Una farmacista, un giorno

Ricordi del 24/09/2021

Lacrime numero uno della giornata.
Cominciamo alla grande.
Sono solo le 11:15 di una normale giornata di settembre. Ho finalmente preso coraggio e sono andata a farmi conoscere dalla nuova dottoressa in gamba, gentile. Mi ha messa a mio agio e, soprattutto, mi ha dato una grande notizia: posso avere diritto ad uno psichiatra gratis! Fantastico!

Allora perché ho pianto? Perché ho letto il disprezzo negli occhi di un’altra persona. Perché tutto ad un tratto ho avuto un’epifania: sono povera.
Ho €0,94 sul conto e non mi è andata nemmeno troppo male questo mese. Non ho potuto prendere un medicinale in farmacia perché sono povera. Ho dovuto sopportare lo sguardo accusatore della farmacista dopo che mi ha restituito la carta asciutta:
– “Pagamento rifiutato”.
– “Ah, mi dispiace. Allora avrò finito i soldi che mi erano rimasti“.
-“Cioè quindi non lo compri più? Ma io ho già fatto lo scontrino!”

Mi sono sentita tutti gli occhi dei presenti puntati addosso al mio portafoglio vuoto, mentre si liberavano dalla cerniera gli ultimi moscerini rimasti incastrati. Un senso di vergogna ha cominciato a pervadermi. Sono dovuta scappare lasciando la farmacista imbronciata ancora con il sacchetto delle medicine in mano. Non potevano vedermi piangere, nessuno può.

Povertà. Parola complicata e quasi impossibile da credere, sentendola uscire dalle labbra di una ragazza italiana di 24 anni. Noi siamo abituati ad un certo tipo di povertà, quella più estrema. Pensiamo che sia quella di chi non ha nulla, di chi non ha una casa, di chi vive in Stati del Sud, nel terzo mondo. Eppure, vi dico: è anche in mezzo a noi. Proprio qui, in Italia. 
E ora non cominciate con le solite frasi-toppa: “Pensa ai poveretti che stanno in Africa“. 
NO. Non ci penso e non perché sia un’insensibile egoista. Non ci penso perché loro sono nati nella povertà e conoscono solo quella. Non sanno cosa c’è oltre, non possono provare dolore per la vita che conducono perché non ne conoscono altre. 
Io posso. Io sono nata in una società per cui i soldi sono tutto e non averne fa di te un’emarginata.
Hai un tetto sulla testa, non sei già contenta? Pensa ai clochard!
Mi spiace per loro, ma io il tetto sulla testa ce l’ho grazie ai miei genitori che sputano sangue per cercare di farmi vivere in modo quantomeno dignitoso dovendo fare rinunce per poter farmi mangiare. E questa la chiamate vita?
Dove per studiare devo pagare quanto la garanzia che abbiamo dovuto dare per l’affitto?
Dove non vieni elogiato per i tuoi meriti, ma per quanti soldi riesci a sganciare?
Dove sembri la star e non appena si accorgono che non puoi pagarli diventi feccia?
Povera patria.

Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Umoristico / Grottesco

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Discussioni

  1. Ciao Giulia. Il detto “i soldi non fanno la felicità” è una gran cazzata: certo, chi l’ha in bocca pensa ai miliardari e non si ritiene coinvolto (o si consola così), ma chi deve sbarcare il lunario e deve stare attento a come spende 10 euro sa la verità. Entro un certo ordine non danno la felicità, ma la serenità e la dignità sì. La verità è che è meglio pensare ai poveri che si vedono nelle collette del Terzo Mondo, piuttosto che al vicino di casa. Detto questo, il tuo racconto colpisce puntuale: ed è un gran bene che lo faccia

  2. Scusami ma non sono riuscita a rispettare la promessa fatta di non commentarti più.
    Mi hai fatto piangere.
    Io sono emiplegica, non muovo metà del mio corpo, anzi la metà destra me la devo trascinare dietro con difficoltà. E in più invece di parlare emetto grugniti incomprensibili. Ma ho un lavoro discretamente pagato e in più, grazie alla eredità di una zia zitella e ricca, ho un reddito tale per cui non ho neanche diritto all’assegno di accopagnamento da invalida.
    E poi adesso ho Benedetta, e nonostante la zavorra della “disabilità” posso volare tre metri sopra il cielo.
    Leggere le tue pagine di diario, specie l’ultima, ha scosso la mia se pur non facile, serenità.
    Il contenuto espresso nel tuo modo così immediato di scrivere trasmette una disperazione di una consistenza palpabile. È inevitabile per chi legge entrare fisicamente nella tua sofferenza ed essere tentato di dire “devo aiutarla”. Cosa di fatto impossibile.
    La tua disperazione è vera, non può essere finto racconto, e questo mi altera psicologicamente e fisicamente. Vorrei non leggerti più ma so che continuerò ad aspettare la tua prossima pubblicazione.
    Scusami ma non riesco a non volerti bene.

  3. Un tema davvero difficile, un brano scritto con la tua solita schiettezza: le tue parole arrivano sempre dirertte al lettore. E’ vero, a volte pensiamo che certi temi siano lontani, distanti da noi, non appartengano alla realtà in cui viviamo.
    E invece.