Un battito eterno

Serie: L'anello di plastica

  • Episodio 1: Lapidi
  • Episodio 2: Flebile
  • Episodio 3: Un battito eterno

Lo psicologo li aspettava anche quel pomeriggio, ma a loro non importava affatto. Janek ed Henriette avevano preso di proposito il bus sbagliato, finendo nel parco più grande della città. La panchina remota, quella che dava sul lago, li aspettava coperta da foglie secche, da rametti poggiati con cura dal vento. Un santuario dedicato alla loro giovinezza.
     «Ti ho portato una cosa, Henriette,» esordì lui, inginocchiandosi di fronte alla panchina, tra il fango: non importava.
     «Ma che fai?» rise lei, troppo giovane e ignara per immaginare. Scostò i capelli che il sospiro del cielo le aveva posto davanti al viso e un brillìo la rapì: un anello di plastica, rozzo e brutto, con un diamante finto attaccato con la colla.
     «Ti proteggerò da ogni cosa, Henriette. Ti proteggerò sempre, e ogni volta che ne avrai bisogno, io ci sarò. Non mi dimenticherò mai di questa promessa.»
     «Non puoi dire sul serio…» aveva letto sui giornaletti per ragazzine che bisognava commuoversi, in tali occasioni. Voleva piangere, esternare la sensazione di indicibile gioia che le mordeva ogni angolo del cuore.
     «Ti sposerò, Henriette, lontano da qui. E vivremo assieme. Senza mamma, senza papà, senza la scuola e senza nessuno a giudicarci.» Le mise l’anello al dito e si meravigliò di quanto alla perfezione le calzasse.
     Qualcuno avrebbe potuto scoprirli, era vero, ma si concessero un istante per darsi un bacio. Doveva essere solo un battito di ciglia, ma vollero farlo a occhi chiusi. Volevano essere due veri amanti, per un battito di ciglia lungo quanto l’eternità.

Una volta finito il funerale si trascinò sino al vialletto di casa, frastornata dagli ultimi accadimenti. La porta cigolò nel cupo pomeriggio e alle spalle di Henriette il cielo si annuvolava a vista d’occhio: la foschia presagiva un terribile acquazzone.
     «Hai preso tutto dall’albergo?» domandò, senza voltarsi.
     «Non ho granché,» reagì lui, schivo.
     «D’accordo. La casa la conosci, non startene fuori.»
     Janek si massaggiò la barba e superò la sorella. Quando il portone fu sigillato con uno scatto, il corridoio prese vita e serpeggiò come la lingua di una serpe. All’interno dell’incubo, aveva la sensazione di starsi rimpicciolendo, di tentennare proprio come in passato. Ogni dettaglio, dall’odore della legna e della carta da parati, sino all’argenteria che la madre aveva lucidato con cura sui mobiletti, lo costrinse a fare i conti con ciò che aveva sperato di lasciarsi alle spalle. Henriette resistette alla tentazione di abbracciarlo: ficcò entrambe le mani nelle tasche del cappotto.
     «Che lavoro fai?» esordì lui, in un mormorio monocorde.
     «Parliamone a cena. Fatti una doccia.»
     Janek acconsentì. Tra tutte, aveva deciso che due camere sarebbero rimaste sigillate e che non vi sarebbe entrato. Il bagno, però, non era tra queste. Sulle mensole spiccavano nuovi profumi da donna, ammennicoli che di sicuro non appartenevano alla defunta madre: erano di Henriette, ancora fresca di gioventù e smaniosa di agghindarsi. Molte asciugamani le aveva ricomprate lei, nessun dubbio a riguardo; la stessa sorte era toccata ai tappeti in salotto, al nuovo arredo e le vetrinette farcite di servizi da tè, piatti e posate riservati a cene e pranzi di lusso. In cuor suo, Janek sapeva che ogni dettaglio, ogni abito cucito a mano addosso alle bambole di porcellana, ogni ricamo e passamaneria della tenda alle finestre, non era altro che uno sfogo, un urlo scagliato nella vastità vuota del creato: Henriette aveva strillato, per lunghi anni.

La carne in brodo sapeva come farsi ammirare e la fame accumulata tra il viaggio e il funerale la rendeva solo più invitante. Agli occhi di Janek, persino la robetta dietetica della sorella assunse l’aspetto di una bistecca succulenta.
     «Davvero solo patate bollite e insalata?» inquisì lui, inarcando un sopracciglio.
     «Sei tornato a essere amichevole,» rispose lei, affondando la forchetta nella scodella. Mescolò per un po’ e cercò lo sguardo del fratello tra l’infinità di ricordi che la tormentavano. «Come l’hai trovato il quartiere? Hai visto che hanno chiuso la nostra vecchia scuola? Adesso ci vanno i ragazzini a fare porcherie.»
     «Si parlava di chiuderla già al tempo, figuriamoci se mi sorprende.» Janek masticò con gusto la carne, tuffando un pezzo di pane nel brodo per dar ancora più spessore al sapore già elaborato.
     «E così ti piace…» notò lei, che mai gli staccava gli occhi di dosso.
     «È superbo!» eruppe lui, pentendosi troppo tardi di tanta esuberanza. Le guance arrossate di Henriette supplicavano per una carezza: Janek strinse il pugno e chinò il capo.
     «Lavoro in un asilo,» disse lei.
     «Qui?»
     «No, devo prendere il treno: sono due orette.» Henriette riempì il bicchiere d’acqua. «Da cinque anni, giù di lì. Prima ho lavorato come commessa e prima ancora ho studiato e lottato per ottenere più borse di studio possibili.»
     Janek annuì, senza spostare l’attenzione dal piatto. Ogni gesto non calcolato, ogni movenza non filtrata dal raziocinio, gli sarebbe costata cara e lo sapeva benissimo. Non gli piacque ammetterlo così schiettamente, ma se ne stava pentendo: voleva andarsene.
     «Vuoi altro? Qualcosa di dolce?» Henriette lasciò il tavolo in direzione del frigo. Lui scosse il capo. «Sicuro che non vuoi nulla?»
     «Sì, sono sazio.» Si passò una mano tra i capelli, ancora umidi di doccia. La testa pulsava come se all’interno si stesse combattendo una guerra: in un certo senso, corrispondeva alla realtà. Il problema lo rappresentava l’esito che la battaglia rischiava di portare.
     «Dopotutto credo che tornerò a dormire in albergo. La cena è stata ottima, dico sul serio, ma è meglio dormire lì; sono anche organizzato col tassista, è tutto più facile.»
     «Ho visto lo sfondo del tuo cellulare, di sfuggita.» Henriette lo fiancheggiò, girò largo e fece in modo di finirgli alle spalle; Janek non la seguì, né con lo sguardo né con la mente. «Allora ce l’hai la moglie, lì a Budapest o dove diavolo è che ti rifugi. Hai tolto la fede per non farmi un dispiacere?»
     «Ma ti ascolti!?» l’apostrofò, senza alcuna pietà. Lei restò dapprima sbigottita, poi si rasserenò.
     «È la tua fidanzata?»
     «È una con cui sono uscito un paio di volte, ok? Ha insistito perché mettessi quello sfondo: è un gioco.» Janek cercò un appiglio. Non bisognava essere un famigerato esploratore di tombe per accorgersi di quanto instabile fosse il terreno su cui saltellava.
     «Sei stato con tante donne oltre me?» Henriette, alle sue spalle, allungò le braccia e lo cinse alla vita, poggiò il capo contro la sua schiena e si lasciò andare. Pianse. Pianse di cuore ma senza singhiozzi né boccheggi: le lacrime non correvano, bensì camminavano, mano per mano, addirittura felici. «Janek, sai da quanti psicologi e medici diversi sono stata prima di illudere sia loro che me stessa di star bene? Sai la mamma quanti soldi ha speso per regalarmi il paradiso, come le piaceva tanto dire? Le medicine, poi…»
     «Smettila. Sai che è sbagliato.»
     Henriette però ignorò l’avvertimento. Si arrampicò sul torso del fratello e le mani raggiunsero gli zigomi affilati. Lo invitò a voltarsi, solo per poterlo fissare negli occhi scuri, attorniati dallo stesso malessere che attorniava i suoi.
     «Ho provato ad andare avanti, te lo giuro. Le ho provate tutte. Non sento niente, niente in assoluto. Né da sola, né con uomini o donne, né in momenti di rabbia né in momenti di quiete. Sono vuota.»
     «Sono sicuro che troverai un uomo capace di guarirti,» prese una posizione di sicurezza e osservò la sorella da lontano.
     «Hai promesso che mi avresti sposata e portata via da qui. In giro per il mondo, dicevi, a vedere tutti quei posti che hai sempre sognato di vedere assieme a me. Perché hai permesso alla mamma di cacciarti con tanta semplicità?» asciugò il viso e camminò con ponderata cadenza verso il salotto. «Io ci spero ancora, in quella promessa, Janek.»
     «Ti rendi conto?»
     «Meravigliosamente.»
     «Butta quel pezzo di plastica.»
     «Puoi fare due cose, Janek,» lei sorrise, già gustando la vittoria: «Strapparmi l’anello dal dito e gettarlo, oppure baciarmi e tenere fede alla tua promessa.»
     «Per carità, Henriette…»
     Si fissarono per un periodo immenso di tempo, nella loro bolla all’interno della realtà. Poi, Janek fece la sua mossa, e il tempo riprese a scorrere.

Fine.

Serie: L'anello di plastica
  • Episodio 1: Lapidi
  • Episodio 2: Flebile
  • Episodio 3: Un battito eterno
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    Commenti

      1. Giovanni Attanasio Post author

        Ciao, rispondo qui a tutti i tuoi commenti:
        sono felice che tu abbia apprezzato la serie 🙂 avevo una mezza idea, più decisa, su come far finire la storia, ma ho preferito non forzare i sentimenti né dei personaggi né dei lettori.
        Grazie ancora per avermi dedicato il tuo tempo! 😀

      1. Giovanni Attanasio Post author

        Grazie!
        Ma ho la sensazione che qualcosa non ti sia andato a genio. È il momento perfetto per dirlo! 😀

      2. Marta Borroni

        Ok, quando si dice essere un libro aperto… no, comunque non è in questa storia qualcosa che non va, penso che il problema sia mio nei tuoi confronti, te lo dico chiaramente: tu scrivi molto bene, hai un livello di talento alto, molto, credo però che non ti valorizzi abbastanza. Forse è per questo che vorrei sempre leggerti un pò di più in una lunghezza ancora maggiore, ma ripeto è un problema mio, perchè secondo me tu hai doti ancor maggiori da sviluppare, narrativamente parlando.

      3. Giovanni Attanasio Post author

        Credo di aver capito cosa intendi.
        Sto lavorando ai romanzi “veri”, quindi arriverà il tempo in cui ci sarà qualcosa di lungo da leggere 😀 Edizioni Open è perfetto per sfogare piccoli sfizi creativi e sperimentare tecniche nuove.
        In ogni caso, grazie davvero 🙂

      4. Marta Borroni

        Sì, Edizioni Open è sinonimo di brevità, ed è questo il bello ma sono anche felice di saperti al lavoro su qualcosa di lungo… che prima o poi spero di leggere 😀

    1. Massimo Tivoli

      Come sempre, scrittura consapevole, attenta. Il lettore entra nella storia sin da subito, in modo naturale. Bella la tensione che crei prima del finale. Io capisco che è il finale della serie e, se fosse così, avrei preferito meno “ermetismo”. Il finale si capisce, per carità, ma nella misura in cui lascia aperte due possibilità. Almeno, a me è arrivato in questo modo. Se era tua intenzione concludere in modo aperto, ok. Altrimenti, magari rileggendolo dopo un periodo di pausa, potrebbe essere il caso di rivederlo per evitare che il lettore possa avere la sensazione di non aver capito.