Urbano Favoloso

Serie: Storie vere... Forse

Lunedì 4 Dicembre 2017

Siamo rimasti a bocca aperta.
Era Estate.
Io
ero veramente commosso, non pensavo potesse essere possibile un tale spettacolo. In pieno giorno, sotto il sole estivo di una giornata romana qualunque.

A fianco a me c’era Fra seduto, madido di sudore, composto ma visibilmente stupito.

Stavamo tornando da chissà dove, con la sua panda azzurra. Guidavo io.
Eravamo sfibrati. La canicola della città era asfissiante.
Il
viaggio era durato ore o forse giorni, affrontando più volte la porta dell’inferno della civiltà, il Raccordo.

Lo chiamano anche GRA, o sacro GRA  ed è effettivamente un cammino sacro che tutti possono intraprendere. Solo pochi, però, ne escono ancora assennati.
Ogni virtù umana viene spazzata via, ogni altra priorità scompare, ogni concetto di umanità perde di senso non appena ci si avvicina a una rampa d’ingresso.

È la malia del sacro GRA.

Una paurosa rabbia demoniaca si impossessa di ognuno, rendendoci tutti come i cattivi dei vari Fast and Furious, ma senza Fast.
Questa possessione perdura per  giorni, untuosa, maligna, potente.
Solo chi ha una volontà ben temprata, riesce a uscirne senza subirne un imbruttimento triviale.

Ci vuole il fisico.

L’unica cosa che conta è raggiungere l’obiettivo a ogni costo e prima degli altri. Fosse anche un metro, ma prima degli altri. Quel metro è la vita, il premio, lo scopo. Chi ti sta di fronte o a fianco è il tuo potenziale nemico.
Gira voce che, così come le Cronache di Narnia siano state inspirate da Narni, così la saga degli Hunger Games sia inspirata dal GRA.

Si narrano varie storie sul Grande Raccordo Anulare. Alcuni raccontano di una donna sopraffatta dalla sua scoperta: per almeno un ora al giorno, sul raccordo non c’è traffico; dalle 4:50 alle 5:50 del mattino.
Secondo la leggenda, per un misterioso sbaglio la sveglia le suonò circa tre d’ore dopo essersi addormentata.
Non si accorse di nulla e dopo una tipica colazione da impiegata, mezzo litro di caffettino e sigaretta, inforcò gli occhiali e si diresse alla macchina.
Il
buio non la insospettì affatto, partiva sempre con l’oscurità prima dell’alba.
Non si insospettì neanche nel constatare che non c’erano molte altre auto in movimento.
Una volta avvicinatasi alla rampa, non riusciva a credere che fosse sgombra e solo allora guardò il cruscotto.

Erano le 4:49.

Ci mise solo un minuto a capire l’errore della sveglia e a decidere che comunque doveva provare l’esperienza del raccordo senza traffico.
Alle 4:50 lo percorreva e poco dopo sfiorava i 130 km orari.
Si
sentiva in pace con tutti, chiedendosi come fosse stato possibile che fino al giorno prima sarebbe uscita dalla vettura con una mazza d’acciaio spaccando il lunotto dell’ennesimo stronzo le aveva strombazzato.

Era felice.

Pare fosse pervasa da un tale stato di esaltazione che doveva fare qualcosa di inaudito, mai fatto prima: pensò di usare le frecce per cambiare corsia.
Correva ripetendosi che sarebbe andata comunque al lavoro, ma aveva tempo e doveva godersi la corsa.

Fino alle 5:49.

Alle 5:50 in punto percepì come un movimento nell’aria. Il mostro si era svegliato.
Qualche chilometro dopo, la donna dovette arrestare bruscamente la sua corsa.
Non solo si ritrovò imbottigliata nel più spaventoso ingorgo di sempre, ma non riuscì a capire come mai ora l’orologio sul cruscotto segnasse le 7:23.
Aveva ancora tempo. Sì ce la poteva fare, doveva solo raggiungere la prossima uscita… O quella dopo, o forse la successiva.

Fu ritrovata in stato confusionale sulla Salerno/Reggio Calabria, a piedi che faceva l’autostop.
Fu soccorsa da un camionista al quale rivelò, in maniera confusa, che non sapeva come fosse arrivata li.

L’auto le si era fermata dopo ore che tentava di capire come uscire dal raccordo; o forse era già uscita e le era finita la benzina.
Cellulare scarico.
Credendo di trovarsi ancora nei pressi di Roma o provincia, era scesa cercando di prendere un bus o una di quelle vetture di cui aveva sentito parlare, ma non era convinta esistessero davvero: i bus extraurbani COTRAL.

Erano ore che camminava. Evidentemente i COTRAL erano una bufala inventata su Facebook.

Solo dopo circa un mese, e una serie di terapie somatiche, riuscì a raccontare cosa le era successo.
Nessuno le credette. Soprattutto quando raccontò dell’ora senza traffico.

Se il GRA è la porta, Roma è il centro pulsante dell’inferno di ogni autista. Il codice della strada è diventato una leggenda metropolitana. Anime solitarie in pena e furiose le une con le altre, vagano per giornate intere senza sosta, cercando di superarsi a vicenda, di arrivare ad appuntamenti serali partendo la mattina o, peggio, un parcheggio.

Ammetto che quel giorno il caldo lo sentivo meno, ma non faccio testo. Sono quello che mette la felpetta a Ferragosto e la copertina la notte perché fa freschino, mentre il resto d’Italia boccheggia.

Ho anche un sacco di giustificazioni scientifiche a supporto del mio comportamento, che attingono a piene mani dalle teorie sui moti oscillatori delle molecole e sulle diverse capacità delle sostanze di assorbire il calore.
In
caso di dissertazioni empiriche, mottetti umoristici nei miei confronti o sulla mia presunta ipocondria, lo stolto malcapitato si sentirà presto uno sciocco. Sfodero uno sguardo indignato per cotanta ignoranza. Snocciolo teoremi, dimostrazioni pseudo scientifiche e asserzioni filosofiche sulla necessità, almeno, della magliettina della salute la notte.
Se
non basta ancora, convoco un’adunanza di Tuareg che dal deserto del Sahara arrivano saltellando sui loro cammelli, fasciati fino alla testa di lana blu. Deserto. Lana.
E poi voglio vedere che altro avrà da dire.
Il
tuareg scenderà dall’animale con la tipica agilità e fierezza del popolo berbero, si avvicinerà,lo guarderà intensamente con suoi seducenti occhi azzurri, profondi e cristallini come il mare, sposterà dalla bocca la benda, anch’essa di lana e con il tipico  accento del Sahara si porterà la mano alla bocca e griderà: “A deficientee!”.

Avevamo appena imboccato l’Anagnina poco più avanti della stazione metro omonima, quindi uscendo da Roma in direzione di Grottaferrata. Forse saremmo andati a Rocca di Papa dove abito.
Avevamo percorso parecchi chilometri su strade cittadine dissestate, tra buche e crepe e voragini, su quello che una volta doveva essere il malto stradale della capitale (e della maggior parte delle province).

Immagino che  dopo la prima posa di asfalto avvenuta secoli or sono, il malto stradale sia diventato una sorta di bene archeologico, intoccabile come i sampietrini. Patrimonio dell’umanità. Deve essere l’unica spiegazione.

Immagino staff di archeologi che studiano, fotografano, rilevano e propongono come mantenere le strade crepate alla stregua di quei terreni desertici arsi dal sole; o come consolidare quei crepacci sparsi qua e là, destinati a finire nei libri di storia dell’architettura.

Un’altra spiegazione deve risiedere nel fatto che, a un certo punto, in Europa sono comparsi di dossi artificiali per rallentare il traffico in zone particolarmente sensibili.
A qualcuno di particolarmente folle è venuta in testa sta genialata.
All’ingresso di Grottaferrata ne hanno installato uno, immagino, per evitare anche le inondazioni.
Evidentemente le varie amministrazioni capitoline che si sono avvicendate fin ora, avranno anche gonfiato il petto con l’Europa intera, di fronte l’invenzione dei dossi artificiali. E sì, perché fino a prima dell’invenzione in questione, Roma era stata criticata per i dossi e cunette che spontaneamente spuntavano sulla geografia della città. Di quell’invenzione Roma ne era sicuramente l’ispiratrice e adesso un qualche riconoscimento le era dovuto.
Immagino sindaci, in un futuro prossimo, con la fascia tricolore inaugurare strade cittadine tecnologicamente avanzate ed eco compatibili. Gente che applaude al taglio del nastro della nuova strada urbana che l’Europa ci invidierà, tracciata con l’aratro e due sole mucche nei campi che una Sora Lella qualunque ha ceduto al comune.

La scoperta avvenne dopo aver superato l’Ikea.
Fra se ne accorse immediatamente dopo di me.
Ci
siamo detti cose esaltati.
Ho rallentato un poco, entrambi eravamo stupefatti.
Sono certo che al semaforo la signora della macchina a fianco, fosse lieta dello stop. Poteva ammirare con calma lo spettacolo che le si apriva d’innanzi.
Aveva socchiuso la bocca ed era stupefatta quanto noi.
Quegli occhi lucidi testimoniavano quella gioia che solo un evento così raro e prezioso può provocare.
Sarebbero accorsi a frotte per farsi i selfie con alle spalle quell’installazione così spettacolare. Tour operators avrebbero prenotato viaggi solo per poterla mostrare quella meraviglia e darla in pasto alle fotocamere dei gitanti. Sarebbero venute genti in pellegrinaggio.

Una lingua nera, pulita e scintillante si stagliava d’avanti a noi e noi la stavamo percorrendo.

Prova a immaginare, l’auto era più un frullatore su ruote. Per la prima volta dopo tanto, percorrevamo una strada senza che l’abitacolo si trasformasse in una betoniera che macina un martello pneumatico farcito di copertoni.

Fu bellissimo!

Certo dopo, superando l’incrocio del Todis, la magia scomparve, ma nessuno potrà portare via il ricordo di quella prima volta.

L’Anagnina era stata riasfaltata in maniera impeccabile per almeno quatto chilometri.

Quattro chilometri. Che suono croccante: quattro chilometri.

Serie: Storie vere... Forse
  • Episodio 1: Del matrimonio e di altri orrori.
  • Episodio 2: Urbano Favoloso
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