Una ciambella col buco e una pera

Tutti i santi giorni Mario, detto Marione, entrava al Pausa Caffè alle otto e venti di sera e ordinava il solito: una ciambella col buco e una pera. Per anni Mario il barista, detto Mariolino a mo’ di sfottò, gli aveva ripetuto che le ciambelle esistono soltanto col buco e che una pera è un’altra cosa, ma Marione era fatto così. Per lui non tutte le ciambelle avevano il buco e succo di frutta alla pera era troppo lungo da dire. 

“Se ogni giorno ti dico succo di frutta alla pera finisce che quando me lo dai non ho più sete e allora non ti pago “. Ipse dixit e Mariolino ci rinunciò. 

Quel giorno Marione, alle otto e venti di sera non entrò al Pausa Caffè. Mariolino non se ne accorse subito, ma, dopo poco, cominciò a grattarsi la testa. Poi il collo. 

“Eppure…” 

L’impressione fu quella di aver dimenticato qualcosa da fare, come quando stai per compiere un’azione, ti interrompi e poi ti scordi di ciò che avresti voluto fare. 

“Ciambella col buco e pera!”. 

Guardò l’orologio: il quadrante graffiato segnava le venti e trentadue. 

“Ma dove diavolo è Marione?” 

Marione, quel giorno, era stato distratto lungo la strada che percorreva ogni sera per andare al bar. A distrarlo era stato un violinista di strada mai visto prima da quelle parti. Il musicista era appostato in una stradina parallela e, proprio mentre Marione passava, aveva incominciato a suonare. Suonare, mai verbo fu più sbagliato. Il poveretto massacrava lo strumento e il violino, com’era ovvio, non poté che gridare di dolore. Gridare, sì, o meglio ragliare. Per qualche strana ragione di accordatura o di dio solo sa che cosa, infatti, il violino sembrava un asino. Il musicista, sovraeccitato per la nuova piazza, cominciò così ad andare su e giù per la strada, incurante di ogni cosa. Fu allora che Marione, giungendo dalla parte opposta della parallela, sentì il raglio e si paralizzò. 

“Un asino? E adesso che faccio? Oddio, che diavolo faccio?!”

Intanto il festoso violinista negato continuava la sua orribile esibizione, come se non ci fosse un domani. Inconsapevole, peraltro, che forse il suo domani non ci sarebbe stato per davvero. Marione, infatti, in preda al panico aveva deciso di tornare a casa ed imbracciare il fucile. 

Temeva in maniera indicibile il morso dell’asino e così fece.

 Di lì a poco tornò e, attingendo al suo scarsissimo coraggio, si precipitò in strada e, ad occhi chiusi, sparò. 

Quante possibilità ci sono che l’obiettivo venga centrato? Una al massimo.

Ebbene, Marione lo centrò in pieno, uccidendolo sul colpo. La fortuna del principiante lo baciò sulla fronte, per poi abbandonarlo non appena sopraggiunse la volante che lo arrestò. L’avvocato di ufficio non poté molto di fronte ad un assassino ebete trovato con il fucile tra le mani ed un uomo morto per un colpo di fucile. Così Marione fu arrestato. Improvvisamente, tra le preoccupazioni che lo attanagliavano, fece capolino una sensazione sgradevole. Ma cos’era?

Il senso di colpa? No

La vendetta? Neppure

Era qualcosa di più incontrollabile, come un’abitudine non rispettata. 

Ma certo! 

Così si avvicinò alle sbarre della cella e chiamò a gran voce un secondino. Un uomo grasso e losco si avvicinò guardandosi le spalle. 

“Cosa ti manca?” 

“Una ciambella col buco ed una pera” 

Il secondino lo guardò di sbieco e, facendo finta di niente, si allontanò un momento e poi tornò con una siringa. 

“Qui tutto ha un prezzo, ricordatene” 

Marione guardò la siringa e cercò un bicchiere. Trovatolo ci versò dentro il liquido e lo odorò. Schifato chiamò il secondino.

“Guardi che questo succo è scaduto. Aspetterò la ciambella col buco di domani”. 

Intanto, al Pausa Caffè quella sera qualcosa fu meno familiare. 

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Commenti

  1. Annalisa Santini

    Ciao Eva, ho letto con piacere il tuo racconto, in particolare ho apprezzato molto il personaggio di Marione, che riflette il classico sempliciotto da bar. L’abitudinario, colui che non farebbe mai nulla di diverso da ciò che fa ogni giorno. Il problema è che un giorno succede qualcosa che lo porta a cambiare le sue abitudini, e lui all’inizio ci patisce, perché vorrebbe che tutto fosse come ha sempre voluto. L’unica cosa che non ho capito è perché lui decise di andare a prendere un fucile e sparare “all’asino”. Nel racconto lui aveva paura del morso dell’asino, ma perché? Nel racconto non viene spiegato, Per esempio, se nel racconto avessi inserito un aneddoto su Marione riguardo ad un morso di un asino nella sua infanzia o che ne so, un sogno ricorrente dove lui veniva morso, appunto, da degli asini, allora avrebbe avuto un senso. Così purtroppo non riesco proprio a capire come mai si è preso la briga di tornare a casa, prendere il fucile e sparargli. Idem per il discorso della siringa. Cosa c’era dentro? Perché il tizio non gli ha portato un succo ma gli ha dato una siringa con del liquido non ben definito? (Qua forse sono io a non aver recepito l’idea della siringa) Per il resto, l’arco narrativo è perfetto, la tua scrittura corre fluida e senza intoppi, è un piacere leggerti 🙂
    Spero di non essere stata troppo dura, però vorrei davvero sapere come mai Marione è così fissato con il morso dell’asino 🙂

    1. Eva Ferrari Post author

      Ciao Annalisa, il morso dell’asino è una battuta. È quel pizzicotto alle ginocchia che ci si dava ba bambini per dispetto. Aveva paura del nulla e per un nulla (considerato che si trattava unicamente di un verso simile al raglio, ma era il suono sgraziato di un violino) uccide. E uccide per sbaglio. La siringa che gli viene data è piena di droga per farsi ciò che -nel gergo- si chiama pera. È un testo tra il serio e il faceto, scritto per obbligarmi a pubblicare qualcosa. Ti ringrazio per avere commentato🙂

  2. Eva Ferrari Post author

    Marione è semplicemente uno come tanti, che agisce d’impulso quando qualcosa minaccia di interrompere la tranquillità della sua routine quotidiana. È un controsenso con i piedi, tanto semplice quanto genuino. Ha le sue convinzioni e di quelle pretende di continuare a vivere. Sperando che il giorno successivo sia migliore proprio perché identico a ciò che ha già vissuto. Null’altro. Grazie per aver avuto la pazienza di leggere il mio testo e per aver commentato. È stato un testo di prova, ho scritto e pubblicato per obbligarmi ad iniziare 😁

  3. Massimo Tivoli

    Una bella fiaba per adulti. Il racconto, seguendo la tradizione della fiaba, è senz’altro metaforico, questo si intuisce. Quello che però non sono riuscito a cogliere è la metafora al centro del racconto. Ho come la sensazione che abbia a che fare con il modo in cui si può decidere di affrontare le proprie paure, ma anche in questo caso non riesco a dare poi un peso all’aspetto relativo alla sicurezza che conferisce il ripetersi abitudinario delle nostre azioni. Non so, probabilmente sono completamente fuori strada, ma è quello che mi è arrivato.