Wild boys, never loose it…

Serie: Wild boys

L’orologio che sta sopra l’entrata della scuola segna le 8.00. Per fortuna che ci ha i numeri. Sbadiglio e mi tira la faccia, ieri notte non ho dormito. Pensavo al segreto che mi ha detto Mario. Quello sul sasso di papà.

Mi volto e vado verso i giardinetti.

Mi allungo dietro il cespuglio con le palline rosse. Mi piace l’aria dei giardinetti, sa di pulito. Mica che sono l’unico che ci piace, ci viene pure Nico. Quest’anno me lo sono ritrovato in classe. Dicono che non ci piace la scuola, però mica che vuole lasciarla. Stacco una pallina e me la metto in tasca. Poi, ne stacco un’altra, e un’altra…

Ora l’orologio segna le 8.10. Mi viene quasi da fare pipì.

Mentre conto le palline che ci ho in tasca, sento la voce di Nico, e di una ragazza. Mi inginocchio e infilo la faccia nel cespuglio, spostando i rami per spiarli.

Si mettono a sedere proprio sulla panchina di fronte a me. Prima della campanella, Nico porta le ragazze sempre qui. Se faccio rumore, mi sentono di sicuro ché sono solo quattro passi dal cespuglio. Di quelli che mi ha insegnato a fare Mario per misurare i metri di prato.

Le loro lingue si leccano, che nemmeno nei film. Nico si prende tutte le ragazze della scuola. Eppure ci ha la pancia, e sembra una puzzola con quella striscia di capelli ricci in mezzo alla testa, e ci ha pure il naso storto, con la pelle rotta da una ferita vecchia. Ma alle ragazze piacciono quelli che fanno paura solo a guardarli. L’ha portata sulla panchina così ci fa sapere a tutti che è la sua ragazza.

Lei ci ha le lentiggini e i capelli biondi e la pelle bianca, come me. E un braccialetto alla caviglia che mi fa girare la testa: quando lo vedo, il pisello si muove da solo e diventa duro, che quasi assomiglia a un tronco. Mica che ci spero di avercela io, una così. Semmai, una cinesina. Così, per una volta, non mi dispiace che la lingua mi esce sempre fuori.

Sento l’aria nella pancia. Mi alzo e scoreggio.

«Ma che cazz…» Nico si volta, il naso ci fa le pieghe come a un cane che ringhia. Mi ha sentito pure lei e allora abbasso lo sguardo. Che brutta figura. «Ma guarda ’sto mongolo» dice Nico, indicandomi con la mano. Sento le formiche e il fuoco alle guance. Dondolo: lo faccio per calmarmi, e quasi sempre funziona.

«E dai, lascialo stare» ci dice lei, mettendogli le mani sul petto. «Lo sai com’è, Tony.» Lei è buona, anche se ci piacciono i cattivi.

«Tu non rompere le palle.» La prende per un braccio e la tira via. «E vaffanculo.»

«Sei… sei uno stronzo.» Lei piange. Va via. Vorrei dirci scusa.

Nico si alza e viene verso di me, ritirando la pancia e gonfiando il petto. «Ci spiavi? Magari ti tiravi pure una sega.» Agita la mano, mica che lo so perché. «Ma tanto tu usi il pisello solo per pisciare.» Mi dà una spinta e cado col culo per terra. «Ritardato di merda.»

Mi guardo intorno cercando aiuto. Paolo ci punta col telefonino. Forse ci sta facendo un film. Deve essere bravo, una volta ce li chiese persino il preside, i film. Ada ride e dà una gomitata a Sergio, il suo ragazzo del giorno, che ride pure lui. Giovanni parla all’orecchio di Davide, il vicino di banco. Dicono che si piacciono, ma io non ci credo. Ai ragazzi piacciono le ragazze, ce lo insegnano a religione. Ai giardinetti ci stanno sempre tanti compagni di classe, ma non mi vedono. Allora mi sento che devo scomparire e la testa mi va da un’altra parte.

   

Sul marciapiede, spiavo Nico da dietro la siepe. Stava nel giardino di casa sua e col braccio teneva un bastone. Lo avvicinò alla bocca e si mise a cantare.

Wild boys, never loose it…

Aveva una voce forte, ma che era pure dolce, quasi come le carezze di mamma. Si muoveva leggero, non sembrava lui. Anche Nico era da un’altra parte, dove persino lui non era cattivo.

Il papà uscì in giardino, in giacca e cravatta, e tanto gel nei capelli. Sembrava Jordan di The wolf of Wall Street. Ci arrivò da dietro e ci tirò i capelli. Lo buttò a terra e ci rubò il bastone. Nico agitava le braccia e le gambe, e piangeva e urlava di non farci male. Ma il papà lo menò col bastone in faccia. Nico coprì il naso con le mani, ma il sangue arrivò presto sulle guance e sul collo. Poi lo menò sulla pancia, e Nico si piegò come un bambino appena nato. Allora il papà ci diede un calcio alla schiena. Il botto mi fece saltare, e quasi mi faceva male la schiena. Nico si distese come un arco quando si tira la corda, la bocca spalancata, il viso viola. Poi, urlò. Iniziai a piangere.

Il papà ci schiacciò la faccia con la scarpa. «Se ti ribecco a fare il frocio che canta, ti levo da scuola e ti mando a lavorare. Fa’ l’uomo, invece di usare il pisello solo per pisciare.» Guardai la faccia e gli occhi del papà, e bagnai tutti i pantaloni, persino il marciapiede.

Erano gli occhi di Nico adesso.

   

Il ricordo mi scappa dalla bocca: «E tu sei un frocio che canta.» Mica che lo so che significa ma è stato come quando che la lingua mi esce fuori.

Tutti scoppiano a ridere.

Nico li guarda, a uno a uno. Poi, quando prende un sasso da terra, ritorna il silenzio. «Sei morto, mongolo.»

Mi spinge sul petto con la gamba, facendomi sbattere la schiena a terra. Sta a gambe larghe sopra di me. Carica il braccio. Sento il pisello che mi pizzica, adesso mi scappa davvero. Ma poi penso che sono The Ultimate Warrior e che lui è Macho Man, e allora ruoto sul fianco e schivo il sasso. Il botto ha rimbombato nelle orecchie.

Mica che lo so come ho fatto.

Ruoto di nuovo. Nico prepara un pugno. Scatto con la gamba e ci do un calcio nelle palle. Si porta le mani in mezzo alle gambe, tossisce e sbatte i tacchi sul terreno. Mi alzo e mi metto a correre.

Mi volto un secondo. Nico mi insegue, la faccia rossa e le vene della fronte e del collo gonfie. Nonostante i vestiti, ho riconosciuto la ciccia che faceva le onde. Corro più veloce.

Tante cose non le capisco, e non le so fare come gli altri. Però, quando corro, le gambe vanno da sole. Come quando che viaggio con la testa o mi esce la lingua di fuori. Sento i botti del cuore e le gambe ci vanno dietro.

Un botto, un passo. Un botto, un passo…

E quando che mi sembra che non respiro più, la testa viaggia di nuovo e mi riporta da papà. E allora mi vedo uscire dal furgoncino e corro con tutta la forza che ho.

Serie: Wild boys
  • Episodio 1: L’erba cattiva
  • Episodio 2: Wild boys, never loose it…
  • Episodio 3: Lavoro finito
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    Commenti

    1. Giuseppe Gallato

      “Il papà ci schiacciò la faccia con la scarpa. «Se ti ribecco a fare il frocio che canta, ti levo da scuola e ti mando a lavorare. Fa’ l’uomo, invece di usare il pisello solo per pisciare.» Guardai la faccia e gli occhi del papà, e bagnai tutti i pantaloni, persino il marciapiede.
      Erano gli occhi di Nico adesso.”
      Questa è una parte che ho trovato molto significativa, mi ha tempestato di una terrificante moltitudine di emozioni, prime fra tutte rabbia e paura. Leggere una storia simile – dai temi così forti -, attraverso gli occhi di questo protagonista, fa proprio un certo effetto.

    2. Sara

      Sai che ti seguo e mi piace leggerti perché richiedi più impegno perché il tuo stile non è mai scontato banale anzi , ti destreggi in ogni narrazione. Il tema è fortissimo, delicato , crudele e tu colpisci.

    3. Dario Pezzotti

      Una storia coraggiosa, narrata con uno stile non convenzionale. Che sai scrivere bene ormai lo sanno tutti, ma con questa serie hai deciso di metterti alla prova. Chi si ferma è perduto! Ti applaudo virtualmente.

      1. Massimo Tivoli Post author

        Grazie Dario. Sì, Tony non è un soggetto facile da interpretare… ci ho voluto provare, avevo questa storia in mente da tempo.

    4. Isabella Bignozzi

      Credibile e ben scritto. Sei entrato benissimo nei pensieri del ragazzo, nel suo punto di vista. Ben fatto anche il flashback che risulta naturale nel ritmo e spiega molte cose. Bravo 🙂