Verso Nishi

Serie: Solar Punk


西

Le sette prove di Nishi

I

Salto nel Vuoto

II

Animale Libero

III

Acque Pericolose

IV

Il Cammino

V

Impero del Sole

VI

Pugnale nel Cielo

VII

Una grande Pioggia

Il pilota infila i miei soldi nelle mutande.

 Le luci si accendono. L’elicottero decolla verso l’isola gravitazionale di Nishi.  Un rumore elettrico crea una melodia caotica, mentre vedo Bangkok che si allontana.

Da dietro i miei occhiali alla Blues Brothers vedo la metropoli asiatica che, lemme lemme, si trasforma in una vastità oceanografica e le nuvole si dilatano per diventare filamenti di formidabile bellezza, vivide e variopinte strade auree che sfumano dal giallo al rosa.

“Ci vorranno cinque ore, farang!” La voce del pilota è un suono attutito che si mescola alla partecipazione rumorosa delle pale dell’elicottero.

Mi addormento.

L’elicottero vola sopra l’oceano Indiano, quando scoppia a piovere.

La direzione della pioggia, così come del velivolo, cambia spesso ed io mi reggo forte alle maniglie mentre dei chicchi di grandine entrano dai lati scoperti. Vedo il pilota che tiene stretta la cloche con due mani: con un paio di virate smorza la velocità dell’elicottero, anch’esso in preda a forze aerodinamiche miste ad altre intense e parallele. Un grosso lampo che si schianta nell’oceano sotto di noi.

L’acqua è violenta, una gigantesca cresta rocciosa che si scaglia senza pietà sull’elicottero. Malgrado la fitta pioggia riesco a sentire il profumo salato del mare. Una tromba d’aria calda fa rovesciare sottosopra l’elicottero, per qualche minuto, poi il veicolo si stabilizza e riprende il volo sul sentiero bagnato, dentro la grande foresta di pioggia che pian piano si affievolisce.

Verso sera, i movimenti climatici sono repentini e l’elicottero è battuto dal vento e dalla pioggia. Più saliamo di quota, più la tempesta imperversa.

Qualche ora dopo, mi sembra che il vento stia cambiando e finalmente faccio un sospiro di sollievo. L’alcova d’acciaio è uscita fuori dalla tempesta. Mi rilasso.

Questo viaggio rappresenta uno spartiacque nella mia vita.

Le sette prove di Nishi sono state, sin da subito, un tarlo che mi ficcò nell’orecchio un collega filippino, qualche anno fa, per caso.

Ricordo che il mio viso era pieno di emozioni velate quando presi in considerazione l’idea di affrontare questo viaggio, studiando e analizzando le varie informazioni su Internet. In quanto alle prove, nell’ultimo anno ho annotato tutto ciò che mi serviva, scrivendo tutte le precauzioni necessarie da un punto di vista sanitario, logistico e burocratico.

Adesso tiro fuori dallo zaino il libro di Condor Maria, “Le sette prove di Nishi”.

Condor Maria è stato il primo (e unico) italiano ad aver eseguito tutte le prove, nel 1994. Ha filmato tutto con una Vkr analogica, diventando poi testimonial della Nike. Aveva ventisette anni.

In mezzo al cielo grigio, ora, rileggo un passo del capitolo quattro: “Salto nel Vuoto.”

Nel romanzo di Condor, questa prova viene fatta nel quarto turno, mentre nel mio viaggio sarà svolta nel primo.

NISHI, 1994.

La punta del tempio di Aya è perfettamente in linea con l’orizzonte, con il suo spettro di colori che sembra un portale onirico.

Tanti, diversi odori di essenze esotiche circondano questo luogo di pace, posizionato in cima a un paesaggio violento, fatto di crepacci che curvano brutalmente sulla costa.

La prova si chiama Salto nel Vuoto. Esprime la forza della caduta, fisica e spirituale.

Tutto deve cadere secondo i monaci del tempio di Aya. Ogni cosa.

Il percorso è di 30, 6 Km, raggiungibili in cinque ore con due soste. Dopo aver conquistato l’area quadrangolare della cittadella di Aya, ci si arrampica per i livelli verticali del santuario di Aya.

L’ultimo padiglione è a 150 metri, l’equivalente di trenta piani di un palazzo.  Dalla punta del tempio, si infila e inchioda una lastra di legno. A questa, si annoda una corda fatta di bambù elastico.

E poi ci si butta.

Per chiunque desideri morire in tardissima età, tranquillo e con la coscienza pulita, consiglio vivamente di fare questa prova.”

Chiudo il libro e sgrano gli occhi, quando vedo una linea di emisfero che galleggia nell’aria.

Resto a bocca aperta.

Un gigantesco pezzo di terra fluttua sopra l’oceano, in perfetto equilibrio, come un eremo in mezzo all’aria.

L’isola è assiepata tra le nuvole, a circa un chilometro sopra le onde dell’Oceano Indiano. Una luce si staglia sopra i tetti delle montagne, un brillamento giallo e rosa.

Tre giorni dopo essere partito da Roma sono arrivato a Nishi, un ecosistema unico.

Passiamo sopra l’isola.

Mi sporgo sull’esterno e vedo pianure verdi e foreste inondate di palme tropicali. Vedo una testa gigante, grossa come quella di una sfinge, una statua a forma di volpe umana e la posa da guerriero.

L’elicottero percorre quasi metà anello dell’isola, prima di atterrare nei pressi di un plauteau inondato di statue di Buddha.

Non distante dal punto di atterraggio, vedo un tempio altissimo, come tre Big Ben uno sopra l’altro.

“Quello è il santuario di Aya!”, grido al pilota, con un sorriso di commozione: “Una delle sedici meraviglie del mondo antico!”

Il pilota annuisce e sorride.

Con una verticalità improvvisa, l’elicottero scende di quota, facendomi sobbalzare lo stomaco. 

Faccio un rotto di nausea, staccandomi la t-shirt bagnata di sudore dalla pelle. Fa un caldo insopportabile. Penso già alla prova di domani.

Dopo aver ringraziato di cuore il pilota, mi viene da vomitare.

L’hotel Vimana sembra una stazione dei treni dell’Ottocento in chiave decadente.

Nel foyer, sorprendo il receptionist che sta guardando un film porno in POV, poi si sposta una lunga frangia dalla fronte e mi risponde con fare annoiato: “Buon giorno mister, c’è il conto per lei.”

“Ma non mi sono neanche presentato!”

Guardo l’immagine di un Buddha sopra la porta d’uscita, sento un rigurgito nello stomaco. Mi faccio assegnare subito la camera e vomito.

In questo pomeriggio dai riflessi dorati, tutto quanto fluisce via da me. Il mio è un vomito degno d’essere bramato, nel silenzio che conduce alla notte. Nell’etra del mio stordimento, allento la cintura di pelle con i soldi dentro e metto a dura prova la mia capacità di discernimento con dei flashback ossessivi, di splendore degli splendori, di alte glorificazioni, della chiara lucentezza di un ex futuro che ora si annuvolava, diventava oscuro come la notte. Continuo a vomitare, mezzo litro sputato in mezzo secondo, e non sono neanche le tre del pomeriggio. Nessuna medicina sacra avrebbe spento questo fuoco nero, ne ero sicuro. Mi rimane un po’ di bile in bocca: è il pasto di Bangkok che gorgheggia, l’ultimo che ho fatto: Tom Yam di soup di strada, come un corvo nero in fondo a un pozzo. Senza vacillare, mi alzo e apro un’altra bottiglietta d’acqua. Il suo contenuto fluisce nel mio corpo come se nulla fosse. Le ripugnanze interiori si placano, ma poco dopo il mio volto acquista un aspetto malsano, sporco, truce fino all’ottusità. Faccio un rotto di sbieco, pensando che è arrivato il mio tempo. Mi sento morire. Corro di nuovo in bagno. I miei occhi ridenti e alterati, di pura tenebra, trattengono l’esplosione di vomito che risale. La mia bocca è un fagotto d’immondizia, mentre vomito nel water. La mia carne indurita diventa friabile argilla rossa, dopo essere uscito dal bagno bevo fino a svenire, abbracciando un cuscino, aspettando nuovi rigurgiti che sarebbero arrivate in pochi minuti. A forza di vomitare sto perdendo il colore dei miei occhi. Ho le pupille degli occhi grigi, del liquido di sabbia rosa spalmato sui vestiti e mi sento come un coniglio di palude che non dorme da giorni.

Due giorni dopo, ho esaurito tutte le risorse organiche: sangue, sudore, liquidi, urina, feci, zuccheri, sali minerali, non c’è più niente. Sono vuoto a prescindere. Barricato in questa stanza di cinque metri quadrati, mi affaccio alla finestra bevendo l’ennesimo thè. Io so perfettamente che lo vomiterò fra qualche minuto, fatto sta che devo ingerirlo perché non ho più liquidi nel corpo. Mi affaccio alla finestra: muggiti di vacche sacre, urla di gioia e dolore fuori dalla mia finestra. Due giorni che sono chiuso in stanza, due passati a dormire, farmi la doccia o vomitare. Bussano alla porta. Barcollo verso lo spioncino, con il lenzuolo che copre le mie nudità. Si tratta di Kashem, l’addetto al ricevimento. Mi ha portato un vassoio col thè e mi dice in inglese: “Buongiorno mister, come andiamo oggi?”

Afferro il vassoio, chiedendo: “Ce l’hai una sigaretta?”

“Arrivederci mister.”

“Ti do una mancia se me la procuri!”

Kashem si allontana sul corridoio e io chiudo la porta.

Non ce la faccio più a stare sul letto, mi da’ la nausea. Vorrei uscire da quest’hotel e buttarmi in strada. Fare la mia prova. Invece devo recarmi in bagno per l’ennesima volta. Non sopporto più la visione del gabinetto, che ho visto migliaia di volte con il vano tentativo di svuotarmi dalla nausea.

La mia missione resta ancora lì, più o meno è chiara.

Il tempio di Aya sta lì da più di mille anni, non credo che cadrà o si sposterà a breve.

Serie: Solar Punk


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Discussioni

  1. Un inizio convincente e un brano altrettanto interessante: Bella la descrizione dell’ambientazione e del mondo narrativo, il punto di vista e sempre molto affascinante, assomiglia a Stefano e avendo letto di un ex collega filippino… qasi, quasi. Molto aprofondita e ricca di figure azzeccate anche la descrizione del malessere, tanto che è venuta la nusea pure a me 😛
    Al prossimo episodio

    1. Ahahahah! Si, il protagonista potrebbe essere Bizzaglia, magari dopo che ha preso i soldi dell’assicurazione 😉 cmq per la scena dell’elicottero mi sono ispirato a Jurassic Park, la scena in cui arrivano all’Isla Nublar, poi il vomito spesso ci sta, ma non viene descritto spesso, è una situazione comune, specie se esci fuori dal continente, capita spesso, cmq bella!

  2. “In questo pomeriggio dai riflessi dorati, tutto quanto fluisce via da me. Il mio è un vomito degno d’essere bramato, nel silenzio che conduce alla notte.”
    Questo passaggio mi è piaciuto