Una tazza di tè

Serie: Le molteplici vite di V.


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Una luce abbagliante, due voci misteriose e una nuova occasione.

Per tutta la mia vita fino a quel momento, mai avrei pensato di morire per un motivo così stupido. È anche vero che in quartieri del genere bisogna essere pronti a qualsiasi cosa, ma non credo che l’essere pronti a morire rientri fra le categorie in questione. Dopo quello spiacevole accaduto però, se ne verificò un altro ancora più curioso. Se così lo si può chiamare. Ero vivo, o almeno, non ero morto. Ingenuamente credevo di essere in un ospedale di Redville con un team di medici che riuscì a salvarmi per un pelo. In realtà ero in un altro posto che non saprei descrivere. Ero avvolto da una luce abbagliante, eppure non avevo bisogno di chiudere gli occhi. In effetti sembrava che non li avessi più. Attorno a me rimbombavano delle voci strane che non avevano un suono particolare. Anzi sembrava che fosse la mia voce a leggere ciò che le voci dicevano.
“Com’è possibile che un’essenza sia cosciente qui dentro?” chiese una delle due voci.
“Inutile farsi domande idiote, dobbiamo rimetterlo a dormire o trovargli un’altra sistemazione” rispose quell’altra.
“Aspettate, aspettate.. voi chi sareste? E cosa intendete per una nuova sistemazione? In quale ospedale sono?” chiesi d’istinto.
“Ma quale ospedale! Questo ci metterà nei guai se non lo zittiamo subito.”
“Che intendete per zittirmi subito? Credevo di essere già morto!”
“Sentilo, questo ci risponde pure! Dai sbrighiamoci a dargli una destinazione così i capi non ci scoprono.”

“Non è così semplice, è morto da troppo poco tempo, non possiamo farlo tornare così presto.”
“Allora sono morto davvero.. ma in che senso tornare?” chiesi, sperando che fosse un sinonimo per una seconda occasione.
“Dobbiamo, non può rimanere cosciente qui dentro. Riportalo in quella città e mettilo in qualcuno che morirà presto, così dovremmo risolvere subito” propose la prima voce.
“Va bene” rispose quell’altra “allora tu, fai buon viaggio!” mi augurò quell’altra.
“No aspettate, aspett..”

La luce non si spense ma cominciò a variare in mille colorazioni di cui non avrei mai potuto immaginare i nomi. C’erano dei suoni, simili ad altre voci, che si confondevano con rumori, musiche e immagini che pensai fossero tratte da film o provenienti da un’allucinazione ancor più delirante di quella appena vissuta. Continuai a girare vorticosamente nel tornado di colori finché tutto non si spense di nuovo.

Quando aprii gli occhi ero seduto su una poltrona al centro di quello che sembrava un salotto. Mi guardai attorno e non riconobbi il posto in cui mi trovavo, ma fui ben felice di riscoprire l’utilizzo delle palpebre. Fui però meno felice nel guardare il mio riflesso nella vetrinetta di uno dei mobili situato di fronte a me. Non era la mia immagine. Non era il mio corpo. Non ero io. Mi alzai di scatto e mi diressi verso il bagno, dove avrei trovato uno specchio che avrebbe eliminato qualsiasi dubbio sul mio aspetto. Faticavo ad andare veloce e cominciai ad avere il dubbio di essere finito in un corpo molto più anziano del mio. Poco dopo lo specchio del bagno confermò i miei sospetti. Ero praticamente calvo, con tante di quelle rughe che sembrava fossi stato in ammollo per qualche giorno. Guardandomi le mani ricordai di come persi il mignolo destro lavorando in fabbrica per più di trent’anni. Tutto per colpa delle precauzioni sul lavoro puntualmente ignorate dai proprietari e completamente insufficienti per noi lavoratori. La pressa idraulica aveva forse fatto più vittime della seconda guerra mondiale. Ne parlavo sempre coi miei colleghi del sindacato, ma alla fine si riduceva tutto solo a quello, inutili parole al vento che non avrebbero mai cambiato la situazione precaria in cui ci trovavamo. Mentre continuavo a guardarmi allo specchio un lampo mi attraversò la mente e mi resi conto che non ricordavo nessuna di quelle cose. Non facevano parte della mia vita, ma di quella del corpo in cui ero. Andai verso il frigorifero in cucina, su cui era appeso il calendario ricevuto dalla mia farmacia di fiducia. Erano passati solo alcuni giorni dalla prima morte, quindi era impossibile che fossi nel mio futuro corpo. Cercai di ricordare come fosse morto questo corpo, ma la mia mente continuava a confondere il momento della mia morte con quella di questo corpo. Nella foschia che si creava, pareva che avessi avuto un infarto mentre sorseggiavo del tè dalla mia tazza preferita. Quella con la scritta “Fantastic-Nonno”. Tornai nel salotto e la vidi a terra, in pezzi. Nel punto in cui cadde vi era un alone più scuro rispetto al colore del pavimento. D’istinto passai le dita sulla macchia e poi le annusai. Quell’odore mi ricordava qualcosa che conoscevo ma non riuscii a capire cosa. Mentre cercavo di concentrarmi sentii delle chiavi girare nella serratura della porta d’ingresso. Qualcuno entrò e mi affacciai verso il corridoio che collegava l’androne col salotto. Non appena l’uomo mi vide, sul suo volto si formò un’espressione di sorpresa mista ad orrore, che venne subito sostituita da uno dei sorrisi più finti che avessi mai visto.

“Papà? Stai bene?” mi chiese lui, poggiando a terra un grande borsone blu.
“Certo figliolo, mai stato meglio!” risposi facendo finta di non aver notato la sua agitazione. Credo che il suo nome fosse Phil, o qualcosa del genere.
“Si vede, non porti nemmeno gli occhiali” continuò chiudendo la porta dietro di sé. Solo in quel momento notai che indossava dei guanti.
“Come mai da queste parti? Non ci vediamo da parecchio” dissi d’istinto, senza nemmeno pensarci. La memoria residua del corpo in cui ero stava percependo qualcosa di strano.
“Parecchio? Papà non ci vediamo da ieri, non ricordi?” disse lui mentre mi raggiungeva in salotto.
“Non proprio, ieri sera devo essere stato poco bene e credo di essermi addormentato sulla poltrona mentre bevevo del tè.”
Phil annuì ridendo nervosamente, poi prese a guardarsi attorno, come se stesse cercando qualcosa di importante che aveva perso.

“Beh allora posso offrirti qualcosa? Non è ancora ora di pranzo, posso farti un tè, forse ne è avanzato un po’ da ieri sera.”
“No!” gridò lui quasi spaventato.
Rimasi a guardarlo interdetto mentre lui cercava di raccogliere le parole giuste per dire qualcosa.
“Volevo dire no grazie, ho appena fatto colazione e Miranda sta cucinando il suo famoso pollo al forno” continuò ridendo in maniera ancora più nervosa di prima.
“Va bene, non c’è mica da agitarsi così tanto” risposi, ormai certo che qualcosa non stesse andando per il verso giusto “volevo chiederti, cosa c’è in quel borsone che hai portato?”
“Oh.. niente, sono.. vestiti! Sì, vestiti sporchi che non posso lavare in casa” disse lui annuendo col capo, come a voler confermare la sua motivazione.
“Beh sai dov’è la lavatrice, fai pure.”
Scandagliai il salotto con lo sguardo, cianfrusaglie di ogni tipo sparse ovunque. Ma un oggetto catturò la mia attenzione. Un’altra tazza sul tavolino di fianco al divano vicino alla poltrona sulla quale mi ero svegliato. Era ancora piena e con una strana patina bianca sulla superficie.
“Certo pa’, vado subito” disse Phil, scomparendo verso la cucina.
Mi avvicinai a quella tazza incuriosito, la presi e avvicinai il naso. Un forte odore di mandorle raggiunse le mie narici e la mia mente si illuminò. Avevo davvero visto quell’uomo ieri sera, proprio per bere una tazza di tè insieme e discutere di qualcosa, ma non riuscivo a ricordare cosa. All’improvviso venni colpito alla testa e caddi sbattendo sul tavolino dov’era la tazza di Phil. Questa si ruppe, spargendo il liquido per tutto il pavimento, confondendosi col sangue che cominciò a sgorgare dalla mia testa.
“Non so cosa sia successo, ma ti ho visto morire coi miei occhi ieri sera” disse la voce di Phil da lontano. La vista cominciò ad annebbiarsi, ma riuscii a capire che quel forte odore di mandorle era probabilmente cianuro. Il figlio del tizio in cui ero mi aveva avvelenato ed era rimasto lì a guardare mentre morivo. Non proprio me, ma sempre il tizio di cui avevo preso il posto.
“Quel veleno sarebbe bastato ad uccidere un elefante, eppure sei ancora qui che respiri. Ero venuto per rimuovere ogni traccia del mio passaggio, ma evidentemente avrò molto da fare con tutto questo casino da pulire” disse lui prima di ricominciare a colpirmi alla testa, fracassandola e spargendo il suo contenuto sulle pareti del salotto.

Di nuovo quella luce abbagliante, di nuovo quelle due voci.

“Tra tutti gli umani dovevi proprio metterlo in uno che era già morto?”
“Senti, se non ricordi eravamo abbastanza di fretta per non farci scoprire, così l’ho messo nel primo che è capitato!”
“E guarda cos’è successo! Ora lui è di nuovo qui! Speriamo che anche stavolta non si svegli.”
“..e invece eccomi qui. Non so come ma ho ancora mal di testa, quello lì mi ha colpito davvero forte.”
“Ora siamo di nuovo nei guai.”
“Prima di rimettermi nel corpo di qualcun altro, spiegatemi che diamine sta succedendo!”

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