Vertigo

C’è qualcosa di insito in noi umani, una complessa miscela di ordini insindacabili che arrivano direttamente dall’animo, e tutto ci ordina di ascendere. Armati dei più pionieristici strumenti per l’arrampicata, ci andiamo a imbarcare nelle peggiori imprese, dove la vita è a rischio e le possibilità di riuscita rasentano lo zero. Ed è maestoso fallire, più bello e gratificante del raggiungere il punto più alto del mondo.
     La sensazione di goduria più intensa l’ho provata a un passo dalla morte, infilata per metà sotto un camion alla tenera età di sedici anni. Deve essere stato quello il mio primo orgasmo, vero e sconquassante, così terribile nel suo impeto da avermi spinta da lì in poi a ricercare più la morte che la vita. L’altezza, avevo scoperto, mi sparava dritta nel petto dardi avvelenati di estatica contentezza, la stessa che provavo solo dopo aver tentato di ammazzarmi in qualche fantasioso modo.
     Quale miglior lavoro se non l’agente speciale? Confezionata nella mia tutina attillata, sono stata spedita in ogni genere di missione suicida, le stesse di cui i veterani non volevano leggere nemmeno i briefing. I successi che portavo a casa facevano sudare i culi più sofisticati, e i capi delle nazioni cominciarono a sussurrare il mio nome nei corridoi, a passarsi sottobanco la mia scheda tecnica: mi avevano scelta. Conscia di avere il coltello dalla parte del manico, li avrei sfruttati per darmi una bella botta finale, una scarica di adrenalina così brutale che avrebbero dovuto ricomporre la mia sanità col cucchiaino.

Ed eccomi, oggi, a dover scegliere sul da farsi.
     «Sei seria, Asha?» il mio meccanico mi fissa negli occhi, «sì o no? Io dico di sì. Che me li stai facendo installare a fare questi cosi, sennò?»
     «Magari per camminare? Semplice.»
     «No, cara, no,» lui asciuga il sudore dalla fronte e mi fa girare di schiena, così da godersi il mio bel culo pieno di tatuaggi che osannano alla gloria di Nuova Delhi. «Questi attuatori nella coscia sono fuori da ogni logica. Li vuoi usare per fare jogging nel parco senza svegliare gli uccellini?»
     Sbuffo, stringendo le chiappe quando il suo cacciavite sfiora i sensori nervosi. «Devo installare un virus nella Torre Celeste. Mi serve essere silenziosa.»
     Il cacciavite gli rotola via dalle mani. Occhieggio oltre le mie spalle, studiando la sua improvvisa paresi facciale. Devo immaginare che nemmeno da me si aspettasse questo genere di pazzie.
     Chiude lo sportellino di accesso alla mia gamba e spruzza pelle sintetica per nasconderlo. «Vestiti, Asha,» mi suggerisce, sistemando meglio il maglione che gli si è arricciato sulla pancia grassoccia, «non è il caso che te ne stia sempre con la merce al vento, di fronte a me.»
     «Malcolm, che ti frega se mi infiltro in quella torre?»
     «Chi ti ha chiesto di farlo? Non è nessuno degli affari interni, non è nemmeno di paesi stranieri. Questa è una cosa che stai facendo per sfizio. Dimmi che ho torto.»
     «Oh, no, figurati,» tiro su le mutande, «non hai torto.»
     «Ti ammazzano. Come minimo ti arrestano.»
     Faccio spallucce, stringendo fitta la cintura dei pantaloni. «Ti ho già detto cosa fare se mi fanno secca. Sai dove voglio che mi seppellisci. E sai pure che devi seppellire solo la metà umana di me: niente ferraglia sottoterra.»
     «Quando cominci?» mi domanda, seccamente. Apre di un filo le tapparelle e lascia che un fascio di luce artificiale si confonda con la penombra dello studio.
     «Lunedì lavoro a un programma di allenamento che durerà un mese, poi preparo qualche software e un piano d’azione. La seconda domenica di settembre buco la sicurezza della torre.»
     Malcolm annuisce, passandosi la mano unta di grasso sulla liscia pelata abbronzata.
     «Ehi, ancora sicuro di non voler provare la succosità di una donna prima che mi facciano secca?»
     «Grazie dell’offerta, Asha, ma sinora nessun uomo mi ha mai deluso.»
     Lo saluto con un bacio sulla guancia e salto via tra gli scalmanati abitanti dei bassifondi. Il motore della moto sibila e, quando l’icona delle due batterie si accende di verde, giro a fondo la manopola del gas, lasciandomi alle spalle risate sguaiate in mezzo a ioni fritti.

Ho seguito il training per un mese esatto, giusto quanto è bastato a ricordare al mio corpo di non lasciarmi nella merda sul più bello. La seconda domenica di settembre siedo comoda in piazza dell’Unione, il maestoso ed eccessivamente spazioso slargo su cui si affaccia la Torre Celeste.
     Faccio finta di osservare gli alberi artificiali, le loro foglie progettate in laboratorio per rifrangere la luce nel modo che gli architetti hanno deciso a tavolino. Quando sto per calare gli occhi sul titanico portone in lega di acciaio, una donnina mi si siede accanto e si comincia a rifare il trucco, fissandomi attraverso lo specchietto portatile.
     «Stai attenta,» e dicendo così se ne va, dimenticando sulla panca una tessera con la mia faccia sorridente stampata sopra.
     Mentre lei sparisce tra la folla di cravatte e tailleur, io assorbo l’energia della Torre Celeste, accolgo in me la sua sfida e immagino di prepararmi a scalare un enorme monte innevato. La torre è così, un po’ candida e un po’ sporca, coperta interamente da schermi che a seconda della giornata cambiano colore e mostrano immagini del nostro passato, che ci ricorda perché siamo qui e chi siamo. Chi siamo? Chi sono?

La tessera mi permette di arrivare massimo al trentesimo piano. Si susseguono loculi con schermi spenti, tombe per giovani che, come tanti altri, tentano la fortuna appresso a compagnie che li vedono solo come numeri.
     Dalla tasca della divisa da inserviente che la mia collaboratrice mi ha prestato, tiro fuori un piccolo ragno e lo poggio sul pavimento. Il mio amico elettronico zampetta sino al pannello dell’ascensore. Mi acquatto sotto una scrivania, al riparo da telecamere e spioni, e attendo che violi il loro sistema di sicurezza.
     Questo e altri trucchi mi sono costati in totale sei ore. Sei lunghe ore per raggiungere l’ultimo piano della Torre Celeste. In settanta e passa piani sono riuscita ad ammazzare sedici persone e sedurne sette, e a farmi incrinare tre costole. Poco male, no? Alla fine sono arrivata: sono davanti alla porta del direttore della sicurezza. Mi basterà collegare il telefono al suo computer, premere invio e lasciare che il programma che ho compilato faccia il resto.
     «Ferma!»
     Mi volto, non troppo sorpresa di essere stata scoperta. «Ops. Sei tu il capo della sicurezza? Sistema penoso, devo dirtelo.»
     «Che hai fatto?» inveisce, avvicinandosi al suo computer. Preme tasti a casaccio, senza la più pallida idea di come interrompere ciò che ho avviato. «Fermalo!» mi punta contro una pistola. Indica lo schermo con un cenno del capo e io rispondo con un sorriso. «Giuro che ti sparo, ferma il cazzo di programma!»
     La mia risposta è un bel dito medio, nello stesso esatto momento in cui sullo schermo del suo computer appare il volto stanco di mio padre. Lui è lì, l’unico uomo che ho veramente amato: si affanna per scalare un monte imbrattato di neve, barcolla sino a cascare sotto il peso dei suoi stessi bagagli. La faccia si vede per miracolo, imbavagliato com’è, ma nella mia mente la sua bellezza esiste, seppur dolorosa da accettare. Nuoce sempre pensarci, proprio come mi ha sempre ferita il buco nero che ha lasciato nel mio cuore. Papà è morto solo, ripreso da un maledetto drone che è restato a fissarlo sino a che non è stato sepolto dal ghiaccio.
     Rido. Rido perché so che Malcolm e il resto della città lo stanno vedendo, proiettato su ogni singolo schermo della Torre Celeste.
     Ti voglio bene, papà. Avrei voluto affrontare ogni altezza della vita con te.

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Commenti

  1. Dario Pezzotti

    Ciao Giovanni, secondo me il lab ci sta tutto. Scrivi bene, non serve che te lo dica; le tue opere sono sempre originali e questo racconto non fa eccezione. La morte affascina? Non saprei, ho sempre pensato che, separata dai ricami da romanzo, non sia altro che freddo e buio. È però indiscutibile che molti cerchino l’adrenalina per sentirsi vivi; la famosa storia dei cento giorni da pecora contro il singolo giorno da leone.
    L’eroina cazzuta (passami il termine) affascina sempre, anche se negli ultimi tempi ritengo sia diventata una figura troppo abusata. Un po’ mi mancano quelle fanciulle romantiche che non chiedevano altro che essere salvate…😉😁
    A parte tutte queste considerazioni, devo dirti bravo anche stavolta.🙂

    1. Giovanni Attanasio Post author

      Ciao,
      la visione della morte che ha la protagonista è molto legata alle sue esperienze, ciò che io penso resterà un mistero (anche a me)! 🙂
      Non sapevo che la figura dell’eroina cazzuta fosse in voga, ma lo posso ben credere visto il periodo di rivalsa in cui viviamo. Non ho capito se sei un fan delle dame in difficoltà, perché io un po’ lo sono. 😉
      Se si presenterà il lab giusto, darò sfogo a quel mio lato vulnerabile e tirerò fuori la più dolce e indifesa delle eroine. Tira un arietta romantica attorno alla mia tastiera, e aspetto il giusto momento per sfogarmi. 😛
      Alla prossima!

  2. Micol Fusca

    Ciao Giovanni, mi associo ai complimenti. Gli esseri umani cercano di contrastare il timore della morte, ma soprattutto della vita, sublimandolo in altri “bisogni”: sesso, “cazzate”, potere, cibo, gatti (bestie infide che ti rubano cuore e ragione, non ti fanno pensare e zampettano a sproposito sopra la tastiera). Mi sono piaciute moltissimo le atmosfere del tuo racconto. Mi hanno ricordato quelle di Blade Runner, uno dei miei film preferiti.

    1. Giovanni Attanasio Post author

      Ciao,
      in effetti c’è qualcosa del classico cyberpunk. L’incipit ha guidato il resto della storia, con la scelta di creare una protagonista dura e disinibita, in un certo senso. Giuro che la prossima volta rispetterò un po’ di più la traccia del video! 😛

  3. Antonino Trovato

    Ciao Giovanni, a parte il fatto che l’intero racconto è scritto davvero con grande perizia e cura, e ne ho apprezzato ogni singola riga, Asha è un personaggio davvero figo, mi piacerebbe vederla in azione in altri tuoi racconti, e anche la realtà futuristica è interessante! Ma il finale mi è piaciuto davvero tanto, un finale dove ho intravisto il lato malinconico di Asha! Davvero bello😁!

    1. Giovanni Attanasio Post author

      Ciao,
      dubito che Asha tornerà sugli schermi, nonostante io stesso mi sia affezionato a lei. La prossima serie che avvierò sarà su setting fantasy, ma anche lì ci sarà una forte figura femminile (come accade spesso nei miei racconti, sembrerebbe). Per il resto, grazie per avermi letto! 🙂

  4. Cristina Biolcati

    Ciao Giovanni. Il racconto è scritto molto bene. La trama è fantasiosa e dal risvolto tenero. Vorrei dirti che, più di tutto, mi ha fatto riflettere il tuo incipit. Hai proprio ragione! L’uomo teme la morte, eppure ne è inconsciamente affascinato. E per questo motivo, sovente la sfida facendo delle cavolate assurde. Leggi cazzate 😂Alla prossima 🙂

    1. Giovanni Attanasio Post author

      Ciao!
      Non posso negare di essermi ispirato alla mia adolescenza, e immagino quella di tanti altri, in cui diventa “necessario” tentare la follia più in voga del momento pur di vivere. Il resto della storia è un puro sfogo “cyberpunk”, non lo nascondo, ma mi sono costretto a fare qualche riflessione.
      Grazie per avermi letto! 🙂