Windigo

Askuwheteau, Egli Veglia, aveva meditato a lungo prima di compiere quel passo.

Aveva ceduto il titolo di capo tribù al figlio ben dieci inverni prima: la guerra contro gli stranieri lo aveva stremato e si era visto costretto ad una scelta. Migrare da un luogo all’altro alla ricerca di pace per la sua gente, mettendo fiumi e foreste fra loro e i conquistatori. L’inverno era stato duro e la fame aveva mietuto diverse vittime. Dopo le notizie riferite dagli esploratori, raccoglitori e cacciatori avevano timore di lasciare il villaggio. Nuovi insediamenti erano sorti in prossimità del lago e presto lo straniero avrebbe preteso altre terre che non gli appartenevano.

Chogan, Uccello Nero, aveva deciso di riprendere la marcia. Comprendeva la decisione del figlio, ma era consapevole che affrontare il cammino in quelle condizioni avrebbe portato altre morti. Le foreste offrivano cibo sufficiente, ma nessuno si inoltrava nei boschi preferendo cacciare nelle vicinanze. Gli uomini in forze non avevano cuore di assentarsi dalla tribù, seppur per pochi giorni: erano gli unici a poter contrastare un eventuale attacco.

Egli Veglia, aveva radunato gli altri due anziani sul fare del tramonto. Abooksigun, Gatto Pazzo, si era dichiarato in disaccordo ma Ahiga, Colui Che Combatte, aveva compreso il suo intento. Tanto valeva tentare. Colui Che Combatte aveva condiviso molte battaglie con Egli Veglia, erano figli dello stesso padre.

Non aveva consultato lo sciamano, Mundoo, Grande Spirito, sapendo di incorrere nella sua ira. L’uomo medicina aveva levato canti e invocazioni agli spiriti, cercato la loro protezione senza successo. Forse Nixkamich, Grande Padre, avrebbe saputo cosa fare. Era un uomo saggio, aveva vissuto cento inverni e la sua conoscenza era grande. La sua morte aveva portato sconforto.

La forza della disperazione aveva convinto Egli Veglia a scrutare ogni ricordo con attenzione. Il sangue di Grande Padre ancora scorreva nelle vene di una giovane donna. I più lo avevano dimenticato, ma non gli anziani.

Mentre arrancavano in direzione della collina, Gatto Pazzo non fece che lamentarsi.

«Quella donna è matta come una volpe.»

Colui Che Combatte levò gli occhi al cielo, infastidito. Avrebbe preferito sbrigare quella questione con Egli Veglia, ma il fratello gli aveva ricordato che non erano i soli a far parte del consiglio degli anziani. Il rispetto che dovevano a Gatto Pazzo li aveva spinti a confidarsi con lui.

Erano un ben strano corteo, tre vecchi che scalavano a fatica una collinetta poggiandosi a bastoni scolpiti. Egli Veglia trascinava la gamba destra ormai paralizzata, prendendo coraggio dallo spirito guerriero che lo aveva animato da giovane.

Quando giunsero nei pressi del wigwam, lo trovarono deserto.

«Ecco, e ora? Njlon starà correndo appresso a qualche oca selvatica nell’intento di ammaestrarla.»

Era già accaduto, quando Njlon, Padrona, era bambina. Viveva in un mondo tutto suo ed era stato impossibile fare di lei una donna. Aveva venti inverni e da tre si era allontanata scegliendo di vivere in solitudine.

«Attendiamo.»

Egli Veglia cercò una roccia sulla quale sedere. Una delle stuoie del wigman, la tipica abitazione/ tenda degli Ojibwa, era scostata: Padrona non era andata lontano.

Chiuse gli occhi, pregando gli spiriti. Nelle ultime lune nuove non aveva fatto altro.

Padrona emerse dal bosco portando fra le braccia un cesto pieno di verdure selvatiche. Nel vederli le sue labbra si tesero in un sorriso felice: non era solita ricevere visite.

Raggiunse in fretta la tenda, lasciando il cesto a terra per inchinarsi a loro. «Benvenuti, nonni.»

Il volto di Gatto Pazzo si fece rosso dall’indignazione, ma lo sguardo di Egli Veglia lo diffidò ad aprire bocca.

«Posso offrirvi ristoro? Stamane ho preparato una bevanda con le erbe raccolte nel bosco: il suo gusto è gradevole ed ha il potere di ristorare l’animo.»

«Volentieri, Padrona.»

La fanciulla strinse a fessura gli occhi per alcuni istante, meditabonda. Quindi, scoppiò in una sonora risata. «Ti chiedo perdono, non ricordavo di aver ricevuto quel nome.»

Ancora prima di allontanarsi dalla tribù, Padrona ne aveva scelto uno di sua iniziativa.

Egli Veglia scambiò un’occhiata con gli altri: Colui Che Combatte stava trattenendo a stento una risata. Tornò da lei, valutando le sue forme con discrezione. Sebbene piacente Makkitotosimew, Ha Grandi Seni, era un nome che mal le si adattava.

Gli volse le spalle rapida come una cerbiatta, entrando nella tenda per uscirne subito dopo con una brocca e tre scodelle di legno. Consegnò ad ognuno la bevanda ed Egli Veglia la portò alle labbra per primo. Il gusto era piacevole e parve dare conforto alle sue ossa. La sbirciò ad occhi socchiusi, pensieroso. Era brava, le pozioni che Grande Spirito gli aveva rifilato erano riuscite solo a fargli venire mal di stomaco.

Si era seduta di fronte a loro, su un ceppo. Non riusciva a stare ferma, i piedi poggiati a terra cercavano il conforto della terra giocando con essa.

Il vecchio decise di parlarle apertamente. «La situazione è grave, Ha Grandi Seni.» Sputò quel nome cercando di mantenere un contegno. «Gli stranieri sono in marcia, giungeranno qui non appena trascorso l’inverno.»

La giovane annuì. «Il bosco già lo sussurra.»

Egli Veglia deglutì. «Sono qui per chiedere il tuo aiuto.»

Gli occhi di Ha Grandi Seni mutarono d’espressione d’improvviso, facendosi profondi come nere stelle: per un attimo, il volto del bisavolo si soprappose al suo.

«Cosa sei disposto a sacrificare, per la tua tribù?»

Egli Veglia non tentennò. «Corpo e spirito.»

Gli occhi della ragazza tornarono a brillare, le sue labbra si aprirono in un sorriso sbarazzino. «Beh, allora non ci sono problemi.»

Si alzò, decisa. «Danzerò.»

Mentre scompariva, i tre anziani si scambiarono uno sguardo perplesso. Le danze rituali necessitavano di preparazione, purificazione: Ha Grandi Seni fece ritorno dopo poco, abbigliata approssimativamente con della tela di sacco. Aveva dipinto il volto con i colori cui si adornavano i guerrieri e indossato un vecchio copricapo di penne.

Iniziò ad ondeggiare al ritmo di un immaginario tamburo, tenendo nelle mani delle spighe secche. Il tempo di fare un giro attorno a loro e Ha Grandi Seni si fermò soddisfatta.

«Ecco fatto. Il Salvatore giungerà alla prossima luna piena.»

Nemmeno Gatto Pazzo ebbe la forza di aprire bocca. Egli Veglia si alzò, sconsolato, chinando la testa per un saluto rapido.

Gatto Pazzo ritrovò la parola a metà del cammino. «È matta!»

«Però ha delle belle natiche.» Colui Che Combatte scoppiò a ridere.

Egli Veglia gli rivolse uno sguardo sornione; non aveva ignorato l’interesse del fratello per la “danza”.

Fecero ritorno al villaggio separandosi per rientrare nelle rispettive tende: chi divertito, chi offeso, chi in preda allo sconforto.

La luna piena sorse senza portare novità.

Egli Veglia non riuscì a prendere sonno. Si allontanò in direzione del bosco fino ad una radura poco lontana. In quel luogo sacro gli alberi si diradavano per far posto a prato circolare, illuminato dall’astro. Il vecchio sedette al centro, stanco. Dubitava di potersi rialzare, in quella scomoda posizione non poteva fare leva sulla gamba sana: poco gli importava. Uccello Nero aveva deciso di mettersi in marcia, per portare la tribù ad ovest. Egli Veglia dubitava di sopravvivere al viaggio; meglio morire lì, dove aveva vissuto anni felici. Quella terra aveva accolto le ceneri di Sooleawa, Argento, la moglie che aveva amato.

Uno strano tepore si fece strada in lui, fino a diventare bruciore. Avvertì la carne farsi bollente, molle. Quando sollevò un braccio verso l’astro vide con orrore che aveva mutato aspetto: la mano era scomparsa lasciando posto a una zampa artigliata, forte quanto se, non più, di quella di un’aquila.

Il calore scese, coinvolgendo tutto il corpo ed Egli Veglia non poté che levare un grido alla luna che lo osservava silente.

***

Si risvegliò baciato dal sole. Si trovava a parecchie miglia dalla tribù, ma non gli costò percorrere il cammino che lo separava dall’abitato. Sostò al limitare del bosco, chiedendosi cosa fare.

Scelse di dirigersi sulla collina, dove Ha Grandi Seni lo attendeva con una coperta in mano. Egli Veglia se la drappeggiò addosso, sedendo sulla roccia che già aveva ospitato le sue membra: nessun dolore lo affliggeva. Accettò la scodella che la giovane gli porse.

«Un Windigo. Questa è la soluzione? Un mostro notturno che si ciba di carne umana, un’anima che mai potrà raggiungere gli antenati?»

Ha Grandi Seni sedette a terra, facendo spallucce. «Hai detto di essere disposto a tutto.»

Egli Veglia annuì: aveva ragione, lo aveva promesso.

«Dopo averne sbranato un paio, dubito che gli stranieri metteranno piede nella foresta. Il cibo non manca, puoi nutrirti di orsi.»

Il “vecchio” chinò lo sguardo sulle mani, strette sulla scodella: le macchie dell’età erano scomparse, sentiva la carne delle membra soda. Era ringiovanito di almeno quaranta inverni, il suo corpo era quello del guerriero che aveva vinto molte battaglie.

«Non posso fare ritorno.»

Ha Grandi Seni sorrise maliziosa, portando alle labbra la scodella. «C’è spazio per due nel wigwam.»

Una prospettiva allettante. Gli rimaneva un’ultima cosa da chiedere. «La “Danza”. Strega, non è quella che mi ha dato potere.»

La fanciulla scoppiò a ridere. «Certo che no, ma è stato divertente!»

Egli Veglia era d’accordo con lei: era stato divertente.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Fantasy, Umoristico

Responses

  1. Bello, bello, bello!
    Mi è piaciuto il racconto in generale, e un punto in più (anzi 10) per l’ironia che ci hai messo comunque, nonostante la tematica “feroce” del mostro mangia uomini. Il personaggio di Ha Grandi Seni alleggerisce in maniera piacevole, fa ridere ma non è ridicolo.

    Curiosità: ho scoperto il Windigo solo pochi mesi fa, quando me ne ha parlato un mio amico che voleva anche girare un cortometraggio (col sottoscritto nei panni della creatura, abbiamo fatto anche delle riprese di prova!) 🙂 quando ho letto il titolo, ho pensato “questo DEVO leggerlo, e farlo leggere al mio amico”! :- )

    1. Oddio, sarei curiosissima di vedere quelle riprese 😀 😀 😀
      Ho scritto questo racconto per il laboratorio del mese scorso, quello con la ragazza nativo americana che ballava. Non sono a mio agio con i western, così l’ho stravolto a modo mio.

    2. Direi che è venuto molto bene, “a modo tuo”!
      Eh, non ce le ho io! Aspettiamo che passi tutto questo, che magari riusciremo a girare qualcosa! (ps: a scanso di equivoci, non sono assolutamente un attore, eh! È un’idea di un mio amico molto creativo!)

  2. Ma che bello questo racconto! Bello l’humor con questi nomi azzeccati, che in altro contesto rischiavano di essere una macchietta, invece inseriti in quello tribale fanno molto gioco e fanno sorridere. Scelti molto bene così come l’ambientazione un po’ alla wild west con i vecchietti che risalgono la china, la danza…bravissima! p.s.: ho letto il singolo poi mi rifaccio, mi son detta chissà quanto avrà scritto Micol nel frattempo, papiri! 😀 un saluto!

    1. Ciao Maria Anna. Hai ragione, ho prodotto un gran numero di papiri, sono una scrittrice compulsiva 😀 😀 😀
      In questo laboratorio sul vecchio west ho voluto giocare un po’ sull’ironia pur non abbandonando il mio amore per il fantastico. Per i nomi mi sono studiata una lista alla ricerca di quelli che ci “azzeccavano” e devo dire di essere stata fortunata.

  3. Un po’ in ritardo, ma sono arrivato anch’io. Come ci si poteva immaginare hai scritto una bella storia, dall’inizio alla fine. Poi la scelta dei nomi, dopo una buona ricerca, sicuramente azzeccata. Alla prossima, Micol.

    1. Ciao Ivan, come ho detto agli altri mi sono divertita a scrivere questo libriCK ed ho avuto la fortuna di trovare dei nomi che hanno fatto gioco alla storia che avevo in mente. Per una volta l’horror si è colorato di qualche risata 😀

  4. Mi sono divertita, Micol. I tuoi nomi! Sono sempre “sul pezzo”! Per il resto, ho ammirato la linearità e chiarezza d’esposizione. Nei tuoi racconti sembra di essere al cinema. Ed è una cosa bella. Alla prossima 😉

    1. Ciao Cristina, hai visto che alla fine il western è stato un successone? 😀
      In questo lab si sono viste tanti stili e tante prospettive, la fantasia arriva ovunque. Secondo me è uno dei migliori negli ultimi tempi. Mi sono divertita anch’io, credimi. Ho attinto all’onnipotente google per i nomi in algochini e quando ho pescato questi sono andata a nozze!

  5. Ciao Micol, continuo a dirlo, la tua versatilità è magistrale, sei una narratrice nata! Riesci in ogni campo narrativo, ti adatti senza difficoltà, e anche questa avventura non è da meno da tutte le altre, un racconto che ho apprezzato davvero tanto dall’inizio alla fine 😁, mettendoci dentro anche l’elemento a te e a me caro, il fantasy 😁, ottimo Micol, alla prossima!

    1. Ciao Tonino, grazie davvero per il tuo appoggio. E’ importante e mi stimola ad andare avanti.
      In questo racconto mi sono voluta divertire e ho tratto ispirazione da un personaggio che adoro: Tonto di The Lone Ranger. Mi piaceva l’idea che la mia “Tonta”, come il personaggio dei fumetti, alla fine fosse tutt’altro 😀 😀 😀

  6. Lo aspettavo il tuo lab! E le mie aspettative non sono state affatto deluse, tutt’altro! Mi è piaciuta la storia, il risvolto inaspettato e la gestione dei personaggi e soprattutto dei nomi, cosa non facile con nomi così complessi. Ma non sono mai inciampata, al contrario. Il finale poi trova una giustizia per tutti… e vissero felici e contenti tra mostri e grandi seni! 🙂 Brava!

    1. Ciao Virginia, grazie!
      Mi sono divertita a scrivere questa storia, ho sostituito i nomi con il loro significato perché alla fine sarei diventata matta anch’io! Grandi seni e mostri sono una bella accoppiata 😀

    1. In realtà, al momento del parto fuori dalla tenda di Egli Veglia e consorte passava una gallina nera. Siccome il neonato era maschio, il padre ha sostituito “gallina” con un nome più adatto. Potrei inventarci una storia, sai? 😉

  7. Bello, brava Micol!😃
    In un’altra sede ti ho definito una narratrice, non a caso. Raccontare è il tuo forte, lasciando i dialoghi in secondo piano (ma i pochi che ci regali, sono magistrali). Il wendigo è una figura che ha sempre affascinato anche me.😉

    1. Ciao Dario, effettivamente “raccontare” è quello che mi riesce meglio. I dialoghi sono sempre stati il mio punto debole e dovrei imparare a gestirli. Sono contenta che il racconto ti sia piaciuto, peccato che i due windigo non si siano incontrati. Solo una curiosità, il tuo sarebbe stato “femmina”? Perché, se così, c’era di che divertirsi 😉

  8. “Il vecchio decise di parlarle apertamente. «La situazione è grave, Ha Grandi Seni.» Sputò quel nome cercando di mantenere un contegno. «Gli stranieri sono in marcia, giungeranno qui non appena trascorso l’inverno.»”
    Mi ha fatto ridere

  9. “Gli occhi di Ha Grandi Seni mutarono d’espressione d’improvviso, facendosi profondi come nere stelle: per un attimo, il volto del bisavolo si soprappose al suo. “
    Questo passaggio mi è piaciuto

  10. Il miglior Lab che abbia letto, la storia è affascinante, e la ricerca, almeno dal mio punto di vista, è accurata e molto credibile, belli i personaggi, molto bello il finale.
    Bravissima come sempre la nostra Micol

    1. Ciao Alessandro, così mi fai davvero arrossire. Questo lab era difficile, penso che altri se la siano cavata egregissimamente e onestamente non saprei indicare il migliore. Comunque, i complimenti sono sempre un balsamo che mi aiuta a perseguire il mio sogno: scrivere.
      Ho fatto qualche ricerca prima di mettere giù il racconto, non conosco il mondo dei nativi americani se non per la storia comune ed è stato interessante entrare in “casa loro” per un momento. E mi sono piaciuti da morire i nomi algonchini! 😀