Una barca di carta

Serie: Nocturne

Quando Arabella ritirò le mani dalla tastiera del pianoforte, la testa le riprese a pulsare. Respirò, rilassò le spalle, lesse di sfuggita lo spartito e riadagiò le dita sui denti bianchi e neri del mostro che la minacciava. Samira le sfiorò la spalla e lei trasalì.
     «Che dici, facciamo una pausa?» domandò l’insegnante, sgranchendo la schiena. «È successo qualcosa? Oggi sembrava che volessi prendere a pugni il piano anziché suonarlo.»
     «Non è successo niente,» Arabella intrecciò le dita a una ciocca castana, resa più luminosa dal sole calante che si intrometteva nell’aula.
     «Ti da fastidio che oggi siamo sole?»
     Arabella immaginò un rasoio affilato aprirle il torace: lanciò le mani e cercò di afferrare il cuore che voleva tuffarsi dallo sterno spaccato. «Siamo da sole ogni pomeriggio,» balbettò, rimproverando le parole che bisticciavano tra loro. Le malignità di Lizbeth la tormentavano, dagli insulti sino alle accuse rivolte a Samira.
     «Arabella, cosa devi dirmi? Qualcosa ti turba?» investigò, poggiando le spalle alla finestra e sedendosi sul davanzale. «Non è da te suonare con tanta rabbia. Non devi vergognarti di confidarti con me; sono stata adolescente anche io, e nemmeno troppo tempo fa.»
     Voleva guardarla, ma il sole riflesso sulle lenti degli occhiali l’accecava. «Va tutto bene, davvero,» asserì, sottovoce. Chiuse del tutto gli occhi e immaginò Samira a preparare altre domande, coi suoi capelli né troppo lunghi né troppo corti a danzare: onde brune, come un mare di foglie secche sorrette dalla brezza.

Rimasero in silenzio a lungo. Fuori dalla finestra il tempo pareva ancora in grado di scorrere, a differenza di quello intrappolato tra le quattro pareti pennellate di tenue celeste. I tavoli e le sedie, il piano, le due tracolle appollaiate dietro la porta: tutto dormiva.
     «Vuoi suonare?» Samira raggiunse l’allieva, ancora seduta sullo sgabello. «Anzi, perché non mangiamo qualcosa? Ho una barretta.»
     Arabella la guardò armeggiare con la borsa, tirar fuori ogni genere di contenitore per il pranzo e una bottiglia d’acqua. «A che gusto è?» riuscì a chiedere, vincendo l’onnipresente sentimento di inadeguatezza che le impediva di essere serena.
     «Cioccolato e caramello. E granella di cocco, forse, aspetta che controllo,» la rigirò tra le mani, «sì, c’è del cocco. La vuoi provare?» si avvicinò a lei, scartandola.
     «Ne assaggio un pezzo,» decise Arabella, osservando Samira, i suoi occhi dal taglio delicato ma deciso, le guance e gli zigomi così diversi dai propri, invece affilati e aguzzi.
     Samira le avvicinò la barretta alle labbra: «Dai un bel morso, su.»
     Lei, per dispetto alla sempre pavida sé stessa, obbedì e addentò lo snack: il sapore del cocco lottò per soverchiare ogni altra cosa, ma fallì, proprio come lei nello sconfiggere i propri limiti.
     «Cosa pensi?» Samira si chinò e cercò di spiare Arabella attraverso gli occhiali. «Ne volevi ancora?»
     «In che senso?» lei drizzò di scatto il capo e s’accorse che lei aveva trangugiato ciò che ne restava.
     «La volevi davvero?» rise Samira, cercando di interpretare i suoi occhi lucidi. «Il tuo morso l’ha resa più dolce.»
     «Non ha senso,» farfugliò. «E non dovresti dire cose del genere.»
     Samira s’irrigidì. «A proposito: di cosa parlavano i tuoi compagni sul retro? Cos’hanno detto per farti piangere?»
     Arabella portò una mano al capo, «niente di che, piango spesso,» soffiò via l’agitazione, «mi insultano, non è nulla di nuovo. La cosa positiva è che ho queste ore di musica dopo ogni schifosa giornata. Vorrei non dover tornare neanche a casa, se è per questo.» Intrecciò le dita e si chiese cosa diavolo la stesse portando a confidarsi proprio con la principale causa della sua agitazione. Non avrebbe avuto mai il coraggio di ascoltare la versione dei fatti di Samira e smentire le crudeltà che Lizbeth aveva detto sul suo conto.
     «Arabella, andiamo a casa, si è fatto più tardi del solito.»
     Lei la sogguardò. «Torno col bus.»
     «Va bene, dopotutto è meglio se non ti accompagno più,» Samira tirò giù il lungo cappotto dall’attaccapanni. «Che ne dici?»
     «Puoi lasciarmi all’angolo.»
     «Non volevi prendere il bus?» fece un passo avanti. «C’è una ragione se ti ho detto che non ti accompagnerò. Da venerdì non si tarda più, si va a casa con gli altri, e se siamo da sole al corso si salterà al prossimo incontro.»
     «Ho fatto qualcosa di sbagliato?» sibilò lei, bombardata dall’istinto che le implorava di smettere di aprir bocca.
     «Sono io quella sbagliata. Il tuo unico difetto è essere perfetta agli occhi di una come me.»
     Arabella si rannicchiò sulla sedia: le risatine di Lizbeth tornarono alla carica, stavolta con una sfavillante parata di lacrime. «Perché dici queste cose?» gemette, stretta nelle spalle.
     «Perdonami. Non sono in me, è stata una lunga giornata.» Samira allontanò gli occhi dal viso imperfetto della ragazza, dalle sue forme indecise come un blocco di creta sul piedistallo dell’artista.
     Lei smise di singhiozzare. Pulì gli occhiali sulla manica e scorse di sfuggita il ghiaccio antartico incastrato ai lati del naso di Samira, bucato da un singolo piercing a sfera. D’un tratto, con un gesto rabbioso e privo di ogni grazia, l’insegnante raccolse le proprie cose e uscì dalla stanza.

Il giorno seguente durò quanto una stagione, con tutti i suoi cambi di umore, le piogge e il sole, il vento e la mite bonaccia. Arabella, una barchetta di carta in mare aperto, ondeggiava sconquassata dall’inesorabile cantilena che continuava a ripetersi nella sua testa e osservava i fulmini esplodere attorno a lei con le braccia fitte al petto.
     Con la neve ammonticchiata sulle auto e i professori a grattare via il gelo dalla scalinata d’ingresso, iniziò il venerdì in cui sapeva di dover riaffrontare Samira. Dopo le lezioni la intravide nel corridoio che portava all’aula del corso, seguita dagli altri compagni di pianoforte.
     Come se non fosse mai accaduto nulla e le settimane trascorse dal loro primo incontro non fossero mai esistite, Arabella riuscì a godere di nuovo della bontà d’animo di Samira. La esprimeva con la strana spocchia di una bambina in grado di stordire tutti tra un virtuosismo e l’altro, consapevole di star piegando le leggi della natura per dare colore e forma a ogni nota.
     A fine lezione, Samira e Arabella rimasero per ultime. Entrambe ignorarono i ghigni e le battutine sussurrate dalle bocche appese a volti senza dettagli.
     «Arabella, non avrei dovuto dire quelle cose. È capitato, lo so, ma fai finta di niente.»
     Era attratta dal tremolio che si beffava del timbro caldo di Samira. Pensò che avesse paura, visto che si fregava le mani, che rivolgeva la sua cristallina attenzione ovunque tranne che a lei. Arabella disturbò lo scrosciare della pioggia contro il vetro. «Domani è sabato.»
     «Sì, lo so,» rispose l’altra, avvolta nella sua personale cappa di malumore. «Cosa fai di solito?»
     «Niente. Leggo e ascolto musica.» Il cuore giocò con le corde vocali e la fece tentennare a ogni sillaba. «Spesso mi annoio,» aggiunse, scrollando via la polvere dal volto di Samira.
     «Ti annoi?» lei si incuriosì. «Vuoi venire a cena da me?»
     «No,» ribatté, fulminea. «Nel senso…»
     «Ho capito. Scusa, non so che mi sia preso. Buon weekend.»
     Arabella balzò e la fermò per un lembo svolazzante del cappotto. «Aspetta, fammi spiegare.»
     «Cosa?»
     «Vorrei venire a cena da te, ma anche no. Insomma, sono incasinata.» Non sapeva quale organo del corpo le stesse infondendo il coraggio, ma supplicò che gliene concedesse una goccia in più: «Voglio venire. A che ora?»
     Samira unì i piedi e si irrigidì. «Alle otto? Ti vengo a prendere al solito angolo.»
     Arabella annuì.

Serie: Nocturne
  • Episodio 1: Bianco e nero
  • Episodio 2: Come polvere
  • Episodio 3: Una barca di carta
  • Episodio 4: Un pianoforte nell’angolo
  • Episodio 5: Annegare
  • Episodio 6: Aspettando la morte
  • Episodio 7: Nocturne Op.9 : n.2
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    Commenti

    1. Giuseppe Gallato

      “Il giorno seguente durò quanto una stagione, con tutti i suoi cambi di umore, le piogge e il sole, il vento e la mite bonaccia.”… mi è saltata subito all’occhio questa frase, bellissima a mio avviso! Mi associo all’ottima analisi fatta da @elygoccedirugiada. Proseguo nella lettura! 🙂

      1. Giovanni Attanasio Post author

        Grazie! Mi ricordo ancora quando l’ho scritta: volevo proprio trasmettere le sensazioni che Arabella ha provato.

    2. Ely Gocce Di Rugiada

      Mi piace come tratti temi importanti e attuali, con decisione, eleganza ma delicatezza.Ci sono cose dentro di noi, che non vogliamo sentire o che ignoriamo volutamente per il troppo rumore che potrebbero portare nella nostra vita se gli dessimo ascolto…. spero non smetterai di scrivere, perchè racconti l’ anima vera di molte persone complesse ma autentiche più di altre.

      1. Giovanni Attanasio Post author

        Ti ringrazio molto per le belle parole!
        Non penso che smetterò di scrivere. È già successo una volta e sono stato “salvato” da una persona molto cara. Per quanto riguarda la serie: mi piace molto come è venuta fuori e sono super contento di sapere che è apprezzata e compresa. 🙂