L’inaspettata creatura

Serie: Le tre essenze

Una centinaia di migliaia di miliardi di anni più tardi, mi ritrovai ai limiti di una foresta che si affacciava di fronte ad una verde distesa pianeggiante, imbrunita dall’ingiallire delle foglie inumidite da una leggera pioggia del giorno precedente, un leggero venticello, leggiadramente, risuonava gli steli d’erba indeboliti dal freddo. Con affanno, osservavo quella radura infinita, che si specchiava nell’oscurità più assoluta, nella speranza di intravedere qualcosa, una luce che mi permettesse di acquistare una nuova direzione, una speranza. 

Scorsi, tra gli steli d’erba in lontananza, un fuoco tenue che illuminava splendidamente l’area, il fumo bianco che saliva al cielo e si spargeva nel buio più totale, perdendosi insieme al mio sguardo nel vuoto: i miei occhi si illuminavano, poiché qualcosa dentro di me mi indusse a raggiungere quel fuoco, a scoprire chi stesse godendo del suo calore, cosa stessa accadendo al mondo il quale, lentamente si stava sgretolando. Inizialmente il cielo aveva cominciato a brillare, le stelle sembravano esplodere ad intermittenza come fuochi d’artificio in una distanza tale da far venire le vertigini, dopodiché lo spazio si fece buio, di un’oscurità che ricordava quella delle pupille di uno sguardo ferreo e immobile, infine il mondo iniziò a sgretolarsi, attratto da qualcosa nell’abisso oscuro. 

Una via di fuga era quello che stavo cercando, pur sapendo che, poiché lo sgretolarsi del mondo sembrava irreversibile, tentare di fuggire da una fine inevitabile era del tutto vano. Eppure, non stavo solo scappando, per tentare di allontanare la morte dalla mia esistenza, ma anche per cercare qualcosa che stava sepolto dentro di me, in attesa di riemergere. Qualsiasi cosa fosse, sembrava che l’avessi trovato: in quella radura, a circondare quel fuoco, ero profondamente sicuro che ci fosse qualcuno in grado di darmi le risposte che cercavo. E se anche non ne fossi stato certo, qualcuno al mio fianco, credeva in me, dopotutto quella corsa sfrenata per sfuggire dalla fine inevitabile era motivata anche dall’intimo desiderio di veder nascere mia figlia. 

Qualche tempo prima, mentre l’umanità si stava dirigendo verso la fine, poiché qualcosa nel cosmo aveva indebolito la nostra natura, facendoci sopraffare da tutto ciò che ci circondava, poiché non eravamo stati in grado di vivere in armonia con quel mondo il quale, non avendolo rispettato, era finito con l’inondarci, bruciarci, seppellirci sotto le sue acque, le sue fiamme, la sua terra, con infantile saggezza mi ero innamorato. 

Incontrai la mia amata poco distante dal mio paese, lungo un corso d’acqua il quale potente continuava a scavare le sue sponde, conquistando sempre più terreno ed espandendosi in larghezza, mentre quell’acqua insolitamente calda fondeva ogni cosa che toccava: ero solito andare ad osservare quel fiume, desiderando di toccare le sue acque, sapendo che se le avessi anche solo sfiorate, mi sarei ustionato. Un giorno vidi una fanciulla, troppo poco distante dall’acqua per essere in sicurezza, le gridai di allontanarsi, ma lei non mi ascoltò: sembrava attratta dal quel fiume, ma di un’attrazione diversa rispetto alla mia. La vidi mentre divaricava le braccia, i palmi rivolti all’insù, lo sguardo al cielo, un venticello trasportò per un istante, verso di me, l’umidità che le aveva macchiato il viso in  lacrime, le quali rifletterono la luce in colori meravigliosi: quella sarebbe stata la sua fine. D’istinto, compiei allora qualcosa che interiormente avevo scelto e feci uno scatto verso di lei, mentre piegò le ginocchia pronta a saltare e, l’istante dopo che i suoi piedi non toccavano più terra, la tirai verso di me.

Un pianto squarciò l’aria, le urla della fanciulla singhiozzanti, le sue lacrime che iniziarono a sgorgare dagli occhi: si avvinghiò a me, mi abbracciò disperatamente, mi strinse con una rabbia che potevo comprendere, con delle emozioni che condividevo, perché anche io, prima di lei, mi ero ritrovato in quella situazione. Mi scostai leggermente, per poterle vedere il viso, macchiato di emozioni liquide, e mi resi conto di quanto fosse splendida, nel pieno della sua giovane età di donna. I capelli chiari, luminosi, le coronavano il volto, pallido e raggiante, dai lineamenti sinuosi, gentili, con uno sguardo luminoso, inumidito dalle lacrime salate, Il naso minuto, sospirava, anch’esso inumidito, le labbra rosee come quelle di un fiore che avevo dimenticato nella memoria dei racconti di qualche avo passato, carnose e tremolanti. La feci sedere, l’allontanai dal corso d’acqua e le feci bere un po’ della mia, quella poca che ero riuscito a prelevare da un ruscello in alta montagna, il giorno precedente. Mi ringraziò, asciugandosi il volto, ma poi con un senso di vergogna si coprì il corpo, si chiuse in se stessa come in un uovo e mosse il suo sguardo nel vuoto, restando i silenzio. 

Ci innamorammo, sebbene avessimo entrambi smesso di credere nell’amore quando smettemmo di credere nell’esistenza, il giorno in cui vedemmo i nostri cari svanire, uno ad uno, rendendo quel mondo umano, triste, silenzioso e cupo. Ci innamorammo, non perché probabilmente eravamo gli ultimi esseri umani che ancora potevano percepire il sapore dell’aria, ma perché qualcosa dentro di noi ci attraeva, come un magnete, come l’oscurità più assoluta che attrae la luce. Ci innamorammo, in fondo, perché iniziammo a passare il tempo insieme e vederci ogni giorno, rese quella nostra esistenza destinata a finire meno dura da sopportare: ci innamorammo e il nostro amore ci permise di tornare ad apprezzare la vita, qualcosa che, qualche mese dopo il nostro incontro, era germogliata nel ventre della mia amata, una creazione che intimamente volevamo vedere nascere e vivere.

Più il suo ventre cresceva, più l’umanità scompariva, finché in apparenza non rimanemmo soltanto noi due, gli unici che avevano dato un senso alla propria esistenza, a quello che ne rimaneva. E il giorno tanto atteso arrivò, in concomitanza con eventi universali che non potevamo assolutamente prevedere: illuminati e da un cielo che si stava lentamente spegnendo, stavamo sdraiati di fronte alla nostra abitazione diroccata, sull’erba verde e morbida, fresca e alta, avvinghiati l’una all’altro, massaggiandoci i capelli, le braccia, la schiena. La pace ci avvolgeva, un desiderio di vivere ci alimentava le anime, ogni cosa sembrava la realizzazione di un’esistenza, ma le nostre menti erano distratte, la mia in particolare. Osservavo il cielo, mi resi conto di quello che stava accadendo, mi venne in mente un lampo che mi illuminò per un istante e una consapevolezza mi assalì. 

MI rialzai immediatamente in piedi, scorsi l’orizzonte e feci alzare la mia amata – dobbiamo andare – le dissi – ti spiegherò strada facendo se avremo fiato abbastanza – e così, qualche tempo dopo, senza che ci fossimo riposati un istanti, arrivammo ai margini di quella foresta, di fronte ad una radura infinita, ma probabilmente era troppo tardi: il mondo aveva iniziato a sgretolarsi, la mia amata a soffrire per il parto imminente. 

Le stringevo la mano, la rassicuravo e lei stringeva la mia, una presa forte abbastanza da lasciarmi un segno visibile anche nell’oscurità. L’aiutai a proseguire, passo dopo passo, sorreggendola con le braccia, verso quel fuoco che illuminava un cerchio nella distesa verdeggiante ed oscura – ho paura – mi disse, mentre camminavamo, agognante – ce l’abbiamo quasi fatta, resisti. Il fuoco era ormai davanti a noi, ne percepivamo il calore, vidi delle sagome muoversi, le ombre, la carcassa di un animale, un bastone conficcato in terra, un’ascia. Deglutì e compimmo insieme gli ultimi passi, entrando in quel cerchio vitale: la mia amata fece un grido che squarciò l’atmosfera, le tre creature attorno al fuoco si alzarono in piedi, incredule e sopraffatte, la mia amata cadde a terra quando la figura di un caprone si mise davanti a noi, con uno sguardo truce e violento. – Aiutataci – dissi soltanto – Egnatius, per favore. 

Le creature rimasero sbigottite dalla situazione, mi chiesero come fosse possibile che sapessi – ricordo tutto – spiegai, senza sapere come fosse possibile a mia volta: qualcosa, prima dell’inizio della fuga, si era illuminata in me, un’epifania, una rivelazione che custodivo nella mia umanità. – Questo è inaspettato – disse Elita – purtroppo sai già come deve andare a finire – e fece un cenno al vecchio, Horatius si mosse rapido, ma il caprone si serrò davanti, come a volermi proteggere. – No – disse e si voltò verso la fanciulla, furiosa nello sguardo, con un cenno di disappunto, ma la guardò soltanto, non disse nulla. Si rivolse invece ad Horatius, lo guardò belante e gli fece un cenno di venire verso di lui – questa donna – gli disse – sta soffrendo – e il vecchio si rilassò, posò la sua ascia a terra – per dare alla luce una vita.

Il mondo si era ormai sgretolato completamente, sarebbe mancato poco prima che la nostra fine l’avrebbe accompagnato, ma le due creature si misero incredibilmente al nostro servizio e iniziarono ad aiutare la mia amata: le sue urla squarciavano il vuoto, sudava e sospirava affannosamente. – Come ti chiami, ragazza? – disse Horatius, mentre Egnatius scorgeva la nostra creatura, per distrarla dal dolore – Izeia – gridò, spingendo ancora. E tra lo sguardo di disappunto della fanciulla, il sostegno del vecchio e del caprone, qualche ora dopo, nacque nostra figlia.

Serie: Le tre essenze
  • Episodio 1: La leggiadra visione
  • Episodio 2: Luminosità crescente
  • Episodio 3: Granello di luce
  • Episodio 4: Il risveglio radioso
  • Episodio 5: L’abisso universale
  • Episodio 6: L’ultimo frammento
  • Episodio 7: L’inevitabile fine
  • Episodio 8: L’inaspettata creatura
  • Episodio 9: L’unione delle essenze
  • Episodio 10: L’eterna rinascita
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