Verso Nishi

Serie: Solar Punk


NISHI, 1994.

La punta del tempio di Aya è perfettamente in linea con l’orizzonte, con il suo spettro di colori che sembra un portale onirico. Tanti, diversi odori di essenze esotiche circondano questo luogo di pace, posizionato in cima a un paesaggio violento, fatto di crepacci che curvano brutalmente sulla costa.

La prova si chiama Salto nel Vuoto. Esprime la forza della caduta, fisica e spirituale. Tutto deve cadere secondo i monaci del tempio di Aya. Ogni cosa.

Il percorso è di 30, 6 Km, raggiungibili in cinque ore con due soste. Dopo aver conquistato l’area quadrangolare della cittadella di Aya, ci si arrampica per i livelli verticali del santuario di Aya. L’ultimo padiglione è a 150 metri, l’equivalente di trenta piani di un palazzo. Dalla punta del tempio, si infila e inchioda una lastra di legno. A questa, si annoda una corda fatta di bambù elastico. E poi ci si butta.

Per chiunque desideri morire in tardissima età, tranquillo e con la coscienza pulita, consiglio vivamente di fare questa prova.”

Chiudo il libro e sgrano gli occhi, quando vedo una linea di emisfero che galleggia nell’aria. Resto a bocca aperta.

Un gigantesco pezzo di terra fluttua sopra l’oceano in perfetto equilibrio, come un eremo in mezzo all’aria. L’isola è assiepata tra le nuvole a circa un chilometro sopra le onde dell’Oceano Indiano. Una luce si staglia sopra i tetti delle montagne, un brillamento giallo e rosa. Tre giorni dopo essere partito da Roma sono arrivato a Nishi, un ecosistema unico. Passiamo sopra l’isola. Mi sporgo sull’esterno e vedo pianure verdi e foreste inondate di palme tropicali. Vedo una testa grossa come quella di una sfinge, una statua a forma di volpe umana e la posa da guerriero.

L’elicottero vola sopra l’isola, quando scoppia a piovere. La direzione della pioggia, così come del velivolo, cambia spesso ed io mi reggo forte alle maniglie mentre dei chicchi di grandine entrano dai lati scoperti. Vedo il pilota che tiene stretta la cloche con due mani: con un paio di virate smorza la velocità dell’elicottero, anch’esso in preda a forze aerodinamiche miste ad altre intense e parallele. Un grosso lampo si schianta nell’oceano sotto di noi. L’acqua è violenta, una gigantesca cresta rocciosa che si scaglia senza pietà sull’elicottero. Malgrado la fitta pioggia riesco a sentire il profumo salato del mare. L’elicottero percorre quasi metà anello dell’isola, prima di atterrare nei pressi di un plauteau cosparso di statue di Buddha. Non distante dal punto di atterraggio, vedo un tempio altissimo, come tre Big Ben uno sopra l’altro.

“Quello è il santuario di Aya”, grido al pilota: “Una delle sedici meraviglie del mondo antico!”

Con una verticalità improvvisa, l’elicottero scende di quota, facendomi sobbalzare lo stomaco. Faccio un rotto di nausea, staccandomi la t-shirt bagnata di sudore dalla pelle. Fa un caldo insopportabile. Penso già alla prova di domani. Dopo aver ringraziato di cuore il pilota, mi viene da vomitare.

Il pilota infila i miei soldi nei suoi boxer. Le luci si spengono. L’elicottero è atterrato sull’isola gravitazionale di Nishi.

Un rumore elettrico crea una melodia caotica, mentre vedo l’elicottero che si allontana. Da dietro i miei occhiali alla Blues Brothers vedo la piccola isola che, lemme lemme, si trasforma in una vastità tropicale e le nuvole si dilatano per diventare filamenti di formidabile bellezza, vivide e variopinte strade auree che sfumano dal giallo al rosa.

Verso sera, i movimenti climatici sono repentini e il sentiero che mi porta verso il centro abitato è battuto dal vento e dalla pioggia. Più salgo di quota, più la tempesta imperversa. Più tardi, mi sembra di intravedere il centro abitato di Nishi e finalmente faccio un sospiro di sollievo.

Questo viaggio rappresenta uno spartiacque nella mia vita. Le sette prove di Nishi sono state, sin da subito, un tarlo che mi ficcò nell’orecchio un collega filippino, qualche anno fa, per caso. Ricordo che il mio viso era pieno di emozioni velate quando presi in considerazione l’idea di affrontare questo viaggio, studiando e analizzando le varie informazioni su Internet. In quanto alle prove, nell’ultimo anno ho annotato tutto ciò che mi serviva, scrivendo tutte le precauzioni necessarie da un punto di vista sanitario, logistico e burocratico.

Dopo una traversata di quaranta minuti, mi riparo sotto i tetti di paglia di un tempio collassato. Con i campi agrari davanti a me, mi accendo una sigaretta e tiro fuori dallo zaino il libro di Condor Maria, “Le sette prove di Nishi”. Condor Maria è stato il primo (e unico) italiano ad aver eseguito tutte le prove, nel 1994. Ha filmato tutto con una Vkr analogica, diventando poi testimonial della Nike. Aveva ventisette anni. In mezzo al cielo grigio, ora, rileggo un passo del capitolo quattro: “Salto nel Vuoto.”

Nel romanzo di Condor, questa prova viene fatta nel quarto turno, mentre nel mio viaggio sarà svolta nel primo.

“西

Le sette prove di Nishi

I

Salto nel Vuoto

II

Animale Libero

III

Acque Pericolose

IV

Il Cammino

V

Impero del Sole

VI

Pugnale nel Cielo

VII

Una grande Pioggia”

L’hotel Vimana sembra una stazione dei treni dell’Ottocento in chiave decadente.

Nel foyer, sorprendo il receptionist che sta guardando un film porno in POV, poi si sposta una lunga frangia dalla fronte e mi risponde con fare annoiato: “buon giorno mister, c’è il conto per lei.”

“Ma non mi sono neanche presentato!”

Guardo l’immagine di un Buddha sopra la porta d’uscita, sento un rigurgito nello stomaco. Mi faccio assegnare subito la camera e vomito.

In questo pomeriggio dai riflessi dorati, tutto quanto fluisce via da me. Il mio è un vomito degno d’essere bramato, nel silenzio che conduce alla notte. Nell’etra del mio stordimento, allento la cintura di pelle con i soldi dentro e metto a dura prova la mia capacità di discernimento con dei flashback ossessivi, di splendore degli splendori, di alte glorificazioni, della chiara lucentezza di un ex futuro che ora si annuvolava, diventava oscuro come la notte. Continuo a vomitare, mezzo litro sputato in mezzo secondo, e non sono neanche le tre del pomeriggio. Nessuna medicina sacra avrebbe spento questo fuoco nero, ne ero sicuro. Mi rimane un po’ di bile in bocca: è il pasto di Bangkok che gorgheggia, l’ultimo che ho fatto: Tom Yam di soup di strada, come un corvo nero in fondo a un pozzo. Senza vacillare, mi alzo e apro un’altra bottiglietta d’acqua. Il suo contenuto fluisce nel mio corpo come se nulla fosse. Le ripugnanze interiori si placano, ma poco dopo il mio volto acquista un aspetto malsano, sporco, truce fino all’ottusità. Faccio un rotto di sbieco, pensando che è arrivato il mio tempo. Mi sento morire. Corro di nuovo in bagno. I miei occhi ridenti e alterati, di pura tenebra, trattengono l’esplosione di vomito che risale. La mia bocca è un fagotto d’immondizia, mentre vomito nel water. La mia carne indurita diventa friabile argilla rossa, dopo essere uscito dal bagno bevo fino a svenire, abbracciando un cuscino, aspettando nuovi rigurgiti che sarebbero arrivate in pochi minuti. A forza di vomitare sto perdendo il colore dei miei occhi. Ho le pupille degli occhi grigi, del liquido di sabbia rosa spalmato sui vestiti e mi sento come un coniglio di palude che non dorme da giorni. Ho esaurito tutte le risorse organiche: sangue, sudore, liquidi, urina, feci, zuccheri, sali minerali, non c’è più niente. Sono vuoto a prescindere. Barricato in questa stanza di cinque metri quadrati, mi affaccio alla finestra bevendo l’ennesimo thè. Io so perfettamente che lo vomiterò fra qualche minuto, fatto sta che devo ingerirlo perché non ho più liquidi nel corpo. Mi affaccio alla finestra: muggiti di vacche sacre, urla di gioia e dolore fuori dalla mia finestra.

Bussano alla porta. Barcollo verso lo spioncino, con il lenzuolo che copre le mie nudità. Si tratta di Kashem, l’addetto al ricevimento. Mi ha portato un vassoio col thè e mi dice in inglese: “buongiorno mister, come andiamo oggi?”

Afferro il vassoio. “Ce l’hai una sigaretta?”

“Arrivederci mister.”

“Ti do una mancia, se me la procuri!”

Kashem si allontana sul corridoio e io chiudo la porta. Non ce la faccio più a stare sul letto, mi da’ la nausea. Vorrei uscire da quest’hotel e buttarmi in strada. Fare la mia prova. Invece devo recarmi in bagno per l’ennesima volta. Non sopporto più la visione del gabinetto, che ho visto migliaia di volte con il vano tentativo di svuotarmi dalla nausea. La mia missione resta ancora lì, più o meno è chiara.

Il tempio di Aya sta lì da più di mille anni, non credo che cadrà o si sposterà a breve.

Sono nudo e sudato, con solo le flip-flop indosso.

La mia corteccia uditiva sente fischi e suoni d’animali fuori dall’hotel Vimana: lingue di giovani animali, come nella stagione dei concerti, che mi attirano verso la finestra. Metto la testa fuori, nella pioggia e vedo un coleottero robot che mi passa davanti, posandosi vicino a delle luci sul balcone. L’animale bioingegnerizzato attiva un sintetizzatore vocale, simile al frinire delle cicale che si mescola alla pioggia. Vagiti della pioggia. Una pioggia transitoria che ha una durata di cinque minuti.

Giù in strada, vicino a della spazzatura buttata in strada, un androide sta facendo una scansione laser nei rifiuti. La sua testa mi fa sorridere, sembra una colonnina con display. Vedo il robot che piega i suoi servomotori elettrici, allungando il braccio verso un cumulo di ceramiche frantumate. Dopo aver rovistato, tira fuori un filato di polipropilene che si mette da parte. Finisco di leggere il territorio fuori la finestra, pieno di ologrammi, aquiloni eolici e profumi d’incenso, quando mi ritornano le fitte di vomito. Cammino a passo di formica verso il cesso. Vomito per due minuti filati, con rapidi movimenti della testa, prima di svenire a terra. Ansimo e guardo il soffitto, sentendo un effetto emostatico che mi blocca il sangue. Sto impazzendo. Devo ritagliarmi una possibilità fuori da questa camera d’albergo, ne ho bisogno, perché quest’atmosfera immobile e compressa mi sta facendo uscire pazzo. Striscio verso il comodino accanto al letto e riprendo il cellulare. Il display mi fa una scansione agli infrarossi, sento una voce femminile che esce dal mio cellulare: “namaste, Stefano, ci sono: venti notifiche sui social, due e-mail e sedici chiamate perse”.

Noto 16 chiamate perse di Yap. La mia guida dell’isola scrive di mandare a monte l’operazione, si è incazzato perché gli ho dato buca. Gli rispondo subito con un vocale in inglese, dicendogli che sono stati giorni difficili, che mi hanno letteralmente sviscerato dall’interno. Ci sono stati dei frangenti in cui non mi sono mai sentito così vuoto nella vita, lo informo. Prima che io vomiti ancora, Yap mi risponde. Mi chiede se sono ancora interessato fare la prova del Salto. Gli scrivo più veloce che posso, dandogli appuntamento per stasera, scusandomi per la buca e spiegandogli ancora una volta le cause. Dopo qualche minuto, Yap scrive in inglese: Club India. Stasera.

Posiziono la testa di fronte a questo scolo che mi è ormai è familiare, vecchio almeno cento anni e mai igienizzato veramente. Dico Club India e vomito di nuovo.

I coleotteri robot emanano onde sonore, fuori dalla finestra. Si sente un botto gigantesco dall’altra parte, poi: suoni di allarme insieme all’impulso debole delle gocce d’acqua. Sputo nel cesso e mi asciugo la bocca. Mi rialzo in piedi. Ho un appuntamento con Yap, l’uomo in grado di offrirmi il servizio essenziale per svolgere la prova “Salto nel Vuoto”.

Yap è il mio uomo della provvidenza, l’unico in grado di fornirmi l’attrezzatura necessaria per fare bungy jumping, nonché farmi entrare nel tempio di Aya senza noie da parte dei monaci guerrieri. Anche se lo dico da quasi due giorni, questa sera sono pronto per uscire da questa stanza. Doccia fredda, mi vesto e scendo nella hall, attraversando con le mie Crocs bianche i corridoi dell’hotel Vimana, la cui struttura si riversa lungo sei livelli, collegati da scalinate precarie e ossidate all’interno d’una pittoresca copertura a forma di volta a botte, arcate di ferro e grosse vetrate. La mia mappatura dell’isola finisce qui, all’Hotel Vimana, situato nella piazza principale del quartiere Cao Nima: uno dei principali snodi commerciali di Nishi.

“Come va, Mister?”

Mi avvicino alla reception con un sorriso. “Meglio, sto meglio, grazie… A proposito, sto cercando un posto che si chiama Club India. Mi potrebbe dire dov’è collocato?”

Kashem mi fissa, senza muovere un muscolo. Passano dieci secondi, dieci secondi in cui il receptionist mi fissa senza muoversi, facendomi percepire la sua espressione come una corazza protettiva. Lo saluto con un sorriso.

Serie: Solar Punk


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Discussioni

  1. Un inizio convincente e un brano altrettanto interessante: Bella la descrizione dell’ambientazione e del mondo narrativo, il punto di vista e sempre molto affascinante, assomiglia a Stefano e avendo letto di un ex collega filippino… qasi, quasi. Molto aprofondita e ricca di figure azzeccate anche la descrizione del malessere, tanto che è venuta la nusea pure a me 😛
    Al prossimo episodio

    1. Ahahahah! Si, il protagonista potrebbe essere Bizzaglia, magari dopo che ha preso i soldi dell’assicurazione 😉 cmq per la scena dell’elicottero mi sono ispirato a Jurassic Park, la scena in cui arrivano all’Isla Nublar, poi il vomito spesso ci sta, ma non viene descritto spesso, è una situazione comune, specie se esci fuori dal continente, capita spesso, cmq bella!

  2. “In questo pomeriggio dai riflessi dorati, tutto quanto fluisce via da me. Il mio è un vomito degno d’essere bramato, nel silenzio che conduce alla notte.”
    Questo passaggio mi è piaciuto