Un figlio devoto

Serie: Taccuini di cinque anni fa

Quel che all’esterno cerca di modularsi in forme e colori, ora smette di esistere scomparendo sotto scie ombrose opacizzate dalla concentrazione. Il respiro si stabilizza seguendo un’armonia rappresentante la calma dell’acqua dentro un cerchio di mattoni, lo specchio è pizzicato in ripetizione da una goccia cadente dall’alto. L’inspirazione è il primo eco che si propaga sul liquido, poi viene l’espirazione come secondo ed un susseguirsi di altri piccolissimi tratti in cui la cassa toracica si allarga e si restringe seguendo il comando dell’arciere senza mai crescere o incresparsi in un respiro troppo profondo o intento a gonfiare il petto in modo del tutto innaturale. Il braccio non è ancora teso, la schiena e le gambe non sono in tensione perché allenate a stare immobili soltanto a sostenere il corpo in una posizione retta. La mente è dispersa in qualche pensiero scostato dalla realtà, un fiume di montagna dove un alce sta ad abbeverarsi, la marea crescente in un porto di pescatori, una montagna sacra pesante da cui soffia un vento gelido senza neve, tutte queste immagini sono parte del respiro. Ognuna di esse è parte della goccia che instancabilmente cade toccando l’acqua, una reazione per ogni azione seguita da un comando della perfetta armonia che avverte l’aria tutta intorno di un secondo istante in cui il braccio tende la corda del lungo arco scoccando una freccia con precisione magistrale lasciando che la punta in metallo colpisca il centro del bersaglio. Immediatamente la concentrazione lascia spazio ad ogni manifestazione dorsale piena di inutilità. Gli spalti sono pieni di gente più o meno vestita in maniera decente, alcuni sono i genitori degli allievi della casa Kiosho, di cui il maestro To’Shan è molto fiero il rimbombo delle loro voci è un eco smisurato di goffaggine e parole di cui non se ne capisce nulla, vuoti a perdere come le bocche dentate dei loro genitori da cui escono urla sperando di raggiungere con un tono di forza voluta il proprio figlio intento a gareggiare. I loro volti sono costretti da una smorfia di dolore e stanchezza, non è stato facile e non lo sarà finché un unico allievo del Kyudo continuerà a portare a casa trofei. Il suo sguardo è l’unico in tutto il palazzetto dello sport a non avere espressioni ed il suo corpo nel secondo in cui la freccia è partita per puntare verso il bersaglio, è tornato alla posizione primaria con l’arco in riposo, aspettando il risultato certo. Sul pavimento in legno liscio in suoi piedi tenuti saldi dentro un paio di calzettoni bianchi concedono piccole orme di sudore che vanno scomparendo. La sua pazienza è stata nuovamente ripagata, lo sforzo e l’agilità con cui ha teso l’arco hanno strabiliato nuovamente la platea. Ha ristabilito un certo ordine delle cose manifestando totale eleganze, un bambino di nove anni capace di indossare i panni dell’uomo e mostrare una devozione profonda e l’impatto di un carattere forte con la fermezza di una sfrontatezza mite e senza pari.
“Tachihiro sono qui” dice il padre del ragazzo alzando la mano senza però lasciarsi andare in un’esultanza troppo distinta. Difficile non riconoscere il piacere sul volto di un padre che vede il proprio figlio vincere su un vasto numero di altri allievi tutti molto bravi.
Tachihiro si avvia con il viso serio per nulla sudato, i suoi capelli neri corvino sono tagliati e pettinati di lato come un nobile giapponese, la sua carnagione è chiara, l’ha presa dalla madre Akane, donna graziosa e di una bellezza di cui tutto il villaggio di Oshibane è consapevole.
L’abbraccio spontaneo fece sì che alcuni curiosi si tirassero indietro dal fare complimenti lasciando che padre e figlio potessero godere insieme di un momento tanto privato. Nemmeno il proprio maestro si era avvicinato ad interrompere quel sentimento puro espresso con tanta sincerità. Nella sua carriera ne aveva visti pochissimi di padri abbracciare il proprio figlio in quel modo, spesso erano le madri a portare i bambini agli allenamenti, ma Kutsu il padre di Tachihiro si era presentato sempre al suo fianco accompagnandolo ad ogni gare e a tutti gli eventi sportivi, soggiornando anche fuori casa pur di lasciare che il proprio figlio potesse presenziare sempre alle gare.
“cosa vuoi per festeggiare? Un bel gelato o i dolci alla nocciola e riso?” chiese Kutsu chinandosi lievemente verso Tachihiro
“vorrei tornare a casa” rispose il figlio mentre il brusio del palazzetto andava scemando e una signorina elegantemente vestita porgeva un piccolo trofeo al bambino. Si era anche formata una discreta fila che attendeva per complimentarsi e per stringere la mano al giovane campione ma di tutto questo Tachihiro non voleva saperne più di tanto. Prese il trofeo in ottone che ritraeva un arciere nella massima estensione dell’arco, sorrise alla foto e velocemente salutò i suoi compagni di gara evitando commenti sulla sua vittoria e senza lasciarsi prendere dall’euforia di altri che erano arrivati secondi o terzi. Avrebbe voluto festeggiare in maniera adeguata ma sentì dentro di sé che non valeva la pena atteggiarsi, gli occhi di tutti erano su di sé, alcuni di totale ammirazione altri solo pieni d’invidia per quella padronanza così maestosa di una tecnica e di un’arte marziale molto dura.
“non vai a lavarti e a cambiarti?” chiese suo padre Kutsu di fronte la statuaria posizione presa dal ragazzo con ancora l’arco in mano
“Vorrei indossare ancora questi indumenti se me lo permetti padre” I suoi occhi erano tanto immobili e seri che Kutsu non poté non acconsentire.
“hai ottenuto una grande vittoria oggi” Rispose solamente
Il parcheggio del palazzetto era gremito delle famigliole pronte a tornare ai loro covi di familiarità. Salirono in macchina nel totale silenzio dove solo alcuni uccellini metropolitani lasciavano nel cielo piccole scie e battibecchi del mondo animale, gli animi si andavano calmando cercando pace ed armonia. Una vittoria, poi la calma e la quiete inverosimile dell’abitacolo della Mazda color grigio scuro. Un bambino e suo padre uniti dalla passione e non solo da questa. Nessuno era in grado di notare quel legame così scosceso ma anche terribilmente nascosto dietro otto murate di gentilezza giapponese e tanta cura dei movimenti. C’era amore, questo era innegabile, soffice, velato istintivo tenuto segregato dentro uno scrigno di particolari attenzioni per alcuni solo gesti affettivi di un padre. Certi sguardi non sono paragonabili.
Il
Il viaggio verso casa fu cordiale in espressioni, Tachihiro guardava fuori dal finestrino mirando le nubi accumulate verso il monte Fuji e le campagne disseminate tra un’autostrada ed un fascio di vie brulicanti di automobili.
L’auto si infilò veloce in un vialetto pulito di una casa ad un piano solo. Una staccionata copriva l’angolo esterno del giardino che s’affacciava sulla strada. Non era possibile vedere dentro, l’architetto aveva rassicurato Kutsu, preoccupato in quanto la finestra della camera da letto dava proprio su quel giardino, nessuno avrebbe potuto affacciarsi in quanto la disposizione angolare non lo permetteva.
Le scarpe vennero lasciate subito dietro lo shoji appena aperto di traverso. Tachihiro aveva iniziato a versare qualche goccia di sudore dalla fronte, il trofeo era rimasto in macchina. Con sé portava il lungo arco ed un paio di frecce con la punta coperta da una stoffa, i veri trofei della giornata.
il
il lungo corridoio nella penombra con le porte socchiuse delle altre stanze separavano con dieci e poco più passi Kutsu e suo figlio dalla camera da letto da cui provenivano alcuni lamenti quasi sussurrati.
Con il passo doppio e deciso a non destar rumori Kutsu e suo figlio raggiunsero la camera da letto, aprendo leggermente lo shoji cercando di non disturbare i due corpi intenti nel compiere un atto di depravata sessualità. L’uomo di schiena continuava a biascicare alcune parole nell’orecchio della madre di Tachihiro, Akane. Dimenandosi tra le gambe della donna spingendo in profondità senza essersi accorto della presenza del marito e del figlio della donna.
” Se colpisci la parte destra di quell’uomo ti comprerò qualsiasi cosa” Disse Kutsu
“anche un cavallo?” chiese Tachihiro bisbigliando senza farsi accorgere
“tutto ciò che vorrai” rispose suo padre ferito per quella visione ma senza lasciar trasparire assolutamente nessuna emozione.
Tachihiro prese l’arco dalla propria spalla, mise il piede in avanti per la posizione e sfoderò una freccia dal panno protettivo. Stavolta il tiro era molto più semplice e la freccia silenziosamente in modo rapido raggiunse l’uomo sulla parte destra del suo di dietro infilzandolo dolorosamente. L’uomo urlò accasciandosi a terra, Akane ora con la visuale libera e la porta della camera aperta vide suo figlio in posizione per lanciarne un’altra ma gli intimò con la sua solita voce dolce e calma di non farlo. Vide in lei sua madre uno strano modo di fare che reputava possibile solo verso il padre e non con un altro uomo fino a poco fa dentro di lei.
“e ora?” chiese Tachihiro
“Ora dobbiamo soltanto trovare dove mettere il tuo cavallo” sorrise.
Tachihiro guardò suo padre in piedi accanto a sé, sua madre era sconvolta vicino al suo amante sanguinante in terra e quella confusione mentale era dissipata grazie alla fermezza ma anche alla devozione rivolta in lui. Dimenticò l’accaduto nell’istante in cui gli diede la mano avviandosi per il corridoio verso l’uscita.

Serie: Taccuini di cinque anni fa
  • Episodio 1: Murray l’amico
  • Episodio 2: Sospinti da un vento di fiducia
  • Episodio 3: Anatre e Anatre
  • Episodio 4: A cavallo di un Dio minore
  • Episodio 5: Come riconoscere due psicopatici
  • Episodio 6: Immobile dentro un corpo
  • Episodio 7: Un figlio devoto
  • Episodio 8: Kutsu to Ai  –  くつ と あい –  Un paio di scarpe
  • Episodio 9: Raggomitolarsi dentro un vuoto fino a crederci
  • Episodio 10: Le giuste parole
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    Commenti

    1. Isabella Bignozzi

      Ottima la descrizione della concentrazione del ragazzo, che racchiude immagini, evocative di natura e di calma, nel respiro. Il ritmo della goccia nell’acqua. Ben delineata anche l’alienazione dell’arciere nell’atto dello scoccare la freccia. Mi ha ricordato un libro che ho adorato fin da piccola “Lo zen e il tiro con l’arco”. Bella anche la descrizione del rapporto, molto affine alla cultura giapponese, tra il padre misurato nelle manifestazioni di affetto e di orgoglio e il figlio devoto. Ben diverso dalla nostra esuberante “italianità”. Finale sorprendente, dal sapore surreale. Bello. Sempre molto bravo!

      1. Francesco Barone Post author

        Ecco la parola che cercavo, “Surreale”, un pò mi spaventava a renderlo così surreale sul finale dopo aver cercato di descrivere la semplice naturalità delle cose.
        Grazie per la lettura e l’analisi sempre molto utile 🙂 🙂

      1. Francesco Barone Post author

        Grazie come sempre per il supporto 🙂
        Ti dirò la verità non ero certo di scriverlo questo racconto, non sapevo se un finale così particolare fosse leggibile. Il problema è che l’ho sognato due notti fa e non sono riuscito a togliermela dalla testa che alla fine l’ho scritta.