
Agianicta
Serie: Il figlio delle fate
- Episodio 1: Il piccolo inventore di Asprapetra
- Episodio 2: La leggenda dei figli delle fate
- Episodio 3: Il corvo
- Episodio 4: Un compagno di viaggio inaspettato
- Episodio 5: Pantagruele
- Episodio 6: Gli estranei
- Episodio 7: Catalanotia
- Episodio 8: La grande discarica
- Episodio 9: Il circo
- Episodio 10: Carmuslio
- Episodio 1: I draghieri del re
- Episodio 2: La galleria di Catrefte
- Episodio 3: Sofolica
- Episodio 4: Nuova Flumenargia
- Episodio 5: Dedalo
- Episodio 6: Re Goffredo
- Episodio 7: L’antro delle invenzioni
- Episodio 8: Moderna
- Episodio 9: Agianicta
- Episodio 10: La Foresta Verde
- Episodio 1: Ferchiurem
- Episodio 2: L’isola di Sinilluarna
- Episodio 3: Il Mare delle Piogge
- Episodio 4: La bambina
- Episodio 5: L’indovinello
- Episodio 6: C’è una terra felice
- Episodio 7: Il nome
- Episodio 8: Ritorno ad Asprapetra
- Episodio 9: Amelia
STAGIONE 1
STAGIONE 2
STAGIONE 3
“Benvenuti nella città di Agianicta. Lasciate pure fuori ogni speranza perché qui non è gradita.”
Questa era la sentenza che recitava un’oscura scritta sulla porta di ingresso delle maestose mura della città di Agianicta.
Arturo e Martino, accompagnati da Moderna, si preparavano a varcare quella soglia inquietante. Nonostante fosse giorno, un cielo plumbeo offuscava la luce del sole, gettando un’ombra inquietante sulla città.
Le strade di Agianicta erano oscure e piene di strane decorazioni: zucche intagliate, scheletri danzanti e alberi spogli con facce spaventose.
Anche gli abitanti costituivano una variegata e bizzarra comunità di creature spettrali e mostruose: strani esseri alti e scheletrici, creature dalla pelle pallida e desquamata che deambulavano in modo lento e incerto, donne dalla pelle verde e il naso adunco che volavano in groppa alle loro scope con abiti neri svolazzanti.
«Abbiamo fatto un errore a passare di qui. Torniamo subito indietro» disse Martino battendo i denti.
I due fratelli avevano già fatto marcia indietro quando si accorsero che Moderna non era più con loro. Quando si voltarono, si accorsero che l’automa stava proseguendo imperterrita nella direzione iniziale.
«Moderna, cosa fai?» le urlò Martino «Non vedi che stiamo tornando indietro? Seguici!»
Moderna non si fermò.
«Mi avete riprogrammata per raggiungere la Foresta Verde nel più breve tempo possibile. Ritengo che questo sia il percorso più conveniente.»
«Ma non ti rendi conto? Qui rischiamo di fare una brutta fine» disse allarmato Martino.
«No» rispose tranquilla Moderna «secondo i miei calcoli questa è la strada giusta per raggiungere la Foresta Verde. Non è una brutta fine».
«Ma no» spiegò Martino «intendevo che qui rischiamo di morire».
Moderna continuò a parlare senza arrestarsi.
«Voi rischiate di morire. Io non posso morire, in quanto non sono un essere vivente.»
I due fratelli furono spiazzati dalla risposta dell’automa.
«Se non fosse così somigliante alla nostra mamma» bofonchiò Martino «la odierei».
«Tutt’al più» proseguì serafica Moderna «potrei spegnermi se perdessi la carica o il mio corpo artificiale potrebbe rompersi e non funzionare più. In tal caso un esperto potrebbe prelevare la mia memoria e impiantarla in un altro corpo artificiale. Si prevede quindi che la mia mente continui a esistere e pensare anche quando di voi si sarà perso perfino il ricordo».
Martino strinse i pugni e trattenne per un attimo il fiato.
«Arturo, ripeti la formula di Dedalo. Voglio riprogrammarla in modo che non dica più queste sciocchezze!»
«Sì, va bene, magari in un altro momento però» rispose Arturo con voce tremante. Poi indicò qualcosa.
Martino fissò il punto indicato da suo fratello. Dalla penombra emerse una di quelle donne intraviste poco prima in groppa alle loro scope. I bambini supposero che fosse una strega, visto che somigliava molto alle megere delle illustrazioni dei loro libri di storie del terrore. Mostrando le unghie affilate e il suo cappello appuntito, la donna si avvicinò sempre più, sibilando: «Siete venuti nel posto sbagliato, bambini».
Arturo e Martino si aggrapparono a Moderna, la quale si rivolse alla strega con un sorriso affabile: «Buon giorno, signora. Non credo che siamo nel posto sbagliato. I miei calcoli indicano che questa è la direzione giusta».
La strega, perplessa dalla risposta insolita di Moderna, si allontanò scuotendo la testa.
Anche gli esseri scheletrici si avvicinarono ai ragazzini e iniziarono a danzare intorno a loro, cercando di spaventarli con i loro movimenti repentini. Ma Moderna, sempre impassibile, sembrava non preoccuparsene minimamente.
Le creature dalla pelle desquamata, che avevano tutto l’aspetto di essere i morti viventi di tanti racconti del terrore molto noti ad Asprapetra, a loro volta iniziarono a fare burle, scambiandosi parti del corpo e cercando di spaventare i ragazzi. Moderna li guardava e annotava: «Devono essere degli automi come me, con una curiosa abilità di rimontaggio corporeo».
Martino e Arturo erano sempre più confusi, ma la loro paura iniziò a trasformarsi in una sorta di ammirazione per la bizzarria di Moderna, tanto più che era ormai chiaro quanto le creature di Agianicta fossero innocue e interessate unicamente a terrorizzare i passanti. Mentre proseguivano attraverso la città, Moderna continuava a rispondere alle burle in modo paradossale.
Il cielo rimaneva costantemente plumbeo e il silenzio pervadeva l’aria, interrotto solo occasionalmente dal sussurro delle creature mostruose che si aggiravano nell’oscurità. Nonostante Arturo e Martino si sentissero ormai abbastanza rassicurati dalla presenza di Moderna, erano impazienti di uscire da quella strana terra.
Man mano che proseguivano nel loro cammino, le fronde degli alberi dapprima si intrecciavano sempre più come dita scheletriche. Non c’era vento qui, solo un sussurro, come se la foresta respirasse con una vita propria. Ogni passo era come un’eco nel vuoto. Le mostruose creature smisero di fare la loro comparsa, tanto che Martino pensò di essere ormai ai confini di Agianicta. Qualcos’altro, però, ricominciò a inquietarlo.
Un piccolo edificio con tre usci, uno grigio al centro, uno verde a destra e un altro viola a sinistra. Gli sarebbe sembrato di essere tornati a casa loro, se non fosse stato per le pareti crepate, le finestre rotte, la porta parzialmente crollata e, in generale, un senso di decadimento e abbandono che avvolgeva tutta la struttura. Gli stessi colori delle porte erano sbiaditi e ingrigiti, privi della vivacità dei colori di Asprapetra. Arturo e Martino non sapevano se procedere rapidamente nel loro cammino o cedere alla curiosità e dare un’occhiata all’interno della casa. Alla fine, la voglia di sapere prese il sopravvento.
Quando si addentrarono nell’edificio, furono accompagnati da un ticchettio incessante, molto simile a quello che produceva l’orologio a pendolo del laboratorio della loro madre. Anche all’interno i muri erano sbrecciati. Inoltre, i mobili erano rotti e la luce che si insinuava attraverso le finestre logore creava ombre contorte. I due fratelli non vedevano nessuno, ma potevano sentire una strana energia nell’aria, come se qualcosa di invisibile li avvolgesse.
Arturo si sedette sul pavimento e fissò dei blocchi di legno identici a quelli che usava di solito per costruire le sue città, però consumati e sommersi dalla polvere. Martino, invece, si affacciò a una delle finestre dai vetri divenuti ormai opachi e fissò il paesaggio deserto al di fuori, così diverso dalle strade animate di Asprapetra.
In quel momento Arturo, completamente afflosciato sul pavimento, disse: «Io voglio restare qui. non voglio più andare via. Magari fra un po’ verranno anche il papà e la mamma a farci compagnia».
«No» ribatté Martino «qui non ci sono né la mamma né il papà. Eppure, è come se attraverso i nostri ricordi potessero abitare anche loro in questa casa, così simile a quella dove eravamo prima».
Martino cominciò a singhiozzare.
«Arturo, perché ci sentiamo così? È come se la casa ci stesse inghiottendo la felicità. Ma non è la solita tristezza, è la mancanza di mamma e papà, dei miei amici, di Asprapetra, di tanti ricordi belli del passato che non ritorneranno più, è…non so come si chiama questa sensazione.»
«Si tratta di malinconia» rispose Moderna con la sua voce meccanica «cercando nella mia memoria, la definizione di tristezza legata a ricordi del passato è malinconia».
«Malinconia, malinconia» sussurrò quasi impercettibilmente Arturo «vorrei tanto restare qui per sempre con la mia malinconia».
Nel frattempo, i due fratelli non si accorsero che il pavimento stava cedendo sotto di loro, minacciando di inghiottirli. Una coltre di polvere iniziava a ricoprirli in modo inesorabile. Stavano lentamente scivolando sottoterra, ma continuavano a restare inconsapevoli di ciò che gli stava accadendo. Avevano la sensazione che loro gambe e tutto il resto del loro corpo si immergessero sempre più in un liquido tiepido. Trattennero il fiato, presi dalla strana sensazione che presto non avrebbero più avuto bisogno di respirare.
All’improvviso, però, le due gelide mani di Moderna li afferrarono e li trascinarono fuori dalla casa oscura.
«Il nostro viaggio non è ancora terminato» disse l’automa, indifferente ai respiri affannati e agli sguardi confusi dei due bambini «siete pregati quindi di rimettervi in piedi e riprendere la marcia».
Serie: Il figlio delle fate
- Episodio 1: I draghieri del re
- Episodio 2: La galleria di Catrefte
- Episodio 3: Sofolica
- Episodio 4: Nuova Flumenargia
- Episodio 5: Dedalo
- Episodio 6: Re Goffredo
- Episodio 7: L’antro delle invenzioni
- Episodio 8: Moderna
- Episodio 9: Agianicta
- Episodio 10: La Foresta Verde
Che metafora bellissima, davvero. A tratti mi ha fatto venire in mente un vecchio film con David Bowie e Jennifer Connelly, Labirinth. Bravissima
Bellissimo quel film! Ti ringrazio tantissimo per i complimenti e per l’attenzione che stai dando alla mia storia 🙏
Te la meriti tutta!
“Il cielo rimaneva costantemente plumbeo e il silenzio pervadeva l’aria”
Già la amo questa città😃