.

Le vicende dei protagonisti mi avevano colpita a tal punto che ad un tratto mi sembrò stupido continuare a percorrere la stessa strada del passato.

Solo pochi giorni prima ne avevo parlato con Simona, una delle mie migliori amiche, e lei mi aveva incitata ad agire dicendomi che non avrei avuto una seconda chance per essere felice.

Simona aveva ragione da vendere ma non è mai stato facile vivere la mia vita, perché, nel mondo in cui ci dibattiamo, alcune realtà sono ancora oggetto di pregiudizio.

Io e Annalisa ci amavamo già da quattro anni e ci nascondevamo agli occhi del mondo a causa della mia paura di espormi con la mia famiglia.

Annalisa in tutto quel tempo mi aveva sempre esortata ad uscire allo scoperto e, nonostante la mia riluttanza, non aveva mai sentito l’impulso di mandarmi al diavolo.

La mia compagna è una donna forte e generosa, che ama la chiarezza e non ha paura di mostrarsi al mondo per la bella persona che è.

Io invece, fino ad allora, avevo sempre vissuto di insicurezze pur non rinnegando la mia omosessualità.

Stavano ancora scorrendo i titoli di coda del film quando decisi di telefonare ai miei genitori.

Erano le undici di sera e capii subito, dall’apprensione nella voce mia madre, che il trillo del telefono, a quell’ora così insolita, l’aveva spaventata.

“Angela, tesoro, che è successo?”

“Nulla mamma, tutto ok ma devo parlarvi” risposi con voce ferma.

“Ma sei sicura di stare bene?” replicò mia madre, stupita.

“Sicurissima!” replicai decisa.

Con mamma non mi ero mai confidata troppo anche se il nostro rapporto era sempre stato assai sereno ed equilibrato

Lei mi aveva spesso rimproverata della mia incostanza nelle relazioni e di non essere riuscita a trovare qualcuno col quale mettere su famiglia.

Io mi ero sempre limitata a fare spallucce, tacendo.

Mio padre, invece, sarebbe stato l’osso duro, perché era un uomo tutto d’un pezzo dalla mentalità all’antica, come nel più classico dei cliché familiari.

Io e lui ci limitavamo a piccoli convenevoli senza mai condirli con gesti affettuosi.

Sapevo che mi amava e lo amavo anche io ma era sempre stato distante anni luce da me.

Arrivai sotto casa loro trafelata, col cuore in gola e l’anima in subbuglio.

Citofonai e quando entrai nel portone chiamai l’ascensore.

La salita mi parve eterna e nella mente mi si affollarono milioni di modi nei quali avrei potuto esordire nella mia confessione.

Avevo preso quella decisione d’istinto senza nemmeno fare le prove allo specchio, imbastire un discorso: mi sentii improvvisamente nuda e sola.

Quando l’ascensore giunse al piano, trovai mia madre ad attendermi: era in vestaglia e pantofole e aveva l’aria preoccupata.

“Allora cosa c’è? Mica mi hai convinta sai?” iniziò, precedendomi in casa.

“Papà?” chiesi, non vedendolo in giro.

“È già a letto, nemmeno il telefono ha sentito!”

Ma in quel momento vidi mio padre avanzare verso di noi

Aveva i capelli arruffati e l’espressione corrucciata di chi sia stato svegliato malamente, mentre inforcava gli occhiali per inquadrare meglio la situazione.

“Sedetevi tutti e due, per favore” intimai, cercando di mantenere la calma.

Mi sedetti anche io sulla poltrona di fronte a loro.

La scena appariva abbastanza ridicola, sembravamo personaggi in una pièce teatrale, tutti e tre in attesa che il sipario si alzasse per pronunciare ognuno le proprie battute.

“Lo so che siete alquanto stupiti” attaccai.

“Beh, ‘stupiti’ è un eufemismo… ci butti giù dal letto!” mi interruppe mio padre, evidentemente spazientito.

“Smettila papà, smettila una buona volta” quasi gridai sorprendendomi di me stessa perché non mi ero mai permessa di usare quel tono con lui.

“Ho passato tutta la vita cercando di essere una buona figlia, ho voluto meritare il vostro affetto ma non ho fatto altro che nascondermi… adesso non ce la faccio più”.

Feci una pausa e gli occhi mi si riempirono di lacrime.

“Sono lesbica” dissi tutto d’un fiato “sono innamorata da quattro anni di Annalisa, una persona meravigliosa che ha sopportato per tutto questo tempo una relazione quasi segreta. Ora voglio stare con lei alla luce del sole e non mi importa davvero se la cosa non vi sta bene, desidero solo che sappiate tutto di me. Voglio sbaragliare il campo da qualunque ipocrisia”.

Mia madre si avvicinò, mi strinse fra le braccia e io capii in quell’istante che lei sapeva, che aveva sempre saputo.

Mio padre restò seduto e distolse lo sguardo, rivolgendolo al buio della notte oltre i vetri della finestra.

“Hai finito?” chiese soltanto, poco dopo, alzandosi.

“Si” risposi, per nulla sorpresa della sua prevedibile reazione.

Poi si allontanò senza parlare, senza mostrare indignazione ma solo un muto biasimo.

Lo lasciai andare senza fermarlo, mi feci bastare, in quel momento, la comprensione piena di mia madre.

“Capirà col tempo, non è facile per lui, e se non accadrà, te ne farai una ragione” disse subito lei, prendendomi sotto braccio.

“Tu quando lo hai capito?” le chiesi, mentre avanzavamo strette verso la cucina dove era già pronta la moka.

“Da subito, amore, sono tua madre” rispose versando il caffè in due tazzine colorate.

“Perché non hai mai affrontato l’argomento?” le domandai e sorseggiai piano il liquido scuro e caldo che mi infuse molto conforto.

“Perché non sapevo come iniziare, insomma, capisci no?” esclamò e compresi che anche per lei non doveva essere stato semplice.

“Per me l’unica cosa importante è che tu viva una vita felice” aggiunse e mi venne voglia di scusarmi per averla considerata più distante di quanto fosse in realtà.

“Ti amo tanto, mamma” le sussurrai dopo e i suoi occhi si fecero lucidi.

“Avevi ragione tu, tesoro, non potevamo più aspettare” mi disse infine, alludendo al fatto che avessi preteso di parlare senza attendere un nuovo giorno.

Bevemmo il nostro caffè e poi le diedi la buonanotte.

Il cuore mi doleva per il rifiuto di mio padre ma non mi pentii della mia risolutezza e, per la prima volta nella vita, sentii di essere davvero adulta e autonoma nelle scelte.

Uscii, congedata dal sorriso di mia madre.

Avrei aspettato anche quello di mio padre perché la sua salda ostilità mi angustiava.

Quando fui in strada, l’aria fresca della sera mi investì e mi sentii forte, sicura di me e raggiante.

Presi il cellulare e chiamai Annalisa.

Mi rispose con la voce inquieta perché era davvero molto tardi.

“Ti amo” le dissi, con tutta la contentezza che avevo in corpo, nonostante fossi felice ancora a metà.

Lei capì, perché tra di noi non c’è mai stato bisogno di tante parole.

“Domani ce ne andiamo al mare… domani c’è il sole” disse soltanto, con tono rincuorante.

“Ci puoi giurare, amore” affermai sicura, tornando verso casa.



Pubblicato in Narrativa

Commenti

  1. Tiziano Pitisci

    Ciao Alessia, volevo segnalarti che la copertina ha una risoluzione bassa e l’immagine è un po’ sgranata…riesci a modificarla per favore? Grazie!

  2. Ivana Mauro

    L’amore incondizionato di una madre, uno scabroso segreto ingabbiato dentro al cuore da una figlia, il timore di perdere l’amore della propria famiglia… lo spaccato di una realtà attuale, ma che è sempre esistita dentro le famiglie. E poi l’amore accoglie sempre la verità di chi è amato. Un racconto denso…

  3. Paola

    Una bella e attuale storia d’amore. L’amore che comunque vince e abbatte i pregiudizi, come dovrebbe essere sempre. Raccontata in maniera semplice e diretta e per questo arrivata facilmente al cuore.

  4. Tiziano Pitisci

    Una storia di grande attualità, concentrata in un breve racconto; intensa e di pancia, come certe confessioni che hanno aspettato troppo a lungo. Ora che ci hai ingolosito con questi “cortometraggi”, perchè non ci offri un film intero? Io sarei già in prima fila.