Ūrta

Serie: Levii-Hatan


Il silenzio era rotto solo dai comandi secchi della Padrona. Così aveva chiesto di essere chiamata, e meno lo facevano meglio era. Dion a malincuore dovette ammettere a se stesso che quella donna era davvero abile. Li aveva portati fuori da quell’infinito tunnel sotterraneo con la stessa naturalezza con cui respirava. Pian, piano il nero dell’abisso aveva lasciato spazio all’inconfondibile riverbero dello sole, i lunghi coni di luce ondulati rischiaravano la superficie del mare, che si stagliava in alto come un cielo tremolante.

Erano pronti alla manovra per emergere e la furia della loro padrona sembrava crescere, ad ogni metro che li distanziava dalla terra.

Gridò ordini a denti stretti e Turi si intrigò tra destra e sinistra attirando su di lui tutta l’ira della donna. Inciampò, si riprese, inciampò ancora fin quando le attenzioni di lei si spostarono su Meloria. Non era proprio una coppia felice, due leonesse che si contendevano la supremazia. Ma non c’era tempo per sbranarsi, una parete verticale si stagliava di fianco a Subhïssa e la donna si concentrò tirando il timone con tutta la sua forza. Si sentì uno scroscio d’acqua e la luce accecante invase la sala del comando.

≪Ora fermi, tutti!≫ Ringhiò lasciando la sua postazione e dirigendosi con quella sua andatura altalenate al grande portello, che richiuse di botto.

Dall’enorme vetrata di prua si vedeva la terra. Soleggiata, riarsa e carica di macchie indistinte e colorate. Un brulicare incessante di piccole forme si muovevano in ogni direzione.

≪È la nostra occasione! Ora o mai più! Dion usa una di quelle tue illusioni e portaci fuori da qui!≫ Intervenne Meloria. Dion scosse il capo ≪non la trovo la migliore delle idee, hai sentito cosa ha detto Saraje vero? Sua madre non deve sapere che siamo Camminatori, avrà avuto i suoi buoni motivi per avvisarci≫ disse e Meloria si voltò verso il gruppo

≪Allora usiamo le mani! Siamo cinque contro una, quando torna l’accoppiamo! Turi tu ti metterai dietro la porta da quel lato e tu aspetterai dall’altro. Severo che è il più grosso starà davanti a pararle la visuale e tu…≫

≪Chi ha deciso che il comando è tuo?≫ Intervenne Severo facendo a fatica un passo avanti.

≪Perché sono la più furba≫ rispose Meloria alzando il mento.

≪Non ricominciate Maledetta Silene!≫ Li redarguì Rega ≪e comunque è giusto, ora o mai più. Forza aspettiamo là come ha detto lei, e quando arriva gli saltiamo addosso, le catene possono diventare un arma, poi troveremo il modo di liber…≫ la porta si aprì con uno schianto e le lance entrarono prima dei loro portatori.

Punte scintillanti su legno d’ebano. Cinque uomini a torso nudo entrarono con passo di marcia accerchiandoli. Quattro di loro, con ampi pantaloni verde smeraldo, gridarono ordini in una lingua sconosciuta, mentre il quinto che portava pantaloni leggeri color ocra, parlottava con la Natante. Stavano contattando, era evidente. Severo e Rega furono punzecchiati con le punte acuminate fin quando non si spostarono al centro della stanza, a distanza di sicurezza. Severo afferrò la punta di una delle lance che per l’ennesima volta gli aveva bucato il braccio e la strattonò tirandosi dietro il suo proprietario. Una gragnola di sferzate lo colpì ancor prima che se ne accorgesse. L’uomo al suo fianco fece roteare il bastone della lancia sul visto di Severo e piccoli tagli presero a colare sangue come cera fusa, mentre Rega si stava già gettando su di lui. Ci fu un parapiglia incredibile mentre Meloria approfittando dello scompiglio, si aggrappò su un terzo uomo mordendo e urlando. Turi girava in una ronda guardinga con un altro alla sua destra che lo distanziava con la lunghezza della lancia. Dion provò ad avvicinarsi all’uomo vestito d’ocra con l’intenzione di intrattenere una civile conversazione con quello che aveva intuito essere il capo. Ma intuì che il loro concetto di civiltà doveva essere ben diverso, quando quello sguainò una sciabola ricurva e lo colpì con l’elsa facendolo caracollare. Altre armi erano state estratte, corte, lunghe, sottili o arcuate e in breve gli accoliti furono di nuovo sotto scacco.

La donna sembrò terribilmente irritata da quell’indisciplina, afferrò un borsello rigonfio e fece un cenno inequivocabile con il capo: portateli via. Catene si aggiunsero ad altre catene, tra insulti e colpi ben assestati, frustrati e sanguinati, gli accoliti si ritrovarono in fila indiana a salire una larga scala in pietra che li conduceva all’esterno.

Il sole tagliente li rese ciechi per un attimo mentre venivano spintonati sulla passerella che li divideva dalla terra ferma. Turi si voltò a guardare la barca da fuori, incuriosito da quella forma allungata, ma grato di essere di nuovo sulla terra ferma. Dopotutto, poggiare i piedi scalzi sulla sabbia calda fu una piccola consolazione.

Ma il sollievo fu breve come un battere di ciglia: enormi tendoni di ogni forma e misura si perdevano a vista d’occhio nell’aria sfuocata della calura. Centinaia di uomini si muovevano sgomitando e urlando in tutte le lingue conosciute sulla terra ferma. I giganteschi marinai degli Atolli d’Agata con la pelle color dell’ebano e i toraci possenti e lustri, gli uomini del Nord, con la pelle chiara arrossata dal sole cocente, Natanti coperti dai lunghi mantelli d’alga e da piccoli ombrelli della stessa fattura. C’erano anche uomini di Kētos, arrivavano delle Costole o al massimo delle Punte constatò Dion, osservando i loro abiti sudici, ben diversi dalle guise eleganti degli abitanti degli Artigli o delle Ordinate. Ma altri uomini si muovevano mischiati agli altri, anche se la luce nei loro occhi era ben diversa: file di schiavi cenciosi si snodavano come tentacoli mozzi in mezzo alla calca. Derelitti con le spalle ossute e i volti emaciati, donne e bambini assetati e affamati, vecchi che crollavano sotto l’insistenza divertita dei loro aguzzini.

Turi ingoiò il groppo che aveva in gola mentre osservava una ragazzina mendicare con occhi vacui, e quasi cadde quando venne strattonato da uno dei loro carcerieri. Arrancando tra quel fiume di corpi, vennero condotti all’interno di un enorme rudere semicircolare. Sembrava un antico teatro all’aperto, ma lo spettacolo che il palcoscenico di nuda terra ospitava, non aveva nulla a che vedere con le commedie.

Accostati lungo il muro dall’insistenza delle lance, Dion afferrò il braccio di Turi, solo per fargli sentire che era la vicino a lui. Meloria all’altro lato era ancora una furia. Aveva un occhio tumefatto e lividi violacei stavano già affiorando sulle braccia. Turi le regalò un sorriso sghembo, nella vana speranza di tranquillizzarla. Nell’arena sette persone venivano studiate e descritte come merce scadente su una bancarella di robivecchi.

Dion osservò gli spalti con gli occhi stretti contro il sole: palanchini candidi coprivano mercanti oziosi che guardavano gli schiavi con aria annoiata. Il venditore degli uomini al centro gridava alla grande occasione stringendo il mento di una ragazza che cercava inutilmente di coprirsi un seno scoperto dal vestito lacero. Una paletta si alzò da qualche parte tra le scalinate verticali e dopo qualche moina da parte del venditore, la ragazza fu spinta via. ≪Venduta!≫ Gridò, concentrandosi subito dopo all’uomo successivo. Un uomo magro dallo sguardo fiero fu ammansito a suon di bastonate per la troppa insolenza con cui osservava il mercante, venne ceduto per una miseria a un gruppetto di marinai segnati dal mare. E via al successivo, come carne da macello.

L’uomo con i pantaloni color orca diede ordini in quella lingua sconosciuta, agli altri energumeni vestiti in verde, che cominciarono a spintonare gli accoliti verso il centro dell’arena. Era il loro turno.

Serie: Levii-Hatan


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Fantasy

Letture correlate

Discussioni

  1. Dopo le fasi concitate dell’episodio precedente, ecco un nell’episodio “di transizione”, per prendere il fiato e per fare conoscenza con Ūrta, che mi sembra di capire sia una città-mercato degli schiavi. Aspetto l’evoluzione della vicenda!

    1. Ūrta è una città dura e cruda, non sarà facile uscire dalla tela del ragno e il Rostro è ancora lontano. Grazie tante della tua attenzione, a presto!

    1. Grazie Alessandro,
      Ūrta è una città difficile e non agevolerà di certo i nostri prodi nel loro cammino per il rientro al Rostro.
      Grazie mille di essere passato