Un po’ di luce dentro

Cerchi d’aria sollevavano minuzie di polvere. Sembravano argentate le particelle illuminate dal sole all’interno della biblioteca. Le strade là sotto erano ormai gremite. Guardai tutta la gente che camminava. Annoiato, iniziai a giocare dentro me, il libro che dovevo studiare tanto non si muoveva, sembrava scolpito sul tavolo, moribondo, e non aveva zampette che avrebbero potuto portarlo lontano, strisciando e scappando dalla mia penna che avrebbe dovuto tagliuzzare il suo dorso con tagli fatti di sottolineature di inchiostro.

Immaginai persone con schiene trasparenti, senza la pelle. Uomini e donne come manichini per esercitazioni di anatomia, persone finte, giocattolo, che mostravano muscoli, ossa e anche organi che qualcuno gli aveva riposto dentro, beffandosi della cosa vera e della miracolosa energia che muove le cellule. Nel mio gioco, le parole che ancora esistevano come pensieri, erano visibili e si rintanavano in gola nella trachea ad aspettare il coraggio di uscire.

Tornai con la mente in biblioteca, volevo finire il capitolo prima di andare. Il libro era vecchio e logoro, la copertina sbiadita aveva gli angoli piegati e tutto ciò conferiva personalità a tutta quella carta vestita di inchiostro. Una pagina del libro con una buona porzione dell’angolo superiore sinistro reclinato sembrava abbassare la testa, distogliendo lo sguardo timidamente. Appoggiandovi sopra il polso, si sollevò un po’ e, a me che me ne accorsi con la coda dell’occhio, parve di sentire un impercettibile gemito di paura. Innervosito, ma lentamente, sollevai l’intero libro, forse per pesare il lavoro, forse proprio per rassicurare la carta, lo avvolsi dolcemente, come accarezzandolo, arrotolai il libro in un tubo che mi portai all’occhio.

Dal cerchietto chiaro di luce all’apice del cannocchiale, iniziai a osservare gli scaffali della biblioteca e la scrivania del bibliotecario. Vidi polvere tra i tanti manuali, le graffette ingigantite dal mio giocattolo sembravano in procinto di volare via, trattenuti al suolo solo dall’infame colla gravitazionale. Pile di comunicazioni ammonticchiate e suddivise per i giorni della settimana. In quell’esplorazione avevo smesso di udire il mondo. In quel silenzio assoluto mi sembrò che il tempo planasse un poco. Mi fermai un attimo e presi coraggio, deglutendo, lentamente con l’altra mano oscurai la luce del tubo, l’occhio del cannocchiale…

Buio.

Fui risucchiato, entrai in me stesso. Buio.

Quanta oscurità c’é dove si svolgono i processi biologici che mi mantengono in vita? C’erano cose di me che non avevano mai visto la luce del sole. Il mio fegato non era mai stato esposto all’aria. All’interno dei miei polmoni l’aria entrava come in un tunnel oscuro, senza luce. Il bolo alimentare arrivava alla fine del suo viaggio di distruzione senza mai essere illuminato. Buio e solo buio. Quella tenebra dentro mi infastidiva. Anche la lingua, la sentivo imprigionata all’interno della bocca, le sue sbarre d’avorio dosavano lesinando il poco sole che vi entrava. Questa sensazione in particolare non mi piaceva. Qualche volta, infatti, da piccolo, con la testa piegata all’indietro per mostrare la gola al cielo, avevo provato ad aprire la mandibola il più possibile, tentando di donarmi un po’ di luce dentro, aprivo spingendo la mandibola verso il basso tanto da sentire male, avevo tirato fuori la lingua e avevo aspirato l’aria direttamente con la gola fino a tossire, sperando che il sole mi illuminasse dentro. Ma non c’era modo. No. Non potevo aprirmi ed esporre il mio più intimo corpo alla luce. 

O forse sì…

Posai il libro sulla scrivania, lo aprii e iniziai a martoriarlo seriamente e con impegno, sottolineature di inchiostro come tagli dolorosi per quelle pagine prive di qualsiasi mezzo proprio di locomozione.

Una pagina alzò la testa con fare stoico, ma nulla avrebbe ormai impedito quel massacro di sottolineature.

Io dovevo studiare.

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