Tra le grinfie dell’inconscio

Simone era un ragazzo tranquillo e modesto, uno studente universitario che, tra un libro e l’altro, amava bere qualche birra con gli amici. Una vita tranquilla, come tante altre. Qualcosa però lo turbava ormai da giorni, rendendolo sempre più inquieto, e una sera, dopo qualche bicchiere di troppo, mandò i propri amici a quel paese per nulla, salì sulla propria auto e girovagò per il paese, senza una meta, borbottando parole intrise di rancore.

“Ho sempre a che fare con gente che mi dice questo, quello e quell’altro ancora, mi fanno la morale e non mi lasciano mai in pace! Prima mio padre, poi i miei fratelli, adesso anche i miei amici! Maledizione! Li odio tutti! Tutti!

Decise di uscire dal paese, entrando in una strada di campagna, sino a giungere nei pressi del fiume. Scese dall’auto e raggiunse un vecchio cancello arrugginito. Sullo sfondo, una casa completamente abbandonata, segnata dall’implacabile scorrere del tempo. Lo scroscio delle acque, assieme al dolce brusio dei grilli, avvolgevano Il paesaggio circostante, illuminato candidamente da una luna immensa. Simone alzò lo sguardo al cielo, terso come non mai ed immerso in un mare di stelle, e qualche lacrima di rabbia solcò le rosse guance del suo viso. Il cigolio del cancello fu lungo e straziante, tanto da provocargli un fremito terribile, mentre il capo sembrava un macigno barcollante sulle sue spalle. Persino quei i dolci rumori gli parvero stridenti e fastidiosi.

“Stasera ho proprio esagerato, ma chi se ne frega! Odio tutti, vi odio tutti! Mi avete sentito?

Ma attorno, ogni cosa ignorò quell’urlo. Solo un flebile vento si alzò tra quelle sperdute colline. Dopo un po’, Simone non ebbe più il controllo di se stesso. Si aggirava tra gli alberi barcollando a destra e a manca, e la vista venne offuscata da una nebbia inaspettata. Quel malessere distorse i suoi sensi, e ormai era facile preda di immagini persecutorie proiettate dalla sua mente, una ragione distorta dall’inesprimibile senso dettato dal suo inconscio più profondo, finché non cadde privo di sensi.

Quando rinvenne, capì di trovarsi su di un letto, il suo. Ma non sapeva affatto di chi fosse quella stanza, tanto luminosa quanto vuota. Si alzò, provando immediatamente un forte capogiro. Vide una porta rossa, proprio a pochi passi, e decise di avvicinarvisi. Essa però iniziò ad allontanarsi, e nonostante gli sforzi per raggiungerla, la rincorsa parve inutile. A quel punto, Simone, allo stremo delle forze, chiuse gli occhi, e per istinto, saltò in avanti. Quando li riaprì, fu troppo tardi. Andò a sbatterci, prendendola in pieno, cadendo in preda ad un grande dolore.

“Ma che razza di posto è mai questo?” pensò toccandosi il capo, ancora stordito. “Certamente sto sognando. Cosa ci sarà dietro questa porta?”.

Con un pizzico di angoscia, afferrò la maniglia ed entrò. Vide una cucina, stranamente familiare, ma un lontano passato sembrava avvolgere l’aura di quella nuova immagine.

“Riconosco a malapena questa cucina. Era nella casa in cui abitavo quando avevo solo due anni. Ricordo che stavo seduto sul seggiolone a ritagliare intere illustrazioni, e mia madre era proprio là, a cucinare e spadellare!”.

Quel pensiero lo fece sorridere, e per un attimo, dimenticò quanto gli stava accadendo. All’improvviso, proprio davanti ai propri occhi, apparvero due figure. Erano una donna, girata di spalle ed intenta a cucinare, e un bambino sul seggiolone, concentrato a ritagliare delle bamboline di carta.

“Ma… Quella è… Mia madre… E questo bimbo allora… Sarei… Io?

Seppur titubante, decise di avvicinarsi a sua madre.

“Madre, sei proprio tu? Mamma?

La donna non rispose.

“Mamma, ti prego! Se sei tu, rispondimi!

La donna tacque ancora una volta.

“Mamma… Quanto mi manchi, dentro mi sento vuoto senza di te… Mamma…

Sentì di abbracciarla, e lo fece. La donna, però, non fece una piega, e con grande freddezza, disse :

” Sei certo di ciò che dici?

“Ma…

Simone smise di abbracciarla, allontanandosi di qualche passo, più turbato di prima.

“Mi hai davvero voluto bene? Hai guardato dentro di te, nel tuo io più profondo?” disse ancora la donna, continuando a trafficare tra i fornelli. Quella voce distorta era come uno spillo acuminato, pronta a perforargli entrambi i timpani.

“Perché dici questo? Mi manchi davvero, ti voglio un gran bene, io ti…

“Guarda te stesso, guardati dentro!

“Non capisco, cosa mi vuoi dire?

La donna allora fece un gesto col braccio sinistro, indicando eloquentemente il piccolo seduto sul seggiolone. Questi, divertito e soddisfatto, mozzò di netto la testa di una bambolina con le forbici, esclamando: “Mamma morta! Testa via!

Dal foglietto di carta sgorgarono copiosi zampilli di sangue, tanto da colorare di rosso tutto il tavolo, sino a bagnare il pavimento e insanguinare le scarpe del ragazzo, paralizzato da cotanto scempio. Il bimbo, invece, continuava a ridere divertito.

“Ancora! Mamma morta!

Prese altre bamboline, e le fece a brandelli, non solo con le forbici, ma persino strappandole a morsi, sporcandosi avidamente di sangue. Simone era inorridito, e ponendosi le mani tra i capelli, esplose in un pianto nervoso.

“Ma che succede? Perché tutto questo?

Nel frattempo, un mare di sangue lo aveva letteralmente circondato, e i muri grondavano di stille rosse. Alzando lo sguardo, Simone vide il rapido ripetersi di inquietanti parole insanguinate incise dappertutto, che così recitavano: “Mamma cattiva è morta! Mammina cattiva uccisa! Mordo, strappo, taglio, e mamma non c’è più!

Il bimbo, zeppo di sangue, insistette con una macabra cantilena:

“Mamma brutta, mamma cattiva, io tagliata, io mangiata, e adesso mamma morta!

“No! Basta! Basta! Tutto questo è assurdo!” urlò Simone, in preda alla follia.

“Non è assurdo, è tutto reale, quello che vedi lo hai fatto davvero, hai davvero tagliato la testa di tua madre.

Volgendo lo sguardo verso la donna, vide un corpo completamente dilaniato e crudelmente decapitato, mentre la testa mozzata era tenuta ben stretta per il lungo e biondo crine, con il viso ceruleo che lo fissava, senza tregua, dritto negli occhi.

“Quello che hai fatto a tua madre merita una severa punizione!” disse la testa, sorridendo sadicamente. Simone era sfiatato di paura, arretrava strisciando su di un lago di sangue, schiaffeggiava se stesso nella speranza di svegliarsi. Quando però vide i denti acuminati di quella testa mozzata, non ebbe nemmeno la forza di pensare.

“È troppo tardi per punirti da solo! Ci penserà tua madre a farlo!

“Si, mamma ora fa male! Male! Male!” cantava il bambino.

Il corpo della donna avanzò di qualche passo, e il ragazzo, mosso dal terrore, corse verso la porta. Ma questa sembrava sigillata, mentre il corpo della madre era sempre più vicino, sempre più minaccioso e incombente. Proprio quando tutto sembrava finito, la porta si aprì. Simone corse a perdifiato lungo uno stretto ed angusto corridoio, finché non cadde stremato.

“Ma che succede? È come se fosse reale… tutto ciò è assurdo…

Intanto, tutto divenne buio, mentre i rintocchi metallici di alcune forbici, uditi in lontananza, scandirono nuovi istanti di paura. Completamente accecato da cotanta oscurità, brancolò paurosamente in una landa vuota e sconosciuta, finché qualcosa lo colpì al braccio. Con suo grande stupore, comprese che era stato ferito da qualcosa.

“Ma… Io perdo sangue!

Simone, ormai in lacrime, si inginocchiò, in segno di resa. Poi, una voce iniziò a bisbigliare senza fine:

“Taglia taglia! Uccidi uccidi!

Il suono delle forbici divenne sempre più forte, sempre più vicino. Simone avvertì distintamente alcune lame accarezzargli la schiena. Immerso nel dolore, pronunciò alcune parole, intrise di lacrime e colpa.

”Se ti ho fatto del male, perdonami madre mia. Se mai di ho odiata, perdonami, sono stato uno sciocco, stupido figlio. Fa di me ciò che vuoi, la mia vita è la tua.

In quello stesso istante, Simone sentì il dolce tocco del palmo di una mano sul proprio capo.

“Mamma!” esclamò, lacrimando copiosamente e ridestandosi tra gli alti pini di un cimitero. Scorse un nugolo di gente in lontananza, e anche se visibilmente scosso, si avvicinò, e passando tra loro, silenzioso e invisibile, si fermò poco lontano dalla lapide. Era quella della madre.

“Questo… Questo è il funerale di mia madre…

Di fianco vide il padre, assorto nel suo dolore, e un ragazzino, lamentoso e piagnucolone.

“Andiamocene, voglio andare via!” disse scalciando dei sassi. Uno di essi colpì proprio la foto della madre. Il padre non reagì, ma lo fece una donna accanto.

“Non hai nessun rispetto! Quella è tua madre! Non hai versato nemmeno una lacrima per lei!

“Lasciami in pace! Io l’ho sempre odiata!

Udito ciò, la donna lo schiaffeggiò. Il ragazzino finì per terra, e sbuffando adirato, si rialzò e andò via.

“Avevo quasi dimenticato questo giorno. Guardandomi adesso, non vado fiero di ciò che ho fatto. Mia zia ha fatto proprio bene a stendermi!

Dopo quella scena, la gente scomparve in una nuvola di fumo, e così, ancora una volta, Simone rimase da solo. Lui e sua madre. Poi tutto svanì. Svegliato dalle luci dell’alba, decise di andare al cimitero. Raccolse alcune margherite, e le appoggiò sulla lapide della madre. Inginocchiandosi al suo cospetto, un pianto spontaneo lo assalì, e alcune lacrime sincere bagnarono la soffice terra, mentre l’immagine della madre, che lo abbracciava e lo baciava teneramente, apparve nella sua mente, un ricordo lontano, offuscato solo dall’odio covato. Tra tutte quelle lacrime, e quel ricordo nel cuore, Simone sorrise, ormai liberato da mille catene.

Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in LibriCK

Commenti

  1. Daniele Parolisi

    La trama è molto attraente e lo stile che rende ancor di più. Sai trascinare il lettore nella storia con dialoghi che sanno ben caratterizzare. Complimenti davvero per il racconto, attendo altre tue storie 😉

    1. Antonino Trovato Post author

      Ti ringrazio per i complimenti, e farò di tutto per continuare così!! Grazie ancora!!!

  2. Antonino Trovato Post author

    Ti ringrazio, detto da te, che ti stimo una cifra, è molto importante. Forse il mio esordio è un po’ cruento e diretto, ma ho preso l’ispirazione dalla dicotomia amore—odio che caratterizza il nostro inconscio, un conflitto che può assumere anche contorni “horror” , perché, che ci piaccia o meno, dentro di noi cova un grande senso di distruzione, pronto però a rivoltarsi contro noi stessi, almeno finché non piangiamo lacrime piene di colpa…

  3. Giuseppe Gallato

    Che bella storia, ottimo racconto! Mi è piaciuto molto il finale, piuttosto significativo… un concentrato di emozioni. La frase “Simone sorrise, ormai liberato da mille catene” è bellissima! Complimenti. 🙂