Una stanza senza cielo

Serie: La divina bellezza


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Ho lasciato Firenze. Sono partita col treno, dalla stazione Santa Maria Novella, per tornare a Bologna. Un viaggio distensivo, la situazione ideale per riflettere, fare bilanci e qualche breve sogno in dormiveglia.

Ho appena fatto la doccia, tiepida, scrosciante e prolungata. Evito sempre di sprecare l’acqua, ma oggi, dopo alcune docce mancate, ho fatto uno strappo alla regola. Uno dei pensieri che mi assillano spesso: quando l’acqua verrà razionata e con una sola tanica dovremo farne mille usi, riusciremo ad abituarci? Si, se vorremo sopravvivere.

Mi guardo allo specchio: sto per superare i quarant’anni. Ho già ricevuto baci, abbracci, carezze e dolcezze, calore e bollori; poche collane di perle e molte “sberle”. Con questo viaggio mi sono regalata anche un bel sogno a occhi aperti.

Distesa sul letto guardo il soffitto grigio. In questa stanza non ci sono piante, neppure in vaso. Il cielo stellato con la luna rossa, già mi mancano. Accanto a me una trolley con pochi indumenti essenziali; dentro di me una valigia piena di ricordi, di sensazioni, di nuove emozioni. Ho preso alcuni souvenir lungo la Via degli Dei: un ago di pino, una foglia di ciliegio, un ramoscello di ulivo, un cuore di tiglio, una noce fresca col mallo, una foglia di gelso e un’altra di quercia. Non ne ho strappato neppure una: le ho raccolte quando erano già cadute.

Sono così stanca e carica che non riesco a dormire. Accendo la TV. Anche la mia isola brucia; tanto per cambiare. Quale novità. Il patrimonio boschivo, ormai, in gran parte, è finito tra le fiamme dei roghi estivi. La maggior parte dei fuochi sono di origine dolosa. Cosa ci guadagna chi riduce in cenere centinaia di ettari di bosco, di macchia mediterranea, e uliveti e vigneti  e pinete… Un posto di lavoro nel servizio antincendio? L’eliminazione progressiva di un territorio che può fare ancora concorrenza al business spietato del turismo? O è soltanto follia?

Ancora una volta, molti esemplari della nostra razza chiamata umana, che si considera la più dotata, o l’unica dotata di intelligenza su questo pianeta, continuano a dimostrare  la cifra del loro quoziente intellettivo. Il genio del male, distruttivo, ha un prezzo molto alto, che pagheranno i figli, i nipoti, i pronipoti e anche i diretti responsabili, in un futuro più immediato che prossimo.

Ho spento il televisore e mi avvicino alla scrivania. Sopra una mensola ci sono alcuni libri allineati. Do un’occhiata, per curiosità. Kahlil Gibran, Roberto Saviano, Fabio Volo, Tiziano Terzani. “Un altro giro di giostra” è il titolo dell’ultimo libro della fila; l’ultimo anche per l’autore: una sorta di testamento spirituale rivolto al figlio e a tutti quelli che hanno saputo apprezzare il suo lavoro di giornalista freelance, corrispondente di guerra, scrittore, uomo libero e coraggioso. L’ho aperto per caso, senza sfogliarlo. Incredibile come il caso, tante volte, si manifesti in modo tutt’altro che casuale.

“La semplice, distaccata bellezza delle montagne suscitava in me un sentimento simile solo a quello che nasce dall’amore: un senso di completezza, di invincibile forza, quasi di immortalità. Mai prima mi ero sentito così,  in presenza del Divino. Il cielo era a portata di mano e quelle montagne parevano le scale per arrivarci.”

Non avevo ancora letto questo libro di Terzani; credo che passerò qualche ora della notte in sua compagnia. Meglio un libro oggi che una “sberla” domani. Chi ha detto che per essere felici bisogna essere in due, forse non aveva tutti i torti. A volte, però, è sufficiente che l’altro sia solo una voce al telefono, o un contatto virtuale, o addirittura il pensiero stampato sulla carta di un uomo che ci ha lasciati. Non nel senso di una separazione di coppia: ci ha lasciati per passare a miglior vita, come merita un grande uomo come Tiziano Terzani. Per essere felici, in modo del tutto inaspettato, a volte basta poco. Basta poco per appagare o ingannare il nostro cervello.

Ho appena letto la prima pagina del libro, quando sento la notifica di un messaggio dal cellulare che avevo messo in carica. Lo stacco dalla presa e parte una raffica interminabile di note musicali programmate per la segnalazione acustica dei messaggi. Inizio a controllare. Chat delle amiche del cuore una sfilza, chat del condominio un numero esagerato. Chat dei compagni di classe del liceo Cristoforo Colombo: venti messaggi di auguri, per il compleanno di Filippo.

 Ci sono anche molte chiamate perse: una di mio cugino Antonello e addirittura tre di Rodolfo. Zero messaggi da parte di Luca, zero chiamate, zero e-mail. Neanche mezza parola; neppure un “crepa, stronza”,  come mi chiamava nell’ultimo periodo, quando litigavamo e lui sbottava, furioso; non solo per la rabbia del momento. Eppure, in questo istante non sono sicura di sentirmi del tutto serena, per essere riuscita, finalmente,  a sciogliere un legame tossico. Mi sento anche un po’ delusa. Non mi ha cercato neppure una volta. Quanto siamo complicate, noi donne, e contraddittorie, e quanto possiamo essere masochiste, talvolta. Quando mi disse “Se vai via mi fai un favore. Non verrò di certo a cercarti”, non diceva tanto per dire, lo pensava veramente. Dovrei ringraziarlo, comunque, per ciò che disse subito dopo. Se non avesse aggiunto altro, a quelle parole già abbastanza dure, forse sarei ancora lì, incapace di slegarmi da quella corda  mentale che mi stringeva polsi, caviglie e collo. Non potevo andare da nessuna parte senza che succedesse una discussione, un litigio, un malumore con mugugni, che per me erano peggio dei suoi toni più duri. Non potevo respirare senza sentire il suo fiato sul collo, il suo controllo costante, la sua gelosia asfissiante, le sue manie e le sue ossessioni, che condizionavano pesantemente ogni momento della mia giornata.

Un’altra notifica  mi distoglie dai pensieri foschi. Controllo il cellulare: su WhatsApp c’è un messaggio vocale, sempre di mio cugino Antonello. Deve essere importante. Si fa sentire raramente; decido, perciò, di ascoltarlo.

“Si può sapere dove diavolo ti sei cacciata? Ti sto cercando da una settimana per dirti che è morta la suocera  di Piero.”

Era ancora viva – mi domando – quindi aveva quasi cento anni. Be’, allora, pace all’anima sua. Come diceva mia nonna “Beneditta terra ki t’at arricciri”.

Vedo che qualcuno mi ha inviato delle foto e subito mi rallegro: sono di Igor. Che gentile: ha mantenuto la promessa. Non solo mi ha mandato la foto che mi aveva colpito, ne ha mandato anche altre e c’è pure un disegno, fatto col carboncino. Mi viene da ridere: è il mio ritratto. Chissà se l’aveva già abbozzato quando eravamo da Efisio e Gonaria, a mia insaputa, o se l’ha disegnato dopo, a memoria.  Mi ha ritratto col sorriso sulle labbra e gli occhi tristi. Forse sono così davvero. Queste foto mi fanno sprofondare in un mare di malinconia.

Poi qualcosa mi scuote: la suoneria del cellulare Spring Haze, Foschia Primaverile. Leggo sul display il nome di Rodolfo. Ignoro la chiamata. Per ora non ho alcuna voglia di sentire la sua voce, per nessun motivo, neanche se dovesse dirmi che è una questione di vita o di morte e ha bisogno del mio aiuto.

Serie: La divina bellezza


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

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Discussioni

    1. Grazie Fabius. Purtroppo qui battiamo tutti i record sulla frequenza degli incendi, appiccati dai piromani e favoriti dal maestrale che soffia spesso e forte, diffondendo le fiamme. Sin dai tempi più antichi, in estate, è sempre un disatro.

  1. Come sempre ho apprezzato i temi di riflessione sulla nostra “scottante” attualità, riguardo alla storia sono felice che sia tornato Igor in forma indiretta e che si sappia di più del passato di Lisa, il fatto che pensi ancora a quella relazione tossica dopo questo viaggio la dice lunga…come sempre brava!

    1. Ciao Carlo, ti ringrazio per le tue considerazioni a cui tengo sempre in modo particolare. Gli aspetti negativi della nostra attualità comprendono anche i fatti di cronaca tristemente noti che hanno spesso come vittime le donne. Non potevo evitare di toccare queste dolenti note. Lisa e` riuscita a sottrarsi dal suo ” carnefice” con la fuga del viaggio. Dovrà ricorrere alle sue sole forze e alla sua determinazione per non ricadere nel baratro. Il rischio di finire di nuovo in trappola è sempre nell’ aria.