Un caffè di vita

La felicità è una cosa effimera. Uno stato transitorio, uno stato d’animo passeggero. Eppure la ricerchiamo come uno dei tesori più preziosi. Ma riusciamo mai veramente a raggiungerla? 

Io credevo di esserci riuscita. Avevo una laurea, un lavoro, un ragazzo che amavo. Avevo raggiunto i miei obiettivi, avevo la vita perfetta che avevo sempre sognato, con i miei genitori orgogliosi di me e gli altri che mi guardavano con ammirazione. Ma poi, tutto è cambiato. Ovvio, direi, o non sarei qui a parlarne. 

In un bel giorno di primavera ho incontrato lui.  E’ bastato un attimo, uno scambio di sguardi, per mettere in discussione tutto ciò che era la mia vita. Sprofondare in quegli occhi e sentire di appartenergli.  Non dimenticherò mai la sensazione di appartenenza che ho provato in quel momento. La bellezza di quegli occhi verdi che mi fissavano, come  a sottolineare che io appartenevo a lui e lui apparteneva a me.

Fu sufficiente a sconvolgere tutto il mio mondo, a rivalutare i mie principi e i miei desideri. 

Si chiamava Andrea  e per me era l’uomo più bello che avessi mai visto. Aveva un problema. Uno solo. In apparenza era normale: alto, col volto spigoloso, gli occhi verdi e un accenno di barba. Ma dentro di sé celava un segreto. 

Lo scoprì solo dopo esserci incontrati alcune volte. Avevo notato dei comportamenti un pò strani, ma chi di noi non ha le proprie manie? Sistemava gli oggetti sul tavolo sempre allo stesso modo, prendeva sempre lo stesso caffè con lo stesso croissant (il barista glielo teneva da parte per evitare che mancasse). Si sedeva sempre allo stesso tavolo alla stessa ora, non un minuto di più né uno di meno.

Dopo quella mattina in cui i nostri sguardi si incrociarono, mi teneva il posto di fronte a lui per fare colazione insieme e iniziammo a parlare. Io gli raccontai la mia quotidianità, il mio lavoro, la mia famiglia, il mio ragazzo…lui mi ascoltava assorto, ma non parlava di sé. Ogni tanto sorrideva, annuiva, sorseggiava il caffè e fuggiva con lo sguardo fuori dalla finestra.

“Mi stai ascoltando?”, gli chiesi un giorno, vedendo che un bambino sull’altalena aveva catturato la sua attenzione.

“Sì”, disse, “ma ancora non hai risposto alla mia domanda”

Lo guardai perplessa, certa del fatto che non mi avesse mai posto una domanda.

“Quale ?”, gli chiesi confusa.

“Quella che ti ho posto la prima volta che i nostri sguardi si sono incrociati. Sei davvero felice?”

Lo guardai ancora più confusa, ero certa che quel giorno non ci fossimo rivolti la parola.

“Io non ricordo questa domanda”

Lui incatenò il suo sguardo al mio.

“Eri seduta al bancone, proprio in quello sgabello laggiù”, disse indicandone uno dietro di me, “E ti guardavi intorno spaesata. Poi hai notato me e io ho notato te. Ti ho guardato e con gli occhi ti ho chiesto se eri felice. Ma tu hai distolto lo sguardo e non l’hai notato. Perché voi persone normodotate non vi soffermate mai sui dettagli che vi circondano. Avete la testa piena di fumo, ma non vi fermate mai a guardare il contenuto. Quel giorno hai visto solo un bell’uomo che ti guardava. Nei giorni successivi un bell’uomo eccentrico che faceva colazione con te. Io sono autistico. La mia mente vaga a volte e ho bisogno di ripetere le cose in sequenza altrimenti impazzisco. Ma mi soffermo a guardare. E ti ho visto”

Rimasi impietrita dalla sua rivelazione. Come avevo fatto a non notare i segnali che erano lì davanti ai miei occhi? Come avevo potuto essere così cieca?

“Ora ti stai chiedendo come hai fatto a non giungere alla conclusione che sono autistico, giusto?”, dice sorridendo, leggendomi nel pensiero. “Avete una concezione molto stereotipata di questa malattia. Non tutti viviamo completamente in un mondo scollegato dal vostro, non tutti sono violenti o hanno bisogno di sostegno. Ne esistono diversi livelli. Alcuni di noi  sembrano persone normali. Come me. Io sono un programmatore, ho la capacità di memorizzare catene infinite di lettere e numeri, ricordo alla perfezione ogni attimo della mia vita, ma indossare  pantaloni neri di giovedì mi fa uscire di testa!”, spiega sorridendo amaramente, sorseggiando il caffè.

Restai in silenzio, aspettando che continuasse. Era la prima volta che parlava così tanto.

“Secondo te io sono felice?”, mi chiese.

Sbattei le palpebre confusa. “Non saprei… “

“E tu? Tu sei felice?”

Non riuscì a rispondere subito. Pensai al mio lavoro che mi teneva impegnata quindici ore al giorno da tre anni senza aver mai avuto ancora una promozione o un aumento di stipendio. Pensai alla mia famiglia. I miei genitori erano orgogliosi di me, avevo scelto di fare ciò che loro desideravano per me, ma economia non era proprio la mia passione. Pensai al mio ragazzo, che ormai vedevo due volte al mese perché era sempre in viaggio  per lavoro…

“Sì”, risposi deglutendo, cercando di nascondere il disagio della mia piccola bugia. Ma in fondo, cosa gliene importava?

Andrea sorrise amaramente.

“Mi è bastato guardarti negli occhi per intuire la tua risposta prima che tu la pronunciassi e sapere con certezza che avresti mentito. Credi di vivere in un mondo perfetto e forse reputi le persone come me “sfortunate”. Ma ti svelo un segreto: io ti compatisco”

E con quelle ultime, dure parole, mi lasciò lì al tavolino del locale col conto da pagare. 

***

Passarono giorni prima che tornassi in quel locale. Non volevo rivederlo. Si era permesso di leggermi l’anima e non mi era piaciuto per niente. Io ero felice! Prima che arrivasse lui a sconvolgermi il cervello! Da quella chiacchierata, avevo messo in discussione tutta la mia esistenza e avevo concluso che non ero felice per niente. Lavoravo in un’azienda di marketing dove ero capace di fare solo le fotocopie, la mia laurea non era servita a niente di più. Inoltre, io odiavo economia! Con tutti i calcoli e le statistiche… io volevo viaggiare, fotografare il mondo e imparare tutte le lingue! Il mio ragazzo mi aveva scaricata, alla fine, dicendo che per lui non ero abbastanza intraprendente… ma secondo me aveva una tresca con la collega con cui stranamente era sempre in “viaggio”. Una volta perso anche il mio fantomatico amore, cosa mi restava?

Un lavoro che odiavo, l’orgoglio dei miei genitori che era diventato fastidioso, un bel paio di corna a ornare la mia testa e… ah! Un bel posto dove fare colazione…

Lo trovai seduto lì. Stesso tavolo, stesso uomo. Non sollevò lo sguardo dal giornale fino a quando non mi sedetti di fronte a lui.

Mi guardò e sorrise. Stavolta sembrava un sorriso di…felicità.

“Sei cambiata”, disse osservandomi con quei suoi occhi verdi.

Sorrisi di rimando, ordinai il mio caffè e lo guardai.

“Non ti serve che parli per spiegarti cosa mi sta passando la testa, giusto?”

Il suo viso si illuminò e fissò lo sguardo al mio.

“Dunque…finalmente hai lasciato quel traditore seriale…vuoi lasciare anche il tuo lavoro…sì, lo sapevo…insomma…hai cambiato tutto! Cosa vuoi fare ora?”

Lo guardai sorridendo. Allungai la mano attraverso il tavolo e afferrai la sua.

“Voglio aiutarti a indossare  pantaloni neri di giovedì”.

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Responses

    1. Grazie Claudio, il tuo commento mi rende immensamente felice! Sono riuscita a raggiungere il mio obiettivo 🙂