Voragini

Terza superiore, era una mattina di novembre, faceva freddo, nello zaino cartine lunghe e caramelle energetiche. Un bombolone e un cappuccio nello stomaco, avevo preso l’appuntamento a quell’ora per evitare il compito in classe di Economicità della gestione aziendale. Istituto Tecnico Commerciale Statale Rosa Luxemburg, indirizzo Amministrazione, Finanza e Marketing. Ok lo ammetto: volevo anche evitare l’intervallo. Mi era passata la voglia di cercare strade per essere come i miei compagni. Iniziai a fumare erba tutti i giorni e a saltare le lezioni sistematicamente.

Sulla corriera senza biglietto, guardando i campi silenziosi con la terra scura, i fossi d’erba gelata, i caseggiati bianchi e gialli e ocra e rossi fino in centro. Scesi in Via Ugo Bassi, era presto e andai a sedermi sui gradini di San Petronio per un po’. Guardai i piccioni, i corpi delle persone, qualche bicicletta passare, il fisico pazzesco del Żigànt e il suo tridente. La testa vuota e quella voglia di riempirla solo con una nuvola di fumo.

Mi incamminai, a lacci sciolti, un piede dopo l’altro, veloce. Senza fiatone.

A sei anni facevo sempre lo stesso sogno.

Non appartenevo a questo mondo, atterravo lentamente sul cortile di ghiaia che si trovava davanti casa mia all’interno di una specie di boiler oblungo, sì, una specie di scaldabagno da ottanta litri, tipo un sommergibile in verticale. Una capsula spaziale monoposto. Quando mancavano ancora venti metri all’atterraggio, l’acciaio del mio velivolo si apriva a spicchio e io capivo che era il momento. Prendevo la mia pistola laser e mi lanciavo fuori. Non cadevo, ma levitavo, sospeso nell’aria fresca e cristallina di quel nuovo mondo. Nuovo perché visto da un’altra prospettiva, ma era esattamente il mondo in cui ero cresciuto. Mi guardavo in giro, sempre tenendo stretta la mia arma. Roteavo su me stesso e mi era sufficiente prestare attenzione alle cose, semplicemente guardandole, per avvicinarmi a loro. Galleggiavo nell’aria qui e là, studiavo senza fretta il posto. Il cortile, il condominio adiacente a casa mia, i tetti a coppi e i comignoli, i camini, finestre e porte, tutte le protuberanze e le rientranze del mondo, i suoi chiaro scuri, le auto parcheggiate nel posto sbagliato, i bidoni della spazzatura, il triciclo del vicino dimenticato appoggiato al muro del locale che una volta era adibito a latrina. Non c’era nessuno a spasso nell’abitato, dormivano tutti, c’ero solo io al centro di quel silenzio immobile e trasparente… avvicinavo il dorso dell’arma agli occhi, con l’altra mano la impostavo ed ero pronto. Prendevo la mira e… sparavo: PAM!

Arrivai davanti allo studio in Strada Maggiore. Due vetrine sobrie, un’insegna semplice color mattone, pastello, con la scritta bianca a caratteri ombreggiati APOLLOS TATTOO. I vetri erano perfettamente puliti con una sottile cornice arancione ognuno. Il logo, una corona di alloro alata, era inciso su ogni lastra ad altezza occhi. Un piccolo cartello quadrato appeso dietro la porta diceva OPEN. Dentro una modesta scrivania per l’accoglienza, coperta da diversi album. Vidi un ragazzo asciutto e lungo, seduto dietro la scrivania, chino su di un foglio, intento a disegnare. Aveva il cranio completamente rasato, alcune foglie di alloro in fila tatuate su ogni lato, all’altezza delle tempie. Doveva essere Marco. Io ero il primo cliente della giornata, come mi aveva accennato al telefono, non c’era nessun altro nello studio. Marco alzò la testa e mi vide, con un cenno mi invitò ad entrare. Mentre spingevo la porta iniziò a battermi forte il cuore.

Premevo il grilletto forte, a lungo, con soddisfazione. Un raggio laser potentissimo distruggeva qualsiasi cosa entrasse nella mia visuale. Disfare, cancellare, dimenticare. Antenne della tv, comignoli, tetti, grondaie, lampioni, auto, bidoni della spazzatura, porte, finestre, scuri, inferriate, muri con gli intonaci sbriciolati. Distruggi, distruggi, distruggi! Niente macerie, il mio raggio laser bruciava la materia in un buco nero vuoto, a volte la faceva esplodere in aria, ma i detriti non ricadevano mai al suolo, si dissolvevano. Sparavo senza pietà, distruggevo, sarei riuscito forse a creare una voragine così ampia, sufficiente a contenere anche me e la mia rabbia per sempre. Mi ci sarei tuffato dentro una volta finita la missione e fanculo a tutto il mondo. Buca, buca, buca! Il mio laser ingoiava la materia!

Poi mi svegliavo. Avevo sempre male al dito che usavo per premere il grilletto, che avevo tenuto piegato stretto stretto sotto le coperte per tutto il tempo. Era mattino, guardavo la luce entrare dalla finestra. Avvertivo il forte impulso di lanciarmi fuori e, rimanendo sospeso a mezz’aria sul cortile, puntare di nuovo la mia arma. Perché ancora non mi era bastato, no. Dov’era? Tastavo sul materasso sotto le coperte e sotto il cuscino, guardavo a terra ai piedi del letto, sotto il letto, ma non la trovavo più. Possibile? Era sparita. Ma dov’era? La mia forza, la mia capacità di distruggere e di annientare non c’era più… sospiravo triste, allora, ero un bambino inutile adesso, senza qualità. Ma solo fino alla notte. Aspettavo impaziente per tutto il giorno l’ora della nanna.

«Ciao».

«Ciao! Tu devi essere Andrej».

«Ciao piacere» mi diede la mano senza alzarsi.

«Allora… mi hai portato un’immagine di riferimento?»

«Sì» mi tolsi lo zaino di dosso e lo appoggiai a terra, mi piegai ed aprii la cerniera, «è piccolo, grandezza naturale, ecco» appoggiai il foglietto sulla scrivania. Lui lo sollevò e se lo portò vicino agli occhi.

«Davvero piccolo».

«Sì… era sorridente, gli ho corretto la linea della bocca con un pennarello… forse ho fatto un pasticcio… ma niente sorriso, non farlo cattivo, ma togli quel sorriso».

Annuì per un po’, guardandolo da vicino. Poi aprì un cassetto.

«Allora… dove l’ho messa… io adesso te lo rifaccio come andrebbe fatto sulla pelle, stesse dimensioni, linee magari semplificate, senza sorriso».

«Ecco, vorrei anche che togliessi le scosse dalle guance. La mano destra a forma di pistola, lui le scariche elettriche le spara dalla mano a pistola» gli feci vedere con le dita della mano destra cosa intendevo. Iniziò con una penna blu a disegnare i contorni su di un foglio di carta lucida, ripassandoli diverse volte.

«Ai colori ci pensiamo dopo, dove le lo vuoi fare?»

Gli indicai la posizione sul collo.

«Pensavo non più grande di una moneta da due euro».

«Ok, avvicinati».

Mi appoggiò la carta lucida sul collo, aprì un cassetto, tirò fuori uno specchio e me lo diede.

«Grandezza? Ci siamo? La mano forse vuole un po’ più grande, altrimenti non si vede… vieni che andiamo nello studio, ti disegno i particolari direttamente sulla pelle».

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