Zara Vetere

…Il tempo non è una questione di “quando”, soprattutto per noi uomini: è una questione di esistenza, essenza: una questione di “cosa”…

Belgio, 2025.

«Due Negroni» ordinò Zara appena spalancò le porte del locale. Si lasciò cadere su uno sgabello, stanca come se avesse camminato per giorni in montagna portandosi una zavorra; la gamba intorpidita come sempre.

La barista si sistemò i bizzarri occhiali e la guardò di sbieco. «Non ne abbiamo. Magari un Moonshakes» rispose seccata.

Zara sbuffò. Il locale già le faceva schifo, a pelle proprio; a quel punto tanto valeva andare altrove. Ma il suo collega intervenne: «vanno bene due Moonshakes, grazie».

«Elena» lo ammonì Zara «la smetti di prendere decisioni per me?» Odiava quando il collega interveniva nei suoi affari, con quell’aria da cane bastonato, quasi a voler evitare che lei facesse una scenata.

«Sai quanto odio questa vocina irritante!» affermò lui.

«Sai che mi diverte così tanto, Anna».

«E la smetti di chiamarmi con nomi a caso? Per tua informazione, poi, sono un maschio

«Scusami J.D., non me n’ero accorto. Se vuoi tu puoi chiamarmi Dr. Cox».

«Che?»

Zara fece spallucce: «non è colpa mia se non hai cultura, Simplicio».

Il collega sbuffò. «Dio mio. Chi me la dà tutta questa pazienza? Quasi quasi torno ai miei libri!» si voltò «non mi dire che hai un’altra crisi…»

Zara lo guardò. I cocktail arrivarono. «Di che parli?»

«Ci risiamo» sbraitò l’altro.

«POTETE CAMBIARE QUESTA MUSICA DI MERDA?» urlò improvvisamente Zara spaventando tutti, «sono aperta a Beethoven, qualcosina di Brahms, quel che volete di Jazz, e addirittura Ariana Grande, ma per FAVORE basta con questo elettro-schifo

Tutti gli sguardi del locale erano puntati su di lei, per lo più con espressioni di fastidio o curiosità. Il collega sembrava un po’ nervoso: «scusateci, è un periodo difficile» fece. «Ti vuoi calmare? Sei scesa dalla parte sbagliata del letto oggi?»

«Dimmelo tu» fece lei, grattandosi la gamba intorpidita.

«Zara…dovremmo parlarne con il capo. Non possiamo continuare così».

«Senti un po’, Giuda, la smetti di rompere? E questo Moon-coso fa schifo. Odio il Belgio»

L’altro sbuffò: «seh, l’America…sei di nuovo fuori. Possiamo andare avanti con il caso della Olympus? La nave? Te la ricordi vero?»

«Che nave?»

KABOOM

Un’esplosione proveniente dall’esterno fece tremare tutto il locale; le bottiglie caddero, le vetrine si frantumarono. Poi il fracasso delle urla delle persone che scappavano, ed un nero fumo denso riempì le strade insieme alla puzza di bruciato.

Zara sentì un brivido correrle lungo la spina dorsale: finalmente un po’ di azione!

Mise mano alla fondina, si diede un pugno sulla gamba ed iniziò a correre: «Turbo, ci vediamo! Prendimi lo zaino e, già che ci sei, paga!»

Zara zoppicava tra la gente che fuggiva; la sua arma sguainata, lo sguardo deciso. Seguirono altre esplosioni: qualunque cosa fosse, si stava lasciando una scia di distruzione dietro: un locale era saltato in aria, alcuni droni infiammati precipitarono ed alcuni velivoli erano sotto sopra.

Zara intravide dei feriti lungo la via, e chiese rinforzi ed ambulanze.

Ma che diamine succede? si chiese, il fiato corto, la gamba che non reggeva più di tanto.

Non riusciva a vedere cosa stesse causando tutto quel trambusto; udiva solo il ronzio di proiettili, laser ed altre diavolerie. Intravide alcune pattuglie avvicinarsi a quel campo di battaglia, ma qualcosa sfiorò Zara, ed esplose alle sue spalle.

Cadde a terra scorticandosi le braccia; quando si rialzò vide i colleghi che cercavano di uscire dalle carcasse dei loro velivoli.

«Dannazione!»

Poco aggraziatamente Zara saltò sul tettuccio di una specie di auto e riuscì a scorgere in lontananza una donna provvista di ogni sorta di arma, un ghigno spaventoso e gli occhi infossati; i capelli lunghi erano mezzi anneriti da una fiammella che li stava consumando.

Zara sparò in cielo per avvertirla e intimarla a fermarsi ma, quando si accorse della poliziotta, quella rise e fuggì lungo un vicolo buio.

Zara la seguì. Voltò l’angolo e fece in tempo a vedere delle granate lasciate a terra: gli occhi si sgranarono ed istintivamente si gettò oltre con una capriola mezza storta, atterrando rannicchiata: l’esplosione la spinse via ma non la ferì.

Doveva stare più attenta. Si spolverò la giacca e riprese la corsa con gran fatica – c’era un motivo se il distretto non le aveva ancora affidato casi movimentati dopo l’incidente: sentiva la gamba tutta arrugginita e gracchiante; le diede un pugno.

Si fermò ad un incrocio. Fece capolino su uno dei vicoli e scorse la ragazza, un’arma lunga e sottile nella destra, un mini-bazooka nella sinistra: era ferma ad un vicolo cieco.

«Bene bene» fece Zara con l’arma puntata alla testa della sconosciuta «hai finito di fare guai, Jinx

L’altra rise, ma non rispose.

«Capisci ciò che ti dico o devo usare le maniere forti?» insisté Zara, «posa a terra le tue armi».

«Perché dovrei?» disse l’altra tra un risolino e l’altro, «è così divertente!» Si voltò lentamente. «Vuoi giocare con me?»

«Sono sicura che ti divertirai molto di più in isolamento. Dai Joker, butta le armi; tutte le armi».

Quella rise ancora. «Credi di potermi minacciare con una piccola minuscola pistoluccia come quella? Hai visto il mio bazooka?!» fece con una voce stridula come quella di una bambina dinnanzi al suo nuovo giocattolo «arriva da Marte!» e glielo puntò contro.

«Si certo…il dio della guerra». Zara cercava di guadagnare tempo per capire cosa fare: non era stata una buona idea correrle dietro da sola dopotutto. Non vedeva altra soluzione che sparare: era in svantaggio: doveva colpire per prima. Cercherò di fermarti senza farti troppo male, tranquilla.

«La manifattura marziana è divina, davvero!» continuò, accarezzando l’arma. «NON MI CREDI?! E’ così facile creare caos con questo. Il mio Signore lo sa: lui riesce ad abbracciare la diplomazia, ma anche la violenza, sai? E’ così che fa un buon leader!»

«Ascolta Machiavelli, hai ancora una possibilità di salvarti, poi -» ma quella sparò.

La gamba di Zara volò via, saltando in aria in mille pezzi, tra bulloni, viti e molle: la protesi all’avanguardia era distrutta.

Zara cadde a terra dopo un bel volo; prima di svenire vide l’enorme cupola che proteggeva la città dallo spazio ostile, e rimembrò cosa fosse diventata, dove si trovava, la nave spaziale Odissey e il caso che stava seguendo; infine si ricordò del collega.

Ricordò tutto.

… Esistenza perché un’entità la poni in uno spazio temporale definito; Essenza perché il tempo è cambiamento; sono le cose, nella loro esistenza ed essenza, a definire il tempo e il quando…

Neil City, Luna, 2134.

Quando Zara riaprì gli occhi e l’intorpidimento mentale passò potevano essere passati cinque minuti come quattro ore, lei non seppe dirlo.

Poi il panico l’assalì: le parve di rivivere l’incidente che l’aveva ridotta in quello stato.

Le iniziò a mancare il respiro, sempre meno fiato, finché non le sembrò di trovarsi sott’acqua.

«ZARA!» Era la voce del collega. Appena raggiunse Zara si chinò e le diede le sue solite pasticche.

Solo allora lei riuscì a calmarsi, e a poco a poco divenne nuovamente lucida.

Alzò la testa di scatto e vide che della sua gamba destra restava solo la base d’attacco della protesi, che si trovava ad un centinaio di metri più avanti, distrutta; cavi elettrici come nervi che fuoriuscivano, olio come sangue ovunque; si guardò la mano e i vestiti, tutti zuppi di quello schifo.

«Quella protesi mi è costata milioni» affermò «e faceva schifo». Abbracciò il collega, poi si fece aiutare a tirarsi su.

«C’è un motivo se la centrale ancora-» iniziò a rimproverarla lui.

«Sì, lo so, Marco – era mio padre, per inciso».

Il collega sbuffò. «La mia vita era moooolto più facile quando facevo il traduttore su Ganimede: ti bastava sapere l’inglese marziano e la vita ti andava liscia come l’olio. Ora invece mi tocca farti da babysitter».

«Senti un po’, Eco, nessuno ti obbliga a restare…anche se ti sono grata per il tuo intervento».

«Dobbiamo dare l’allarme, rientrare a fare rapporto e chiedere ai -»

«Calmati» lo interruppe Zara. «Mi hai portato lo zaino che ho lasciato al bar?»

Il collega alzò gli occhi al cielo: «certo».

Zara strappò via ciò che restava della base della protesi attaccata al moncone di carne, quindi vi applicò la schiuma per le connessioni e infine collegò ai cavi ricettivi e a quelli motori alla UNTP-1, la scatoletta che estrasse dallo zaino.

«Ma che diamine stai facendo?» chiese il collega, «dobbiamo rientrare ora, che -».

«Shhh». Zara attivò con l’Unipass la scatoletta: miliardi di nanobot fuoriuscirono fino a divenire un’enorme massa luccicante.

Poi assunsero tutti insieme, per il principio dell’Emergenza, la forma desiderata dalla mente di Zara: apparve una meravigliosa protesi in lygantio: luccicante, leggera, modellabile.

«Non immagini da quanto volevo provarla» disse al collega, sbalordito.

Quindi iniziò a camminare, poi a correre, sempre più veloce. « Montalbano tu vai al distretto; io vado a rompere quella farabutta!»

Dopo qualche altro metro saltò usando la protesi, e con un balzo sovrumano si ritrovò in cima all’edificio che le bloccava la strada.

Da lì si schiarì le idee, con un panorama chiaro: l’earthrise a destra, il Sole a sinistra, navi di ogni tipo che sfrecciavano su quello sfondo, e città incapsulate da gigantesche strutture protettive trasparenti, interconnesse come un formicaio.

In lontananza vide un’esplosione, e poi una scia di incendi: ecco dove doveva andare.

Zara rise: ora avrebbe fatto sul serio!

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