Uomo mangia Uomo

Giorni o mesi? Non c’era certezza su questo. L’oscuro scantinato, pregno di odore dolciastro, li ospitava, contro loro volontà, da tempo, che si poteva scandire solo dalla luce. Luce, che penetrava da una finestrella sporca lassù in alto. Il fascio giallognolo e polveroso si rifletteva nelle pozze di liquido rutilante, sparse sul pavimento cementato.

Lara era morta da pochi istanti, proprio quando il suo cervello le era stato strappato via dal cranio scoppiato. Il tessuto spugnoso e molle aveva un sapore nauseante. Ma forse era il pensiero dell’atto mostruoso a far salire i conati. Nelle tenebre in cui affondavano però, bastava dimenticarsi della realtà e immaginare la carne cruda come paté, spalmato su tartine servite su un vassoio.

Era la fame che, rendendoli disperati, aveva fatto infrangere a tutti loro il tabù. A parte le ossa e superata l’ostica masticazione degli organi, così gommosi e fradici, non buttavano via niente.

Franco aveva divorato l’intestino di Sergio, un suo collega, srotolandolo e succhiandolo con la bocca, come un gigantesco e spesso spaghetto al dente. Ed era proprio con i denti che aveva strappato le gambe a Clara, sua moglie. La foga di sfamarsi e zittire quei crampi primordiali lo aveva reso folle, lì nel buio che premeva sui timpani. Poi, proprio nel buio, qualcuno lo aveva soppresso. 

Smembrato in parti uguali, pensavano di tirare avanti più a lungo. Dopo di che passarono a fare a pezzi anche Sergio, concordando sul fatto che era già morto. Infine la fame li rese pazzi.

Clara era più di là che di qua, quindi se la mangiarono mentre era più di qua che di là. E non si fermarono.

Nessuno sa chi cominciò, ma qualcuno iniziò a leccare la mano sporca e viscida di Lara fino ad azzannare e staccare pelle e falangi. Quando i legamenti sfibrati che tenevano attaccato braccio e avambraccio cedettero, il cuore che pompava al limite nello shock, spruzzò fuori, litri e litri di sangue. I volti e le pareti ricevettero il getto caldo. E come un segnale, si avventarono su di lei.

Alla fine, non sopportando le urla, qualcuno le cacciò una calza a forza nella gola. I gemiti strozzati continuarono a lungo mentre bacchettavano.

Questo mattatoio era iniziato, per i nostri ospiti, con la segregazione e un appetito mai realmente soddisfatto. C’era una cena interrotta. E c’era quel buco, nessuna via di fuga. Solo una spessa porta in ferro.

Tacitamente avevano iniziato a fare quello che stavano facendo perché forse, era questa la loro natura. Quello che facevano nella vita di tutti i giorni era solo una preparazione. E lì nell’oscurità, senza doversi guardare in faccia, tutto era più semplice.

In un angolo se ne stava Carlo. Accanto sua moglie, Angela. Entrambi masticavano qualcosa, qualcuno. Gli abiti eleganti, fradici e appiccicosi.

Quando era iniziata a poco a poco la strage, Carlo si era ritirato più lontano, sciacallando quello che trovava per lui e Angela. Nella penombra delle ore diurne, intravedeva orribili forme e movimenti bestiali. Ma era di notte che tremava. Sapeva che lì, in attesa, c’era qualcuno pronto a mangiare e qualcuno, non preparato, ad essere mangiato.

Con umiliazione, Carlo si abbassò la zip e si urinò nella mani riunite a coppa, dissetandosi, per quanto possibile, all’unica fonte disponibile. Angela singhiozzò. Probabilmente si stava chiedendo se suo marito le avrebbe pisciato in bocca. Considerato il loro rapporto, Carlo avrebbe potuto fare di peggio. Ma era in quel momento e in quel luogo, che la loro vicinanza dava loro la forza di resistere alla pazzia e all’istinto animale. E di certo, Carlo doveva sceglierne una. Lara, sua collaboratrice e amante, era stata messa da parte. Forse era lei, adesso in un altra forma, che veniva impastata con la saliva e dilaniata dai suoi denti.

La porta di ferro si aprì di botto. Una luce artificiale inondò quel posto, accecandoli tutti. Nessuno di loro poté vedere gli orrori galleggianti nella pozza spumosa e rossa, che saliva sempre più, in cui erano immersi.

Ci fu un sparo, poi un altro. E un tonfo liquido.

Carlo fu issato sulle gambe deboli e trascinato di sopra.

Nel salone della cena, dove i signori Prestabene, i proprietari della villa, sedevano al lungo tavolo, le teste affondate nella zuppa cremisi con le nuche esplose, Carlo vide quell’uomo.

Non lo aveva mai visto prima, ma come un gatto e un topo, posti uno di fronte l’altro, tramite le leggi della natura, innescano la loro corsa, non tanto per la comprensione del loro essere, ma per istinto animale; allora si può dire che Carlo, per istinto iniziò a capire qualcosa.

                                                                                           *

Carlo lavorava per il signor Prestabene, sedeva nel consiglio di amministrazione della società del signor Prestabene e si sbatteva Lara nell’attico all’ultimo piano dell’edificio amministrativo del signor Prestabene. Guadagnava milioni, odiava sua moglie e amava suo figlio. Aveva due case, un bel SUV e un orologio d’oro al polso. Faceva ripetute vacanze con la famiglia e i colleghi. Diceva “io sono di più” tutte le mattine davanti allo specchio del bagno. Per riuscirci bastava avere i soldi, sempre più soldi. I mensili che elargiva ad Angela e Lara equivalevano al redditto annuo di un operaio.

E fu proprio la sua decisione di staccare la spina ai duecento lavoratori dello stabilimento Prestabene Paper un anno prima, che aveva messo in moto gli eventi culminati nella strage di quella maledetta cena di lavoro. Quando un gruppo di uomini armati avevano sfondato la porta del salone sparando dappertutto. Con l’esplosione, in uno spruzzo di sangue e cervella, della testa del padrone di casa e sua moglie. Tutti gli altri furono presi e buttati in quel buco.

Di sicuro, quello seduto davanti a lui, quelli in piedi intorno a lui, quelle facce, erano le incognite facce tra i duecento incogniti licenziati. Facce incognite, numeri certi.

< Salve, Carlo. Felice di vederti ancora vivo, anche se posso constatare che la tua fame ha preso il sopravvento. Beh, quello da sempre. Abbiamo solamente portato il concetto su un piano concreto. Siete impazziti alla fine, come noi del resto. Tutti pazzi, tutti fuori di testa. Tutti che pensano solo a una cosa. Nooo, birbantello! Non mi riferisco alla fica. Anche se quella aiuta! C’è qualcos’altro. Un illusione trasformata in realtà. Un dio da venerare. IL SOLDO! Tutti lo veneriamo. Incredibile no? Sia i ricchi che i poveri. I primi ne vogliono di più e i secondi vogliono essere come i primi. Tutto qui. E’ da qui che nasce la magia del potente. Fingere di dare al povero i soldi. Un operaio con un buon stipendio crede di avere quello che vuole. Non solo sfamarsi ma anche qualche extra. Però, c’è un però. Un operaio rimarrà sempre un miserabile, no? Al servizio del potente. Fino alla pedata in culo che lo scaccia. E qui si riduce a voler sempre di più. Un ricco vuole di più e anche un imborghesito oramai non si accontenta di tornare a mangiare meno. Si china ad una politica di concorrenza. Uomini contro uomini. Macchine contro uomini macchina. Eccesso di lavoro. E più uno lavora, più uno guadagna. Riducendosi al servizio del capitale e alienando la sua vita misera.

Questa è la teoria, la mia: nessuno è incorruttibile. Per quanto nasci umile, basta assaggiare il potere solo una volta per ritrovarsi ad ambirlo e leccarlo. Questo è il mondo del potere. Inginocchiatevi e leccate quel buco lercio e sarete POTENTI!!!

E’ con immensa amarezza che giunto a tale consapevolezza, rivoluziono il mio piccolo mondo. Presto saremo tutti morti, tutti uguali, perché anche noi siamo colpevoli di non esserci mai uniti nella lotta, come vuole l’illusione. Ma prima…

La vostra vita si è basata sul consumare, ingozzare e agguantare credendovi superiori. Il vostro benessere personale era ed è sempre al primo posto, così come anche noi siamo finiti a pensare, nell’agguantare quei pochi soldi. E’ questa la catena alimentare del capitalismo. Dove l’unico piatto che si serve è l’uomo. Sfamiamoci anche noi, ordunque, fratelli >.

C’era un vassoio d’argento davanti a Carlo. Solo per lui. Da sotto il coperchio sgorgava sangue a fiumi che tingeva di rosso la candida tovaglia. E quando si sollevò, Carlo urlò con la poca forza rimasta. Gli occhi fuori dalle orbite, la faccia paonazza.

Sul vassoio, Sandro aveva il volto tumefatto, le orbite vuote e la mascella disintegrata. Il collo, con la pelle a brandelli, poggiava su uno strato vischioso e ancora fresco.

Quello fu l’ultimo pasto che venne servito a Carlo. E non bastò la forza di volontà ad impedire alla fame di prendere il sopravvento.

Si mangiò il figlio tanto amato.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in LibriCK

Commenti

  1. Raffaele Sesti

    Racconto grondante .. di sangue certo ma anche di emozioni.. ho apprezzato tantissimo l’idea di tradurre in realtà la “catena alimentare del capitalismo. Dove l’unico piatto che si serve è l’uomo”, davvero originale.
    Ho apprezzato il ritmo, le sensazioni orrende che nascono dalla lettura e chiaramente il finale, non scontanto… una vendetta vera, pura e terrificante.
    Alla prossima lettura.

  2. Tiziano Pitisci

    Di questa storia così densa di sangue e di significato resta il sapore dolciastro del dubbio: siamo davvero così ingordi? È davvero così corruttibile l’individuo? E se si, le sue debolezze appartengono alla sua natura o sono indotte da un sistema sociale che pone il denaro e il benessere economico al centro di tutto? Trovo molto stuzzicante l’idea di suscitare certe riflessioni attraverso lo strumento (a dir poco colorito) della narrativa splatter. Storia ben architettata e raccontata con stile, sopratutto in certi passaggi iniziali. Complimenti.

    1. Daniele Nottoli Post author

      E io non posso che ringraziarti, soprattutto per le tue riflessioni sull’argomento. Grazie!