Una spada in soffitta

Serie: La regola del cavaliere

Lo specchio rifletteva la mia immagine nella penombra della soffitta di casa mia. Non avevo fatto altro che impugnare quel ferrovecchio. Non l’avevo fatto apposta. Fra tutte le cose che mi sarei aspettato nella vita, che avrei voluto, desiderato o che so io, quella non era neanche mai entrata nell’elenco delle probabilità: avevo dodici anni, un sacco di problemi ed ero appena diventato un supereroe!

Ma andiamo con ordine.

1.

Avete presente la scena del ciclone all’inizio del “Mago di Oz”? Quando la furia del vento sradica la casa e qualsiasi cosa sia alla sua portata viene sollevata in alto, fino quasi a formare una nuvola di polvere, cose, animali e persone?

Be’ questa potrebbe essere una descrizione più o meno realistica del mio incontro con Jessica Pound. Quel mattino era arrivata nella mia scuola, nella mia classe e, per poco, aveva preso il mio posto. Già, poi il professor Ross si era accorto della mia esistenza sul pianeta Terra e aveva deciso che sarebbe bastato assegnarle il banco vicino al mio.

In fondo non era colpa del professore. Già. Il fatto è che a me non era mai interessato farmi notare e, negli ultimi tempi, sentivo il bisogno di costruirmi un angolino nella vita tutto mio e solitario.

Non avevo fatto i conti con Jessica Pound, però.

Neanche se avessi avuto scritto sulla maglietta: “perseguitami, diventeremo amici”, Jessica aveva cominciato a parlarmi. Continuò dopo l’ora del professor Ross, durante quella di Matematica. Poi durante la lezione di Chimica. Mi inseguì per tutta la palestra per due ore intere. Infine tornammo a casa per la stessa strada.

Jessica indossava un maglione fucsia, pantaloni rosa shocking e snikers bianche. I capelli neri raccolti ai lati della testa in due code e un paio di occhiali dalla montatura rosa. Non si truccava come alcune sue coetanee già facevano, ma ricordo che aveva le unghie delle mani di tutti i colori dell’arcobaleno e… sì lo rammento bene, visto che gesticolava, parlando. E lei non smetteva mai di parlare!

Arrivammo davanti a casa mia.

-Magari non vuoi invitarmi a entrare… potremmo fare i compiti insieme… be’ insomma, mi hai appena conosciuta e forse ti avrò rintronato un po’… ti capisco.

Questo fu ciò che mi disse. Tutto insieme e contemporaneamente. Presi fiato e provai ad articolare qualche suono, giusto per risponderle che, sì, effettivamente forse sarebbe stato meglio se ci fossimo visti il giorno dopo in classe. Avrei accampato scuse come: “Non mi sento tanto bene” oppure: “Devo dar da mangiare al criceto” o la migliore: “No, guarda: oggi a casa mia c’è già abbastanza confusione, perché mio nonno aspetta la visita della nostra vicina per la loro sessione pomeridiana di kung fu” (il problema è che quest’ultima non era propriamente una frottola, ma corrispondeva al vero).

Riuscii a dire:

-Be’, io…

-Okay! Accetto con piacere! Faremo i compiti e, magari, poi mi fai vedere la tua stanza! Sarà fantastico!

Detto questo imboccò il vialetto di casa mia.

Dietro di lei, mi limitai a chiudere la bocca e a seguirla a testa bassa.

2.

-Ehi, ragazzi! Che piacere!- Il nonno ci accolse scendendo gli scalini a due a due, con svolazzi del kimono, -Alfred! Non mi presenti la tua amica?

-Nonno, Jessica. Jessica, Nonno.- bofonchiai senza mai staccare gli occhi dalle punte dei miei piedi. Così facendo, lo superai, dirigendomi verso la cucina.

Mio nonno era una persona che non si perdeva mai d’animo. Fino a poco tempo fa l’avevo ammirato. Di più: era stato il mio eroe. Mamma e papà erano sempre stati molto assenti per motivi di lavoro e lui, praticamente, mi aveva cresciuto. Era dinamico, divertente, un vero appassionato di fumetti di supereroi… sì, be’, come ho già accennato, c’è questa imbarazzante faccenda dell’allenamento di kung fu nel giardino dietro casa nostra con la signora Thompson… Se le davano di santa ragione ormai da due anni e quando combattevano sembrava di vedere un episodio di Dragon ball. Nel senso che la sfida non terminava mai e i due si incontravano il giorno dopo per riprendere esattamente dal punto in cui avevano interrotto.

Mi sentivo imbarazzato per lui… e la cosa mi imbarazzava! Gli volevo bene e non capivo perché di colpo mi dovessi sentire così. Non so neanche cosa mi prese quando mi voltai verso di loro e dissi alla mia amica barra stalker:

-Hai visto che fico mio nonno? Devo farti assolutamente vedere qualcosa che ti farà schizzare il cervello fuori dalle orbite.

3.

Fu così che la trascinai in soffitta. Non so che cosa mi fosse preso. La soffitta era il posto più bieco e cencioso di tutta la casa… per lo meno non aveva finestre che davano sul giardino, avevo pensato.

La cosa incredibile fu che a Jessica parve veramente un parco delle meraviglie.

4.

“Questa da dove salta fuori?” ricordo di aver pensato mentre i miei occhi seguivano il filo luccicante di una lunga lama di spada, dalla punta ben alta sopra il capo di Jessica, fino all’elsa che lei stessa stava impugnando.

Jessica la fissava con sguardo rapito, come se avesse scovato un tesoro inestimabile. Io ero ammutolito: possibile che sotto gli stracci impolverati dietro a quella vecchia cassa coperta di muffa, si nascondesse un oggetto così bello? Era per caso un acquisto del nonno durante una delle sue incursioni alle fiere del fumetto? Oppure era autentica… e antica? E in tal caso… da dove era saltata fuori?

Pensavo a queste cose quando un lampo di luce elettrica esplose dalla lama investendo Jessica. Lei fu sbalzata contro i tappeti arrotolati sulla parete alle sue spalle.

La spada cadde a terra.

Corsi da Jessica. Era svenuta. Il mio impulso fu quello di scendere dal solaio per chiedere aiuto al nonno. Raccolsi la spada per allontanarla da lei. Fu così che accadde. Non posso dimenticarlo: fu come se la spada mi prendesse la mano con cui la stavo impugnando. Sentivo uscire dall’elsa una sorta di formicolio che cominciò ad aggredirmi la mano, risalendo al polso e poi su, su lungo il braccio, fino a diffondersi velocemente in tutto il corpo.

Vedevo accompagnare il formicolio dal formarsi di ottagoni argentati che in pochi minuti mi ricoprirono completamente dalla testa ai piedi.

Sollevai la mano libera. La mossi. Quella strana seconda pelle argentata seguiva ogni mio movimento e io non ne avvertito per nulla il peso. Eppure vi ero infilato dentro!

-Questa è la sfida finale, Amelia!- gridò mio nonno giù in giardino.

5.

-Allarme! Pericolo! Intrusione!

La voce cominciò a trapanarmi il cranio. Da dove veniva? Era così forte… Lasciai cadere la spada e mi portai le mani alle orecchie, ma tastando alla cieca, sentii qualcosa di duro che mi ricopriva tutta la testa.

Sembrava un casco. Doveva essere comparso contemporaneamente al resto della tuta e lasciandomi libero il campo visivo. Quella voce doveva provenire da lì.

-Allarme! Intrusi! Pericolo!

Chiunque, con un minimo di sale in zucca, in una situazione simile, avrebbe fatto qualcosa. E io non ero da meno di nessuno.

-Aiuto!- urlai con tutto il fiato che avevo in corpo.

Andrea Savio 

Serie: La regola del cavaliere
  • Episodio 1: Una spada in soffitta
  • Episodio 2: Identità segrete 
  • Episodio 3: Il potere dell’anello
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