Un pianoforte nell’angolo

Serie: Nocturne

La graziosa utilitaria saltò fuori dalla rampa in fondo alla via proprio come un confetto dal sacchetto. Si affiancò al marciapiede e Arabella aprì lo sportello.
     Samira, da dentro, la salutò con un gesto lento. «Non sali?»
     «Sì, scusa,» lanciò uno sguardo veloce al vialetto e pregò che sua madre non sbucasse da qualche cespuglio armata di coltello.
     Arabella fece scivolare la gonfia tracolla ai propri piedi e Samira si decise a poggiare la mano sul cambio. Le fischiavano le orecchie, e altrettanto fecero le gomme quando le scivolò il piede via dalla frizione.
     «Perdonami!» rise, osservando l’altro sedile. «Mi sono distratta.»
     «Abiti lontano?»
     Samira diede una breve occhiata al tachimetro. «Ti stai chiedendo se arriveremo vive? Non ti ho già provato di saper guidare?» sbuffò, dando gas. «Abito a dieci minuti da qui.»
     «Sarei potuta venire a piedi,» rifletté Arabella.
     «Sei ammattita? E se ti fosse accaduto qualcosa?»
     Di nuovo, come da copione, arrossì. «Non sarei venuta a piedi, era per dire.»
     «Parliamo d’altro,» Samira tossicchiò, «lo sai che ho un pianoforte? Cioè, non è che sia mio, ma per qualche ragione è nell’appartamento.»
     «Sei in affitto?»
     «Certo, dove li pesco i soldi per una bella villetta in periferia?» ridacchiò, ma l’altra non colse. «Cosa ti andrebbe di mangiare? Possiamo anche ordinare pizza, se vuoi.»
     Arabella notò che la mano che Samira teneva sul cambio vibrava: che fosse per via della strada sconnessa o per via di altro, non avrebbe potuto scoprirlo. Indagando la sua espressione pensosa dedusse che qualcosa la turbava, e di questo era certa. Assieme al brillare verde del semaforo che rifletteva sul cruscotto, ricordò ognuna delle parole che si erano dette nell’aula di musica e si paralizzò sul sedile.
     «Freddo?» tentò Samira. «Puoi girare la levetta: dovrebbe soffiare caldo. Non so se il condizionatore va, onestamente.»
     «Fumi?» replicò invece Arabella.
     La domanda subitanea la colse alla sprovvista. «No.»
     «Mio papà fuma.»
     «E?»
     «E riconosco l’odore,» spiegò Arabella. La bizzarra attitudine di Samira la distraeva: non riusciva a capacitarsi di cosa le passasse per la testa, se fosse solo tra le nuvole o imbottigliata in un caos di pensieri densi.
     «Fumo qualche sigaretta sulla strada verso casa, dopo che ti lascio all’angolo,» spostò la mano dallo sterzo e si sporse per aprire il posacenere dell’auto. «Vedi? Giusto un paio di mozziconi questa settimana.»
     «Non dovrebbero essere di più?»
     «Ah, già,» Samira scacciò le visioni che le rapirono i sensi. «Mercoledì, dopo la nostra strana discussione, sapevo che non sarebbero bastate un paio di sigarette a calmarmi. Ho preferito fare quattro passi al freddo.»
     Arabella poggiò il capo al finestrino. «Ti rendo nervosa?»
     L’auto scavalcò un dosso e Samira scalò di marcia. «Non mi rendi nervosa. Non nel senso che pensi.»
     «E in che senso starei pensando?» incalzò lei.
     «Ehi, credevo fossi la classica secchiona timida e impacciata, cosa sono queste domande?» rise lei e poi sbuffò, divertita dal mugugnare indistinto di Arabella.
     «Samira, con te mi sento un po’ più me stessa,» confessò con un mite sorriso. La sbirciò: «Ti dispiace?»
     La strada sbiadì per un istante agli occhi di Samira. Inchiodò di fronte casa. «Siamo arrivate.»

Arabella si illuse di poter sopportare cinque piani di scalinate, ma già al secondo le ginocchia supplicavano pietà. Samira la aspettò con pazienza, e riuscirono a raggiungere la porta dell’appartamento rinchiuso nel palazzo incolore, eretto in mezzo al nulla come tanti altri lì accanto. Una volta chiuso il portone alle spalle, il batticuore di Arabella si confuse al rumore dei passi nel breve corridoio di casa. Sulla destra indovinò la stanza da letto, dall’altro lato il bagno e poi una singola stanza con la cucina ad angolo. L’intero appartamento aveva le dimensioni del suo salotto.
     «Carino, eh?» Samira sfilò le scarpe e rubò un elastico per capelli da un cassettino. «Se ti puzzano i piedi puoi tenerle, fa niente.»
     «Ma che dici?» borbottò, colta alla sprovvista, «almeno non faccio puzza di fumo!»
     «Che lingua che hai, stasera,» la invitò con un sorriso a seguirla tra i tappeti variopinti lanciati ovunque per coprire il parquet scadente ed eroso. Le pareti tossivano i fumi miasmatici dei vecchi inquilini; erano coperte con poster di concerti e teatri famosi e nascoste in parte da piccoli mobili assaliti da cianfrusaglie. «Non è tutta roba mia. La maggior parte delle cose sono del tizio precedente. Non penso che tornerà a prenderle.»
     «E il pianoforte dov’è, scusa?»
     Samira indicò l’altro lato della camera. «C’è una sorta di vano dietro la tenda, è incastrato lì.»
     Arabella scostò la stoffa pesante e polverosa e mostrò il pianoforte, ficcato in una lieve rientranza della parete. Sfiorò i tasti: era accordato.
     Samira la studiò nei suoi piccoli gesti, timidi e quasi impacciati. Avrebbe voluto chiederle a cosa fosse dovuta la sua riservatezza così palese ma optò per qualcosa di più pratico: «Cosa ordiniamo?».
     «Cuciniamo assieme,» propose Arabella, allontanandosi dall’angolo col piano. Attraversò la stanza e quasi inciampò su un paio di ciabatte. Sul divano languiva una coperta e un volume di Tchaikovsky. «So fare la pasta alla carbonara.»
     «Non ci credo,» la provocò Samira.
     Non le rispose, prese invece il grembiule e lo legò stretto ai fianchi snelli. Aprì gli sportelli in cerca di pentole e stoviglie, di un qualsiasi tipo di pasta e degli ingredienti per la sua ricetta. Si girò un istante e appena incontrò la faccia cupa di Samira si bloccò. Perse qualche secondo ad assimilarne l’espressione, il frammento di memoria cristallizzato nel ghiaccio eterno dei suoi occhi.
     «Non devo cucinare per forza,» mormorò Arabella.
     «No, figurati, puoi se vuoi,» reagì lei, il labbro inferiore scalciante come un cavallo imbrigliato. Tirò su col naso e le diede le spalle. «Ti ho invitata e ti sto persino facendo cucinare.»
     «È questo a farti star male?» si pentì di averlo chiesto, conscia del gioco pericoloso che stava facendo: la corda avrebbe potuto spezzarsi da un momento all’altro.

Arabella si apprestò a servire i due piatti fumanti ponendoli con cura sul tavolinetto, tra un portatile e un volantino pubblicitario. Si accomodarono strette nel piccolo spazio che il sofà concedeva loro, circondate da cuscini soffici e rinvigorite dall’odore della carbonara.
     Nonostante tutto, il nefasto sortilegio che aveva colpito Samira non si era ancora dissipato. Arabella temeva che le avrebbe impedito di gustare la pasta, facendo calare sulla serata l’ennesima coltre tossica di amarezza.
     Una volta cenato, Samira abbandonò la forchetta nel piatto. «Perché hai accettato l’invito?» pulì le labbra e bevve un sorso di birra. «E perché te ne stai sempre in silenzio?» rimarcò le parole, intrecciando un sottile filo di rabbia alla già complessa trama di emozioni. L’altra si strinse nelle spalle, intimorita. Non sapeva nemmeno che anfratto del cervello spulciare per trovare una risposta. «Lo so cosa ti hanno detto le tue compagne. So che sai cosa è successo a Liverpool.»
     Arabella cercò una via di fuga tra i quadri appesi alle pareti. Non aveva la forza di affrontarla. «Non so che dire,» annaspò.
     «Hai creduto a tutto? Se lo hai fatto, perché sei qui?»
     «Non usare questo tono, mi fai paura,» Arabella glielo aveva pur detto: piangeva sempre.
     «Paura? Sono io a essere terrorizzata!» gridò Samira, scattando dal divano e girando per la stanza. Fissò la ragazza: «Ti riaccompagno a casa. Questa cosa non ha senso!»
     «Io lo so che non l’hai molestata davvero.»
     Samira barcollò, colpita in pieno petto dal soffio di voce: l’innocenza di Arabella avrebbe potuto ammazzare il diavolo in persona. «Non ne stiamo discutendo. No. Prendi le tue cose e andiamo.»
     «Non posso tornare a casa,» ammise lei, con gli occhi inaspriti da un sentimento che Samira riconobbe subito. «Sono scappata. Ho lasciato ai miei un biglietto dicendogli che sarei tornata tra un paio di giorni e di non cercarmi. Papà mi coprirà, lui mi capisce.»
     Samira portò le mani ai capelli. Girò in tondo, bisbigliando insulti e maledicendo se stessa. Misurò il fiato, usando i polmoni come un metronomo impazzito: «Non devi stare qui. Non puoi fidarti di me.»
     Arabella andò al pianoforte. Si sedette, aggiustando la gonna affinché non la intralciasse. A Samira bastò osservare la posizione delle dita: Nocturne op.9 : n.2.

Serie: Nocturne
  • Episodio 1: Bianco e nero
  • Episodio 2: Come polvere
  • Episodio 3: Una barca di carta
  • Episodio 4: Un pianoforte nell’angolo
  • Episodio 5: Annegare
  • Episodio 6: Aspettando la morte
  • Episodio 7: Nocturne Op.9 : n.2
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    Commenti

    1. Giuseppe Gallato

      Ciao Giovanni. Questo episodio mi è piaciuto moltissimo, forse più degli altri. Si comincia a entrare nel vivo della storia, le cose si fanno serie. Cosa mi è piaciuto in particolar modo? Innanzitutto questa parte:
      “«Mio papà fuma.»
      «E?»
      «E riconosco l’odore,» spiegò Arabella….”
      Magari sembrerà banale, anche se per me non lo è. Questa consequenzialità rende il discorso non solo fluido, ma soprattutto vero, reale.
      E poi ho amato il finale: “A Samira bastò osservare la posizione delle dita: Nocturne op.9 : n.2.” Una chiusura di stile!
      Bravo! 🙂

      1. Giovanni Attanasio Post author

        Ciao. Sembri deciso a sottolineare sempre le cose che più adoro io stesso! 😀
        Le discussioni tra Samira e Arabella le ho scritte ascoltandole parlare, ho solo riportato il testo. Avrei voluto che non smettessero mai di parlare.
        Per quanto riguarda il finale: quel brano ha ispirato l’intera serie, è uno tra i miei preferiti ed è collegato anche a qualche ricordo malinconico.